JO NESBO.

IL CACCIATORE DI TESTE.


Traduzione di: Maria Teresa Cattaneo.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Il re del noir contemporaneo nel suo ultimo thriller mozzafiato.
Il cacciatore di teste  la storia di Roger, un tipo piccoletto ma di un certo fascino, sposato con una donna bellissima. Una donna al di sopra delle sue possibilit, per. Cos Roger  costretto a far di tutto per tenersela. Ogni giorno. Il che  un bel problema. E l'unica soluzione possibile : trovare soldi, trovare sempre un sacco di soldi...
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A Roger Brown non manca nulla. Ha un lavoro rispettabile come cacciatore di teste per le grandi multinazionali e un hobby segreto, i furti d'arte, grazie ai quali foraggia lo spropositato stile di vita che conduce.
E non appena gli viene presentato Clas Greve, proprietario di un meraviglioso Peter Paul Rubens, un dipinto andato disperso durante la Seconda guerra mondiale, comincia immediatamente ad accarezzare l'idea del colpo.
Ma niente in questa storia va mai come previsto. E nell'appartamento di Greve, Roger Brown trova s il prezioso Rubens, ma anche qualcosa che non cercava affatto. E ben presto appare evidente che lo scaltro cacciatore di teste altro non  che una povera preda...
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L'autore.
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Jo Nesb  nato a Oslo nel 1960. Prima di diventare uno dei pi grandi autori di crime al mondo
si  cimentato in mille mestieri. Ha giocato a calcio nella serie A del suo paese, ha lavorato come
giornalista freelance, ha fatto il broker in borsa. Cantante e compositore, si esibisce regolarmente con la
sua band norvegese, Di Derre. Ha scritto numerosi libri, spaziando dal giallo alla letteratura per
l'infanzia, con esiti spesso geniali. La sua serie con protagonista il detective Harry Hole, arrivata al
numero nove con Lo spettro (Stile Libero 2012)  un successo planetario. Il leopardo, volume
precedente della serie,  stato pubblicato da Einaudi Stile Libero nel 2011.
Dello stesso autore: Il leopardo. Lo spettro.
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Prologo.
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Una collisione tra due veicoli  un fenomeno puramente fisico. L'elemento decisivo  la
casualit, che si pu comunque spiegare con l'equazione Forza x Tempo = Massa x Variazione di
velocit. Date dei valori a queste variabili casuali e avrete una storia semplice, vera, senza via di
scampo, in cui si descrive cosa succede quando un Tir a pieno carico, del peso di venticinque tonnellate
e che procede a ottanta chilometri all'ora, centra un'automobile del peso di milleottocento chili che va
alla stessa velocit. Tenendo conto delle variabili casuali applicabili al punto d'impatto, alla struttura
della carrozzeria e all'angolazione dei corpi all'interno dell'abitacolo, la storia potr essere raccontata
in mille modi diversi, ma due elementi saranno sempre gli stessi: la collisione finir in tragedia e sar
l'auto a farne le spese.
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C' un silenzio surreale; odo lo stormire del vento tra le fronde degli alberi e il mormorio di un
fiume. Il mio braccio  come paralizzato, e mi ritrovo a testa in gi, intrappolato tra alcuni corpi e una
carcassa d'acciaio. Dal pavimento dell'auto, sopra di me, gocciolano sangue e benzina. Sul soffitto a
scacchi bianchi e neri, sotto di me, scorgo un paio di forbicine per unghie, un arto troncato, due uomini
morti e un beauty-case aperto. Il mondo non ha bellezza, solo maquillage. La regina bianca  a pezzi, io
sono un assassino, nell'abitacolo non respira pi nessuno. Nemmeno io. Tra poco morir. Chiuder gli
occhi e mi arrender.  bello arrendersi. Non ha pi senso aspettare. Ed ecco perch ho una tale
urgenza di farvi questa cronaca, di raccontarvi questa variante, questa storia sull'angolazione dei corpi
all'interno di un abitacolo.
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Parte prima.
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La prima intervista.
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Capitolo 1.
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Il candidato.
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Il candidato era atterrito.
Per l'occasione si era recato da Gunnar ye, dove aveva acquistato un vestito grigio di
Ermenegildo Zegna, una camicia su misura di Borrelli e una cravatta bordeaux con dei disegnini tipo
spermatozoi, probabilmente firmata Cerruti 1881. Riguardo alle scarpe, invece, non avevo dubbi:
Ferragamo fatte a mano. Ne avevo di simili.
Dai documenti sulla scrivania risultava che il candidato si era laureato brillantemente alla
facolt di Economia e commercio della Norges Handelshyskole di Bergen, aveva militato in
Parlamento per un mandato nelle file del Partito conservatore, e da quattro anni dirigeva, con risultati
lusinghieri, un'azienda norvegese di medie dimensioni.
Eppure Jeremias Lander era terrorizzato. Il suo labbro superiore era imperlato di sudore.
Accost alle labbra il bicchiere d'acqua che la mia segretaria aveva appoggiato sul tavolino.
 Vorrei...  gli dissi con un sorriso, ma non con il sorriso aperto, incondizionato, con il quale
s'invita un perfetto sconosciuto a prendere un caff, non con un sorriso frivolo, bens con quel sorriso
cortese, ma distaccato, che in letteratura sta a indicare professionalit, obiettivit e approccio analitico.
Ed  questa assenza di coinvolgimento emotivo che induce il candidato a ritenere integerrimo
l'intervistatore e che, sempre stando alla letteratura, lo spinge a fornire informazioni pi stringate e
obiettive, convinto com', ormai, che ogni tentativo di commedia sar smascherato, le esagerazioni
denunciate, i tatticismi puniti. Io comunque sorrido cos non perch me lo suggerisca la letteratura.
Infatti me ne frego alla stragrande di tutte le stronzate scritte da esperti pi o meno autorevoli; l'unica
strategia che uso, e che  davvero efficace,  l'interrogatorio in nove fasi di Inbau, Reid e Buckley. Io
sorrido cos perch io sono cos: professionale, analitico e senza alcun coinvolgimento emotivo. Sono
un cacciatore di teste. Non  un lavoro particolarmente difficile. Ma io sono il migliore sulla piazza.
 Vorrei,  dissi ancora una volta,  che adesso mi parlasse un po' della sua vita fuori dal
lavoro.
 Perch, ne esiste una?  La sua risata risuon ai limiti dello sguaiato. Durante un colloquio di
lavoro  piuttosto imbarazzante ridere di una propria battuta, ed  altrettanto imbarazzante fissare
l'interlocutore per vedere se l'ha capita.
 Spero proprio di s,  replicai, mentre la risata gli moriva in gola.  Credo che i vertici
dell'azienda siano alla ricerca di un amministratore delegato con una vita equilibrata, in grado di
rimanere alla guida della societ per alcuni anni, un maratoneta capace di gestire al meglio la sua corsa
e che non mostri segni di logoramento dopo soli quattro anni.
Jeremias Lander annu mentre beveva un altro sorso d'acqua.
A occhio e croce avrei detto che era quattordici centimetri pi alto di me e che aveva tre anni in
pi. Quindi doveva averne trentotto. Un po' troppo giovane per quel lavoro. E lui lo sapeva bene; ecco
perch si era tinto quasi impercettibilmente di grigio i capelli intorno alle tempie. Quel trucco l'avevo
gi visto. Avevo gi visto tutto. Un candidato a cui sudavano molto le mani era giunto al colloquio con
la tasca destra della giacca piena di gesso e mi aveva dato la stretta di mano pi bianca e pi asciutta
che si possa immaginare. Lander emise involontariamente un verso che ricordava quello di una
chioccia. Annotai sulla guida ai colloqui: Motivato. Orientato alla soluzione.
 Vedo qui che abita a Oslo, giusto?  continuai.
Annu.  Skyen.
 E sua moglie si chiama...  Sfogliai i documenti e assunsi quell'espressione irritata con la
quale faccio capire ai candidati che tocca a loro prendere l'iniziativa.
 Camilla. Siamo sposati da dieci anni. Abbiamo due bambini che vanno alle elementari.
 E come definirebbe il suo matrimonio?  gli chiesi senza guardarlo in faccia. Gli concessi due
lunghi secondi, e mentre era ancora alla ricerca di una risposta lo incalzai con un'altra domanda:
 Ritiene che sar ancora sposato fra sei anni, dopo aver trascorso al lavoro due terzi della sua
vita da sveglio?
Alzai lo sguardo. Come previsto, lessi lo sconcerto nei suoi occhi. Ero stato incoerente. Vita
equilibrata. Dedizione assoluta al lavoro. Le due cose non stavano insieme. Rispose dopo quattro
secondi, ovvero almeno un secondo di troppo:  Spero proprio di s.
Sorriso sicuro, allenato. Ma non a sufficienza. Non per me, almeno. Aveva usato le mie stesse
parole contro di me, e avrei anche apprezzato quella capacit se la sua ironia fosse stata intenzionale.
Invece, in questo caso, si era purtroppo limitato a scimmiottare in modo inconsapevole le parole
pronunciate da una persona che godeva presumibilmente di uno status superiore. Cattiva immagine di
s, annotai. Inoltre aveva risposto spero, quindi non ne era certo, non aveva progetti grandiosi per il
futuro, non era capace di leggere in una sfera di cristallo, non dava l'idea di sapere che un manager
deve perlomeno dare l'idea di essere chiaroveggente.
Non  un improvvisatore. non sa gestire il caos.
 Lavora?
 S. In uno studio legale in centro.
 Ogni giorno dalle nove alle quattro?
 Esattamente.
 E chi resta a casa quando i bambini sono malati?
 Camilla. Per fortuna capita raramente che Niclas e Anders siano...
 Quindi non avete una donna delle pulizie o qualcun altro che si occupa della casa durante il
giorno?
Esit, come fanno di solito i candidati quando non sono sicuri della risposta migliore da dare.
Ci nonostante, purtroppo, mentono di rado. Jeremias Lander scosse la testa.
 Lei  uno sportivo, vero Lander?
 S, mi alleno regolarmente.
Nessuna esitazione questa volta. Tutti sanno che le aziende non vogliono avere dirigenti che
vengono stroncati da un infarto alla prima salita.
 Jogging e sci di fondo, forse?
 Naturalmente. A tutta la famiglia piace la vita all'aria aperta. E abbiamo uno chalet a
Norefjell.
 Come immaginavo. E anche un cane.
Lander scosse la testa.
 Ah no? Come mai? Siete allergici?
L'uomo scosse di nuovo la testa, questa volta con maggior energia. Annotai: Forse gli manca
il senso dell'umorismo.
Mi appoggiai quindi allo schienale della sedia e accostai i polpastrelli delle dita gli uni agli altri.
Un gesto assai arrogante, lo so bene. Ma cosa ci posso fare? Io sono fatto cos.  Secondo lei quanto
vale la sua reputazione di manager, Lander? E in che modo l'ha assicurata?
Aggrott la fronte gi sudata mentre si sforzava di capire il senso delle mie parole. Dopo due
secondi chiese con aria rassegnata:
 Che cosa vuol dire?
Sospirai come se la risposta fosse ovvia. Mi guardai intorno alla ricerca di un'allegoria
pedagogica mai utilizzata prima. E come al solito la trovai sulla parete.
  un appassionato d'arte, Lander?
 Me ne intendo un po'. La vera esperta  mia moglie.
  cos anche per me. Vede questo quadro?  Indicai Sara gets undressed, un'opera in latex di
oltre due metri che rappresentava una ragazza con indosso solo una gonna verde, le braccia alzate,
intenta a sfilarsi un maglione rosso.  Un regalo di mia moglie. L'artista si chiama Julian Opie, e il
quadro vale duecentocinquantamila corone. Lei possiede opere cos costose?
 In effetti s.
 Congratulazioni. Riuscirebbe a stimare il valore di quest'opera?
 Solo se me lo suggerisce qualcuno.
 Per l'appunto. Nel quadro qui appeso i tratti sono molto stilizzati, la testa della donna  un
cerchio, uno zero senza volto, e il colore  steso in modo monotono, senza struttura.  stato realizzato
al computer e se ne possono stampare milioni di copie premendo un solo tasto.
 Caspita!
 L'unico motivo, sottolineo, l'unico motivo per cui quest'opera vale duecentocinquantamila
corone  la fama dell'artista. La sua nomea di bravo pittore, la fiducia del mercato nel suo genio.
Perch  difficile definire concretamente cos' il genio, impossibile saperlo con certezza. Lo stesso vale
per i dirigenti, Lander.
 Ho capito. La reputazione dipende dalla fiducia che un amministratore delegato riesce a
ispirare.
Annotai: Non  uno stupido.
 Per l'appunto,  continuai.  La reputazione  tutto. Incide non solo sullo stipendio, ma
persino sulla quotazione in Borsa delle societ. Qual  l'opera d'arte che avete in casa? Che valore ha
sul mercato?
 Si tratta di una litografia di Edvard Munch. Brosjen. Non conosco la sua quotazione, ma...
Feci un cenno d'impazienza con la mano.
 Ma all'ultima asta  stata battuta per trecentocinquantamila corone,  aggiunse.
 E in che modo ha assicurato quest'opera preziosa contro i furti?
 La mia casa  dotata di un ottimo sistema d'allarme,  specific.  Il Tripolis. Lo usano anche
tutti i miei vicini.
 Il Tripolis  ottimo ma costoso, ce l'ho anch'io,  commentai.  Circa ottomila corone l'anno.
Quanto ha investito invece nella sua reputazione?
 Che cosa intende dire?
 Ventimila corone? Diecimila? Meno?
Alz le spalle.
 Nemmeno un soldo bucato,  suggerii.  Lei ha un curriculum e uno stipendio annuo che
valgono dieci volte il quadro di cui stiamo parlando. Eppure non c' nessuno che se ne occupi, nessuno
che li valorizzi. Perch lei non lo ritiene necessario. Perch crede che i suoi risultati presso l'azienda
per cui lavora parlino da soli. Non  vero?
Lander non rispose.
 Be',  dissi, sporgendomi in avanti e abbassando la voce come se stessi per rivelargli un
segreto.  Le cose non stanno affatto cos. Il successo  come i quadri di Opie, pochi tratti stilizzati con
alcuni zeri, senza volto. I quadri non contano nulla, la reputazione  tutto. Ed  quanto noi possiamo
offrire.
 La reputazione?
 Lei si trova qui nel mio ufficio perch  uno di sei ottimi candidati a una posizione di
amministratore delegato. Non credo per che verr scelto. Perch non ha una reputazione.
Lander apr la bocca come per formulare una protesta che non giunse mai. Mi buttai contro lo
schienale della poltrona, che prese a cigolare.
 Ma non si rende conto? Lei si  candidato a questo lavoro! Avrebbe dovuto trovare qualcuno
che ci facesse il suo nome, e fingersi sorpreso quando l'avremmo contattata. Un supermanager deve
farsi scovare dopo una lunga caccia, non arrivare in tavola gi pronto e servito.
Vidi che avevo fatto centro. Il candidato era profondamente scosso. Questa non era la solita
intervista di lavoro, questo non era il Cute, il Disc o qualcun altro di quegli stupidi questionari
inutilizzabili, concepiti da qualche psicologo da strapazzo o da specialisti delle risorse umane
assolutamente privi di risorse. Riabbassai il tono di voce.
 Spero che sua moglie non rimarr troppo delusa quando oggi pomeriggio, di ritorno a casa, le
dar la notizia. Quando le racconter che il lavoro da sogno  sfumato. Che anche quest'anno non far
carriera. Come l'anno scorso del resto...
Lander sussult sulla sedia. Centro! Non poteva essere altrimenti. Perch Roger Brown, la stella
pi fulgida del firmamento dei recruiter, era entrato in azione.
 L'anno... scorso?
 Perch, non  vero?, lei si  candidato alla posizione di amministratore delegato in Denja.
Maionese e pat di fegato. Non era lei?
 Credevo che queste informazioni fossero confidenziali,  rispose Jeremias Lander in tono
sconsolato.
 Infatti. Il mio lavoro  raccogliere le informazioni. Ed  quello che faccio. Con i metodi che
ho a disposizione.  stupido proporsi per dei lavori e venire scartati, soprattutto nella sua posizione,
Lander.
 Nella mia posizione?
 In base ai suoi titoli di studio, ai suoi risultati lavorativi, ai test e all'impressione che mi ha
fatto, mi sembra che lei abbia tutte le carte in regola. L'unica cosa che le manca  la reputazione. E la
reputazione si ottiene solo con l'esclusivit. Cercare un lavoro a destra e a manca non fa di lei una
persona dotata di questa prerogativa. Lei non  un dirigente a caccia di una sfida qualunque, ma della
sfida. Di un particolare lavoro. Che le verr proposto. Su un piatto d'argento.
 Veramente?  chiese Lander provando di nuovo a sfoderare il suo sorriso accattivante.
Peccato che non funzionasse pi.
 Mi piacerebbe che lei entrasse a far parte della nostra rosa di candidati. Per non dovr
proporsi per altri lavori. Non dovr accettare le offerte apparentemente irresistibili di altre agenzie di
selezione del personale. Dovr rimanere con noi. Mantenere un'aura di esclusivit. Saremo noi a
occuparci della sua reputazione. A prendercene cura. Ci dia la possibilit di diventare per la sua
reputazione quello che il Tripolis  per casa sua. Entro due anni potr annunciare a sua moglie di essere
stato scelto per un lavoro molto pi remunerativo di quello di cui stiamo parlando ora. Pu starne
assolutamente certo.
Jeremias Lander si pass il pollice e l'indice sul mento sbarbato con cura.  Ehm. Questa
conversazione ha preso una piega inaspettata.
La sconfitta l'aveva indotto ad assumere toni pi pacati. Mi sporsi verso di lui. Spalancai le
braccia. Rivolsi i palmi delle mani verso l'alto. Cercai il suo sguardo. Dagli studi  emerso che la prima
impressione durante un colloquio di lavoro si basa per il settantotto per cento sul linguaggio del corpo,
e solo per l'otto per cento su quanto viene detto. Gli altri elementi che contano sono l'abbigliamento,
l'odore emanato dalle ascelle, l'alito, ci che  appeso alle pareti. Io possiedo in realt una straordinaria
comunicazione non verbale. In quel preciso momento stavo trasmettendo apertura e fiducia. Finalmente
lo invitai a entrare e a prendere un caff.
 Mi ascolti bene, Lander. Domani il presidente del consiglio di amministrazione e il direttore
commerciale verranno qui per un colloquio con uno dei candidati. Mi piacerebbe che incontrassero
anche lei. Va bene a mezzogiorno?
 Perfetto . Aveva risposto senza far finta di dover controllare la propria agenda. Mi risult
immediatamente molto pi simpatico.
 Vorrei che lei stesse a sentire quanto hanno da dire e che poi, con gentilezza, spiegasse come
mai non  pi interessato alla loro offerta, che  alla ricerca di sfide di un altro genere, e quindi
augurasse loro buona fortuna.
Jeremias Lander inclin la testa.  Ma se mi ritiro in questo modo, non mi giudicheranno una
persona poco seria?
 Nient'affatto: la considereranno una persona ambiziosa, uno che conosce il proprio valore.
Che fornisce i propri servizi in modo selettivo. E questo  l'inizio della storia che noi chiamiamo... 
Feci un cenno con la mano.
 Reputazione?
 Reputazione. Abbiamo un accordo, allora?
 Entro due anni.
 Glielo garantisco.
 E come pu garantirmelo?
Annotai: Passa velocemente all'offensiva.
 Raccomandandola per una delle posizioni di cui le parlavo.
 E con questo? Non  lei a prendere le decisioni.
Socchiusi nuovamente gli occhi. Quando mia moglie Diana scorgeva questa mia espressione,
diceva che assomigliavo a un leone indolente, a un tiranno sazio. Amavo la sua definizione.
 Ci che io consiglio  anche ci che decide il cliente, Lander.
 Che cosa vuol dire?
 Come lei non si candider pi per un lavoro che non  sicuro di ottenere, cos io non consiglio
mai candidati che poi non vengono assunti.
 Veramente? Mai?
 Non che io ricordi. Se non ho la certezza assoluta che il cliente seguir il mio consiglio, evito
di presentargli un candidato oppure lascio che l'incarico vada a uno dei concorrenti. Perfino se ho tre
candidati eccellenti e sono sicuro al novanta per cento.
 E come mai?
Sorrisi.  La mia risposta inizia per R. Tutta la mia carriera si basa su quello.
Lander scosse la testa e rise.  Infatti gira voce che lei sia uno squalo, Brown. Adesso capisco
cosa intendono.
Sorrisi e mi alzai.  Ora le suggerisco di tornarsene a casa e di raccontare alla sua bella moglie
che rifiuter questo lavoro perch ha deciso di puntare pi in alto. Secondo me l'attende una piacevole
serata.
 Perch fa una cosa del genere per me, Brown?
 Perch la provvigione che ci pagher il suo datore di lavoro  pari a un terzo del suo salario
lordo del primo anno. Sa che Rembrandt andava sempre alle aste per tirar su il prezzo dei propri
quadri? Perch dovrei venderla per due milioni all'anno quando, lavorando un po' sulla sua
reputazione, la posso vendere per cinque? Tutto quello che le chiediamo  di far parte in esclusiva della
nostra rosa di candidati. Affare fatto?  Gli porsi la mano.
Me la strinse con foga.  Ho l'impressione che questa sia stata una chiacchierata proficua,
Brown.
 Sono d'accordo,  risposi, facendomi l'appunto mentale di dargli un paio di suggerimenti su
una corretta stretta di mano prima dell'incontro con il cliente.
Ferdinand si precipit nel mio ufficio non appena ne fu uscito Jeremias Lander.
 Puah!  esclam con una smorfia di disgusto e agitando la mano.  Eau de camouflage.
Annuii mentre aprivo la finestra per cambiar l'aria. Con quelle parole Ferdinand aveva voluto
dire che il candidato si era profumato abbondantemente per camuffare il sudore da nervosismo che
pervade gli uffici in cui si svolgono le selezioni del personale.
 Almeno era un Clive Christian,  dissi.  Comprato dalla moglie. Come l'abito, le scarpe, la
camicia e la cravatta, del resto. Ed  sempre lei che ha avuto l'idea di fargli tingere le tempie di grigio.
 E tu come lo sai?  Ferdinand si sedette sulla sedia occupata fino a poco prima da Lander, ma
nell'avvertire il caldo umido del corpo trattenuto dal rivestimento si alz di scatto, con un moto di
repulsione.
  sbiancato in volto non appena ho premuto il tasto moglie,  spiegai.  Gli ho fatto
presente quanto la sua dolce met sarebbe rimasta delusa nel sapere che lui non avrebbe ottenuto il
lavoro.
 Il tasto moglie! Ma come ti vengono in mente, Roger?  Ferdinand si era seduto su un'altra
sedia e aveva disteso i piedi su una copia piuttosto a buon mercato di un tavolino Noguchi. Aveva
preso un'arancia e la stava sbucciando, spruzzandosi una cascata quasi invisibile di goccioline sulla
camicia appena stirata. Ferdinand era incredibilmente goffo per essere un omosessuale. E
incredibilmente omosessuale per essere un headhunter.
 Inbau, Reid e Buckley,  dissi.
 Me lo hai gi accennato altre volte,  ribatt Ferdinand.  Ma di cosa si tratta esattamente? 
meglio del Cute?
Risi.  Si tratta della tecnica d'interrogatorio in nove fasi dell'Fbi, Ferdinand.  una macchina
da guerra in un mondo di fionde, uno strumento superefficace che non fa prigionieri ma d risultati
rapidi e tangibili.
 Che risultati, Roger?
Sapevo bene dove voleva andare a parare, e la cosa non mi creava problemi. Voleva scoprire
quale fosse il mio asso nella manica, come mai fossi il migliore sulla piazza mentre lui, almeno per il
momento, non lo era. E io gli fornivo quello che lui mi chiedeva. Perch le regole sono queste, il sapere
va condiviso. E poi non sarebbe mai diventato migliore di me, avrebbe continuato a presentarsi con
camicie che odoravano d'agrumi e a chiedersi se qualcuno aveva un modello, un metodo, un'arma
vincente migliore della sua.
 Sottomissione,  risposi.  Confessione. Verit. I princip base sono molto semplici.
 Puoi farmi un esempio?
  importante iniziare l'interrogatorio rivolgendo al sospetto domande sulla sua famiglia.
 Bah,  comment Ferdinand.  Questo lo faccio anch'io. L'interrogato si sente pi a suo agio
se conosce l'argomento, se si trova a parlare di qualcosa che lo riguarda intimamente. Ed  pi facile
che si lasci andare alle confidenze.
 Appunto. E poi cos riesci a capire meglio quali sono le sue debolezze, qual  il suo tallone di
Achille, che sfrutterai contro di lui in una fase successiva dell'interrogatorio.
 Ma che cazzo di terminologia usi?
 Nella fase successiva dell'interrogatorio, quando inizierai a chiedergli cosa lo fa stare cos
male, quando parlerai di ci che  successo, dell'omicidio di cui  sospettato, di ci che lo fa sentire
solo e abbandonato da tutti e che lo spinge a volersi nascondere, sarai cos gentile da mettere un rotolo
di scottex sul tavolo, appena al di fuori della sua portata.
 E perch mai?
 Perch l'interrogatorio sta seguendo un suo crescendo naturale ed  giunto il momento di
premere il tasto dei sentimenti. Gli chiederai che cosa penseranno i suoi figli di lui quando verranno a
sapere che il loro pap  un assassino. E nel momento stesso in cui gli si riempiranno gli occhi di
lacrime, tu gli porgerai il rotolo di scottex. Sarai quello che lo sa capire, quello che  pronto ad aiutarlo,
l'amico a cui pu confidare tutte le sue malefatte, quell'omicidio cos stupido, ma cos stupido, che 
praticamente successo da solo.
 Omicidio? Non capisco di che parli. Noi ci occupiamo solamente di selezione del personale, il
nostro compito non  far condannare i candidati per omicidio.
 Il mio invece s,  replicai afferrando la giacca appoggiata sulla sedia.  Ed  per questo che
sono il cacciatore di teste pi bravo della citt. A proposito, sarai tu a condurre il colloquio con Lander
e con il cliente domani a mezzogiorno.
 Io?
Uscii dalla porta e imboccai il corridoio, con Ferdinand che trotterellava alle mie spalle mentre
passavamo davanti agli altri venticinque uffici di Alfa, una societ di selezione del personale di medie
dimensioni che era riuscita a sopravvivere per quindici anni e che aveva un fatturato annuo tra i
quindici e i venti milioni di corone; gli introiti, dopo il pagamento di bonus troppo modesti ai migliori
di noi, finivano nelle tasche del proprietario a Stoccolma.
 Sar un gioco da ragazzi. Trovi le informazioni nel file. Okay?
 Okay,  rispose Ferdinand.  A una condizione.
 Condizione? Sono io che ti sto facendo un favore.
 Il vernissage che c' stasera nella galleria di tua moglie...
 Cosa c'entra?
 Posso venire?
 Sei stato invitato?
  proprio questo il punto. Sono sull'elenco?
 Credo proprio di no.
Ferdinand si arrest di colpo e scomparve dal mio campo visivo. Io continuai a percorrere il
corridoio, ben sapendo che lui se ne stava l, con le braccia a penzoloni, lo sguardo fisso su di me,
meditando sul fatto che anche questa volta non avrebbe brindato con gli esponenti del jet set di Oslo, le
regine della notte, le celebrit, i miliardari, non avrebbe avuto accesso a quel profumo di glamour che si
respirava ai vernissage di Diana, non avrebbe potuto stringere contatti con persone potenzialmente
candidate a una posizione, a un letto o a qualche rapporto peccaminoso. Mi faceva pena.
 Roger?  Era la ragazza dietro il bancone della reception.  Ci sono due telefonate per te.
Una...
 Non ora, Oda,  le risposi senza fermarmi.  Sto fuori tre quarti d'ora. Non prendere
messaggi.
 Ma...
 Se  qualcosa di davvero importante richiameranno.
Una bella ragazza, Oda, ma aveva ancora bisogno di un po' d'addestramento. A proposito, si
chiamava Oda o Ida?
Capitolo 2
Il terziario
L'acre odore salino dei gas di scarico nell'aria autunnale mi faceva pensare al mare,
all'estrazione di petrolio e al prodotto nazionale lordo. La luce abbagliante del sole batteva
perpendicolarmente sui vetri degli uffici, gettando ombre nitide e rettangolari su quella che un tempo
era stata un'area industriale e ora era una sorta di quartiere con boutique troppo costose, appartamenti
troppo costosi e uffici troppo costosi per consulenti troppo costosi. Da dove mi trovavo vedevo tre
centri fitness, sempre strapieni da mattina a sera. Un giovanotto in abito Corneliani e con occhiali alla
moda, da intellettuale, mi salut con deferenza, e io ricambiai cortesemente il saluto con un cenno del
capo. Non avevo idea di chi fosse, ma probabilmente si trattava di qualcuno che lavorava in un'altra
agenzia di selezione del personale. Da Edward W. Kelley, forse? Solo gli headhunter salutano con
riverenza gli altri headhunter. In parole povere: non c' nessun altro che mi saluti, nessuno sa chi io sia.
Innanzitutto frequento una ristretta cerchia sociale quando non sono insieme a mia moglie Diana. In
secondo luogo lavoro per una societ che  proprio come Kelley  appartiene a un'lite, non ama stare
sotto la luce dei riflettori. Non l'hai mai sentita nominare; poi un giorno ti candidi per una posizione da
top manager e a quel punto ti capita di ricevere una telefonata, e ti si accende come una lampadina:
Alfa, dov' che ho gi sentito questo nome?  stato a un incontro con la dirigenza o alla nomina del
nuovo direttore di una divisione? In realt tu hai gi sentito parlare di noi, ma non sai nulla sul nostro
conto. Perch la discrezione  la nostra principale nonch unica virt.
Infatti passiamo la maggior parte del tempo a contar balle, e anche della peggior specie, come
quando alla fine della seconda intervista ripeto invariabilmente: Lei  proprio la persona che stavo
cercando per questo lavoro. Un lavoro per il quale lei, ne sono assolutamente convinto,  perfetto. E ci
significa che il lavoro  perfetto per lei. Mi creda.
Bene. Meglio non credermi.
S, secondo me era uno di Kelley. Oppure di Amrop. Con un abito simile di certo non lavorava
per una di quelle grandi agenzie, prive di charme, senza alcun pizzico d'esclusivit, come Manpower o
Adecco. Ma nemmeno per una di quelle agenzie minuscole e supercool come Hopeland, perch in quel
caso l'avrei conosciuto. Ovviamente poteva darsi che appartenesse a una delle agenzie di grandi
dimensioni e di un certo appeal come Mercuri Urval o Delphi, o a una delle piccole, un po' scialbe,
anonime, che di solito reclutano i funzionari di medio calibro e che solo in rare occasioni hanno la
possibilit di concorrere con noi big boys. Ovviamente perdono, e quindi ritornano a occuparsi del
reclutamento di direttori di negozi e capo contabili. E salutano con deferenza persone come me, nella
speranza che un giorno mi ricordi di loro e gli offra una posizione.
Non esistono classifiche ufficiali sulla bravura degli headhunter o ricerche sul loro valore come
accade nel settore dei broker, n cerimonie in cui vengono assegnati i premi ai guru dell'anno come per
la tv e la pubblicit. Ma a noi non servono. Noi sappiamo chi  il migliore sulla piazza, chi sono gli
sfidanti, chi si trova sull'orlo del precipizio. I grandi trionfi sono celebrati nell'ombra, i funerali sono
accompagnati da un silenzio tombale. Il tizio che mi aveva appena salutato sapeva bene che io ero
Roger Brown, l'headhunter infallibile, che all'occorrenza manipola, forza e costringe in un angolo i
candidati, la cui capacit di giudizio gode della fiducia illimitata dei clienti che non esitano a mettere il
futuro della loro azienda nelle sue mani, e solo nelle sue mani. Per dirla tutta: l'anno scorso non  stato
l'Ente portuale di Oslo ad assumere il nuovo direttore del traffico, non  stata Avis ad assumere il
nuovo direttore dell'area scandinava e tanto meno il Consiglio comunale ad assumere il direttore della
centrale elettrica di Sirdal. Sono stato io.
Decisi di appuntarmi qualche nota sul collega. Ben vestito. Sa a chi mostrare rispetto.
Telefonai a Ove da una cabina telefonica a fianco del chiosco di Narvesen mentre controllavo il
cellulare. Otto messaggi. Li cancellai.
 Abbiamo un candidato,  dissi quando Ove finalmente rispose al telefono.  Jeremias Lander,
Monolitveien.
 Devo controllare se  sulla lista?
 No, so per certo che c'.  stato convocato domani per la seconda intervista. Da mezzogiorno
alle due. Dammi un'ora. Te lo sei segnato?
 Chiaro. Hai qualcos'altro da dirmi?
 Le chiavi. Da Sushi & Coffee tra venti minuti?
 Fra mezz'ora.
Percorsi la strada lastricata che portava a Sushi & Coffee. Il motivo per cui hanno scelto un
manto stradale pi rumoroso, pi inquinante e pi costoso del normale asfalto,  probabilmente il
bisogno di ricreare un idillio, la nostalgia per qualcosa di primordiale, durevole e autentico. Pi
autentico, certamente, di questo pseudoquartiere dove un tempo le cose venivano create con il sudore
della fronte, i prodotti forgiati nel fuoco incandescente e si udiva il clangore del martello. Ci che si
sentiva adesso era invece il ronzio delle macchine da caff espresso e lo stridore del ferro sul ferro dei
centri fitness. Perch qui si assiste al trionfo del terziario sul lavoro operaio, al trionfo del design sulla
penuria di case, al trionfo della finzione sulla realt. Ed  una cosa che mi piace.
Guardai gli orecchini di diamanti nella vetrina dell'orefice di fronte a Sushi & Coffee.
Sarebbero stati benissimo a Diana. E disastrosi per le mie tasche. Scacciai il pensiero, attraversai la
strada ed entrai nel locale in cui, stando all'insegna, viene preparato il sushi, ma stando al palato viene
servito pesce morto. Il loro caff, per,  buono. Il locale era semipieno, affollato di donne slanciate,
biondo platino, appena uscite dalla palestra, ancora in tuta perch non sopportavano l'idea di farsi la
doccia davanti ad altri. Piuttosto incomprensibile, a dire il vero, visto che avevano speso una fortuna
per quei corpi che celebravano anch'essi il trionfo della finzione. Appartenevano pure loro al terziario,
ma ricoprivano un ruolo subalterno al servizio dei ricchi mariti. Ci si sarebbe potuti aspettare che
avessero poco cervello, invece no, avevano fatto Giurisprudenza, Informatica e Storia dell'arte  lo
studio faceva parte del trattamento di bellezza , avevano lasciato che la societ finanziasse loro
l'universit, per poi finire a fare le casalinghe superqualificate e annoiate e a passare il tempo nei caff,
scambiandosi confidenze su come mantenere i loro danarosi mariti adeguatamente soddisfatti,
adeguatamente gelosi e adeguatamente eccitati. Fino al momento in cui li incatenavano per sempre con
i figli. E dopo la nascita dei pargoli la musica cambiava, le donne prendevano in mano le redini del
potere, i mariti si ritrovavano castrati e in posizione di scacco matto. I figli...
 Doppio macchiato,  ordinai mettendomi a sedere su uno sgabello al bancone del bar.
Osservai con soddisfazione le donne nello specchio. Ero un uomo fortunato. Com'era diversa
Diana da queste parassite, tanto affascinanti quanto melense. Lei possedeva tutto ci che io non avevo.
Dedizione. Empatia. Lealt. Statura. In breve, lei aveva una bell'anima in un bel corpo. Ma la sua non
era una di quelle bellezze perfette, aveva proporzioni troppo particolari. Diana era stata disegnata in
stile manga, con i tratti da bambolina dei personaggi nei fumetti giapponesi. Aveva un viso minuto con
una boccuccia sottile, un naso piccolino e occhi grandi pieni di stupore, che tendevano a gonfiarsi un
po' quand'era stanca. Ma per me erano proprio questi scostamenti dalla norma a far apparire ancora pi
singolare la sua bellezza, a renderla irresistibile. Come mai aveva scelto proprio me, il figlio di un
autista, uno studente di Economia leggermente pi brillante della media, con prospettive leggermente
inferiori alla media e una statura ben al di sotto della media? Cinquant'anni fa, con il mio metro e
sessantotto di altezza non sarei rientrato nella categoria dei bassi, perlomeno non in Europa. E se si
leggono un po' di dati antropometrici, si scopre che solo cent'anni fa un metro e sessantotto era per
l'appunto la statura media in Norvegia. Ma il passare del tempo ha giocato a mio sfavore.
Potevo anche capire che Diana mi avesse scelto in un momento di follia, ma che una donna
come lei, che avrebbe potuto avere chiunque ai suoi piedi, volesse assolutamente svegliarsi ogni
mattina al mio fianco e mi volesse anche il giorno dopo, aveva dell'incomprensibile. Quale misteriosa
cecit le impediva di vedere la mia meschinit, la mia natura traditrice, la mia vigliaccheria di fronte
alle avversit, la malvagit gratuita con cui rispondevo alla malvagit gratuita? Non voleva vedere? O
era solo grazie a una grande abilit che il mio vero io era finito in un angolo morto benedetto
dall'amore? E poi ovviamente c'era il bambino che finora le avevo negato. Che razza di potere avevo
su quell'angelo sceso in terra sotto sembianze umane? A sentire Diana l'avevo incantata fin dal nostro
primo incontro con il mio mix contradditorio di arroganza e autoironia. C'eravamo conosciuti a una
serata per gli studenti scandinavi a Londra, e a un primo sguardo Diana mi era sembrata identica a tutte
le altre ragazze l presenti, una bellezza bionda, nordica, che abitava nei quartieri in di Oslo, studiava
Storia dell'arte in una grande metropoli, lavorava ogni tanto come modella, era contraria alla guerra e
alla povert e amava le feste e tutto ci che era divertimento. C'erano volute tre ore e almeno sei
Guinness per capire che mi sbagliavo. Innanzitutto era davvero appassionata di arte, quasi al punto da
studiarla in modo maniacale. In secondo luogo riusciva a esprimere in modo articolato la sua
frustrazione per esser parte di un sistema che faceva guerra ai popoli che non desideravano abbracciare
il capitalismo occidentale. Era stata lei a spiegarmi che i paesi industrializzati sfruttano a tal punto
quelli in via di sviluppo da guadagnarci comunque nonostante l'invio di aiuti umanitari. In terzo luogo
apprezzava l'umorismo, il mio umorismo, una premessa indispensabile affinch uno come me trovi il
coraggio di lanciarsi alla conquista di donne pi alte di un metro e settanta. E in quarto luogo, e questo
era stato indubbiamente l'elemento decisivo nel mio caso, non era portata per le lingue e aveva un
ottimo pensiero logico. Parlava un inglese a dir poco stentato, e ridendo mi aveva raccontato che non
aveva mai preso in considerazione l'idea di studiare francese o spagnolo. A quel punto le avevo chiesto
se il suo cervello avesse forse delle caratteristiche maschili e se le piacesse la matematica. Aveva alzato
le spalle, ma io non mi ero arreso e le avevo raccontato dei test di selezione che si tengono in
Microsoft, dove ai candidati viene richiesto di risolvere un problema di logica.
 Il loro obiettivo  vedere in che modo i candidati affrontano un problema e se riescono a
risolverlo.
 Su, forza,  mi disse.
 I numeri primi...
 Aspetta! Rinfrescami un attimo la memoria: che cos' un numero primo?
 Un numero che pu essere diviso unicamente per s stesso.
 Okay . Non aveva ancora quello sguardo assente che hanno in genere le donne quando inizio
a parlare dei numeri primi, per cui proseguii:
 I numeri primi sono spesso due numeri dispari consecutivi, come per esempio undici e tredici.
Diciassette e diciannove. Ventinove e trentuno. Capisci cosa intendo dire?
 Capisco.
 Esistono tre numeri dispari consecutivi che sono anche numeri primi?
 Ovviamente no,  rispose accostando alle labbra il boccale di birra.
 Ah s? E perch?
 Pensi che sia un'idiota? In una sequenza numerica di cinque numeri, uno dei numeri dispari
deve essere necessariamente divisibile per tre. Continua.
 Continua?
 Scusa, ma qual  il problema di logica?  Aveva bevuto un lungo sorso di birra e mi aveva
osservato con una grande curiosit piena di aspettativa. Alla Microsoft i candidati avevano tre minuti
per fornire la risposta che lei mi aveva dato in tre secondi. In media solo cinque persone su cento
risolvevano il quesito. Ed  probabile che io mi sia innamorato di lei proprio in quel momento. Mi
ricordo con certezza di aver annotato sul tovagliolo: Assunta.
E di aver avuto la netta percezione di doverla far innamorare di me subito, mentre eravamo
seduti l, perch nell'attimo stesso in cui mi fossi alzato l'incantesimo si sarebbe spezzato. Cos avevo
iniziato a parlare. E continuato a parlare. Parlato fino a diventare un metro e ottantacinque. Parlare  il
mio mestiere. Ma lei mi aveva interrotto proprio mentre facevo sfoggio del mio cavallo di battaglia:
 Ti piace il calcio?
 Perch... a te piace?  le avevo chiesto stupito.
 Domani il Qpr gioca contro l'Arsenal. Ti interessa?
 Certo,  avevo risposto, intendendo che mi interessava lei. Il calcio mi  sempre stato del tutto
indifferente.
Si era messa una sciarpa a strisce blu e bianche e si era sgolata fino a rimanere senza voce nella
nebbia autunnale del Loftus Road, mentre la sua squadra di brocchi, il Queens Park Rangers, era stata
sconfitta in modo plateale dal fratello maggiore, l'Arsenal. Affascinato, non avevo fatto che studiare il
suo viso appassionato, e l'unica cosa di cui mi ero accorto nel corso della partita era che i giocatori
dell'Arsenal indossavano bellissime maglie bianche e rosse, mentre quelli del Qpr avevano maglie a
strisce diagonali blu su fondo bianco che li facevano assomigliare a lecca-lecca in movimento.
Durante l'intervallo le avevo chiesto perch non tifasse per una squadra blasonata come
l'Arsenal invece che per una squadra di schiappe come quella del Qpr.
 Perch hanno bisogno di me,  aveva risposto. E non stava scherzando. Hanno bisogno di me.
Intuivo nelle sue parole una saggezza che non comprendevo a fondo. Poi era esplosa nella sua tipica
risata gorgogliante e aveva svuotato il boccale di birra.  Sono come dei beb indifesi. Guardali. Sono
cos carini.
 Nella loro tenuta da beb,  avevo aggiunto.  Quindi il motto della tua vita : Lasciate che i
bambini vengano a me?
 Ehm...  aveva risposto girando la testa e guardandomi con un ampio sorriso.  Forse lo
diventer.
Ed eravamo scoppiati a ridere. Una risata squillante e liberatoria.
Non mi ricordo il risultato esatto della partita. Anzi, s: un bacio fuori da un severo pensionato
in mattoni per sole ragazze a Shepherd's Bush. E una notte solitaria, insonne, di sogni sfrenati a occhi
aperti.
Dieci giorni pi tardi la guardavo in volto al tremulo chiarore di una candela infilata in una
bottiglia sul suo comodino. Facemmo l'amore per la prima volta; lei tenne gli occhi chiusi, le si era
gonfiata una vena sulla fronte, sul suo viso si alternavano espressioni d'ira e dolore e i suoi fianchi si
agitavano freneticamente contro i miei. La stessa passione che avevo notato in lei quando il suo Qpr era
stato buttato fuori dalla League Cup. Pi tardi aveva detto di amare i miei capelli. Era una frase che mi
ero sentito ripetere spessissimo, eppure era come se la sentissi per la prima volta.
Dopo sei mesi avevo trovato il coraggio di confessarle che mio padre lavorava s in diplomazia,
ma ci non significava necessariamente che fosse un diplomatico.
 Chauffeur,  aveva ripetuto attirando la mia testa a s e baciandola.  Significa che potr
prendere in prestito la limousine dell'ambasciatore per le nostre nozze?
Non avevo risposto, per la primavera successiva ci eravamo sposati con sfarzo, ma non in
pompa magna, nella St Patrick's Church a Hammersmith. L'assenza di pompa si doveva al fatto che
ero riuscito a convincere Diana a optare per una cerimonia intima, senza parenti e amici. Senza mio
padre. Solo noi due, puri e innocenti. Lei aveva conferito alla cerimonia tutto lo sfarzo di cui avevamo
bisogno, splendeva come due soli e una luna. Per puro caso, il Qpr fu promosso in prima divisione
quello stesso pomeriggio, e il taxi ci riaccompagn all'appartamentino di lei in Shepherd's Bush
aprendosi a fatica un varco in un corteo festante di bandiere e gagliardetti simili a lecca-lecca. Ovunque
gioia e felicit. Era stato solo quando ci eravamo trasferiti a Oslo che Diana aveva parlato per la prima
volta di bambini.
Guardai l'orologio. Ove avrebbe gi dovuto essere l. Alzai lo sguardo sullo specchio dall'altra
parte del bar, incontrando gli occhi di una delle donne platinate. I nostri sguardi s'incrociarono
abbastanza a lungo da lasciar spazio a qualche equivoco, se solo avessimo voluto. Porno-attraente, il
chirurgo aveva fatto un buon lavoro. Ma io non volevo, e quindi smisi di fissarla. Era proprio cos che
era iniziata la mia unica, vergognosa scappatella: con uno sguardo che aveva indugiato troppo a lungo.
Il primo atto si era svolto in galleria. Il secondo da Sushi & Coffee. Il terzo in un appartamentino in
Eilert Sundts gate. Ma Lotte era un capitolo ormai chiuso, e una cosa del genere non si sarebbe ripetuta
mai, mai pi. I miei occhi continuarono a ispezionare il locale e si arrestarono.
Ove era seduto al tavolino vicino alla porta d'ingresso. Apparentemente stava leggendo il
Dagens Nringsliv. Una trovata piuttosto comica. Non solo Ove Kjikerud non seguiva affatto
l'andamento dei corsi azionari e ci che succedeva nella cosiddetta societ, ma sapeva a malapena
leggere. E scrivere. Mi ricordavo ancora la lettera di presentazione con cui si era candidato per la
posizione di capo della security, conteneva un tal numero di errori di ortografia che ero scoppiato a
ridere.
Scesi dallo sgabello e mi diressi verso il tavolino a cui era seduto. Aveva piegato il Dagens
Nringsliv, e feci un cenno all'indirizzo del giornale. Sorrise fugacemente per indicare che potevo
prenderlo. Tornai al mio posto senza dire una parola. Un minuto pi tardi udii la porta del locale che si
apriva, e quando guardai di nuovo nello specchio, Ove Kjikerud era scomparso. Sfogliai le pagine dei
titoli, richiusi con discrezione la mano intorno alla chiave che vi era nascosta e la riposi nella tasca
della giacca.
Quando tornai in ufficio, trovai sei sms sul cellulare. Ne cancellai cinque senza leggerli e aprii
quello di Diana:
Ricordati il vernissage di stasera, amore. Sei la mia mascotte portafortuna.
Aveva aggiunto uno smiley con gli occhiali da sole, una delle finezze del telefono Prada che le
avevo regalato l'estate precedente in occasione del suo trentaduesimo compleanno.
 Proprio quello che volevo!  aveva esclamato quando aveva aperto il regalo. Ma tutti e due
sapevamo bene qual era il suo vero desiderio. Qualcosa che io non intendevo darle. Tuttavia aveva
mentito e mi aveva baciato. Che cosa si pu chiedere di pi a una donna?
Capitolo 3
Vernissage
Un metro e sessantotto. Non mi serve uno strizzacervelli per capire che con una statura del
genere si cercano delle compensazioni, che la bassa statura  una forza propulsiva a volere il successo.
Una percentuale elevatissima delle pi importanti opere realizzate al mondo  stata creata da uomini
bassi. Abbiamo conquistato imperi, avuto idee geniali, sedotto le star pi affascinanti, in breve siamo
sempre stati alla ricerca del pi alto trampolino di lancio. Diversi idioti hanno fatto la brillante scoperta
che i ciechi sono ottimi musicisti e che alcuni autistici sanno calcolare a mente le radici quadrate, e
hanno quindi tratto la conclusione che ogni handicap  una specie di benedizione. In primo luogo si
tratta di una grandissima stronzata. In secondo luogo non sono un nano, sono solo un po' pi basso del
normale. In terzo luogo oltre il settanta per cento degli uomini che ricoprono posizioni dirigenziali
hanno una statura al di sopra della media nei rispettivi paesi. L'altezza ha anche una correlazione
positiva con l'intelligenza, il reddito e i sondaggi sulla popolarit. Quando assumo qualcuno per una
posizione manageriale, l'altezza  uno dei miei principali criteri. Incute rispetto, ispira fiducia e
autorit. Gli uomini alti sono visibili, non possono nascondersi, sono signori dai quali il vento ha
spazzato via ogni impurit, devono assumersi la responsabilit di ci che sono. Gli uomini piccoli, per
contro, si muovono negli abissi, hanno secondi fini, un'agenda incentrata sulla loro bassa statura.
So benissimo che queste sono considerazioni idiote, tuttavia quando seleziono un candidato per
un lavoro non lo scelgo tanto perch  il migliore, quanto perch sar quello prescelto dal cliente a cui
offro una testa abbastanza intelligente sul corpo che desidera. Il cliente non  cos qualificato da poter
esprimere un giudizio sul valore del candidato, mentre pu giudicarne l'aspetto fisico. Proprio come i
presunti conoscitori d'arte, ricchi sfondati, che frequentano i vernissage di Diana; non possiedono le
competenze necessarie per poter esprimere un parere sui quadri, ma sono in grado di leggere la firma
dell'artista. Il mondo  pieno di gente disposta a sborsare somme folli per quadri pessimi di ottimi
artisti. E per teste discrete su persone alte.
Alla guida della mia nuova Volvo S80 m'inerpicai per i tornanti che conducevano alla nostra
nuova casa a Voksenkollen, bellissima, anche se troppo costosa. L'avevo comprata perch sul volto di
Diana, quando eravamo andati a vederla, era comparsa quell'espressione sofferente. Quel vaso
sanguigno sulla fronte, che in genere si dilatava quando facevamo l'amore, era diventato blu e aveva
preso a pulsare sopra gli occhi a mandorla. Lei aveva sistemato dietro l'orecchio destro le ciocche color
grano come per sentire meglio, come per scoprire se i suoi occhi dicevano il vero, e cio che quella era
proprio la casa che stava cercando. E senza che dicesse una sola parola, capii che era ci che
desiderava. E anche se vidi spegnersi la scintilla nei suoi occhi quando l'agente immobiliare ci rivel di
aver gi ricevuto un'offerta che superava di un milione e mezzo di corone il prezzo richiesto, non esitai
nemmeno un istante: dovevo comprargliela. Quello era l'unico regalo con cui potevo farmi perdonare
di averla convinta ad abortire. Non mi ricordo pi esattamente gli argomenti a favore dell'aborto cui
ero ricorso, ma nessuno di loro era stato quello vero. E cio che anche se eravamo in due in una villa di
oltre trecentoventi metri quadrati, non c'era posto per un figlio. Ovvero, non c'era posto per un figlio e
per me. Perch io conoscevo Diana. Lei, contrariamente a me, era perversamente monogama. Avrei
odiato quel bambino dal primo giorno. Invece le avevo offerto una nuova vita. Una casa. E una galleria.
Imboccai il vialetto che portava al garage. Il portone aveva riconosciuto l'auto da tempo e si era
alzato automaticamente. La Volvo entr nella fresca oscurit, il motore si spense e il portone si richiuse
dietro di me. Uscii dalla porta laterale e percorsi il vialetto lastricato che conduceva in casa. Era un
bellissimo edificio del 1937 progettato da Ove Bang, un funzionalista per cui l'estetica contava pi del
prezzo, e che quindi era una delle anime gemelle di Diana.
Avevo spesso accarezzato l'idea di vendere, di traslocare o di acquistare una casa un po' pi
piccola, pi normale, addirittura pi pratica. Ma tutte le volte in cui rientravo ed era come adesso, con il
sole al tramonto che metteva in risalto le sagome degli alberi, con i giochi di luce e ombra, con il bosco
che in autunno splendeva come l'oro rosso, mi rendevo conto che era impossibile. Che non sarei
riuscito a mettere un argine perch l'amavo, e quindi non potevo agire diversamente. Con tutte le
conseguenze del caso: la villa, la galleria spillasoldi, le costose dimostrazioni d'amore di cui lei non
aveva bisogno, e un tenore di vita superiore ai nostri mezzi. Tutto ci per alleviare il suo tormento.
Aprii la porta di casa, mi tolsi con un calcio le scarpe e disattivai l'allarme entro i venti secondi
che avevo a disposizione prima che iniziasse a suonare presso la centrale di Tripolis. Diana e io
avevamo discusso a lungo il codice prima di trovare un accordo. Lei avrebbe voluto che fosse
Damien ispirandosi al suo artista preferito, Damien Hirst, ma io sapevo che quello sarebbe stato il
nome che avrebbe dato al nostro bambino abortito, e avevo insistito perch fosse una sequenza casuale
di lettere e cifre impossibili da indovinare. E lei aveva ceduto. Come faceva sempre quando si arrivava
al muro contro muro. O quando la mia durezza si scontrava contro la sua arrendevolezza. Perch Diana
era malleabile. Non debole, ma morbida e flessibile come la creta, dove anche la pi piccola pressione
lascia il segno. La cosa strana era che pi era arrendevole, pi diventava forte. E io debole. Lei
giganteggiava su di me come un angelo immenso, una volta celeste intessuta di sensi di colpa, debiti e
coscienza sporca. Tutti i miei sforzi, tutte le mie teste-trofeo, i bonus che riuscivo a spuntare dalla sede
centrale di Stoccolma, non bastavano a farmi ottenere l'assoluzione.
Salii le scale fino al salotto e in cucina, mi tolsi la cravatta, aprii il frigorifero Sub-Zero e presi
una bottiglia di San Miguel. Non la solita Especial, ma la 1516, la birra extraleggera che Diana
preferiva perch prodotta con puro malto d'orzo. Dalla finestra della sala osservai il giardino, il garage
e i vicini. Oslo, il fiordo, lo Skagerrak, la Germania, il mondo. E mi resi conto di aver gi svuotato di
un fiato la bottiglia di birra.
Andai a prenderne un'altra al pianterreno prima di cambiarmi per il vernissage.
Quando passai davanti alla Stanza Proibita, notai che la porta era socchiusa. L'aprii e vidi
immediatamente che Diana aveva sistemato dei fiori freschi vicino alla minuscola figura di pietra che si
trovava sul tavolino basso, simile a un altare, sotto la finestra. Il tavolino era l'unico mobile della
stanza e la statuetta in pietra sembrava un monaco bambino con un sorriso da Buddha soddisfatto.
Vicino ai fiori c'erano delle scarpine minuscole da beb e un sonaglio giallo.
Entrai, bevvi un sorso di birra, mi accoccolai e passai le dita sul cranio lucido e liscio della
statuina di pietra. Era un mizuko jiz?, una figura che secondo la tradizione giapponese protegge i
bambini abortiti, detti anche mizuko, bambini d'acqua. L'avevo portato a casa da un viaggio a Toky?
dov'ero stato per una missione di lavoro fallimentare. Erano i primi mesi dopo l'aborto, quando Diana
era ancora a pezzi, e avevo pensato che forse avrebbe potuto esserle di conforto. L'inglese del
negoziante era troppo approssimativo perch capissi tutti i dettagli, ma secondo la concezione
giapponese l'anima del feto, dopo l'aborto, torna allo stato liquido originale, diventa un bambino
d'acqua. Il quale, se si aggiunge un po' di buddhismo in salsa giapponese, attende di rinascere. Nel
frattempo si effettuano i cosiddetti mizuko kuy?, forme rituali e sacrificali per proteggere l'anima del
figlio non nato e per difendere i genitori dalla vendetta del bambino d'acqua. Quest'ultima parte non
l'ho mai raccontata a Diana. All'inizio ero contento, avevo l'impressione che lei avesse trovato
conforto nella statuetta di pietra. Ma quando il suo jizo era diventato un'ossessione e lei aveva insistito
per tenerlo in camera da letto, mi ero trovato costretto a oppormi con fermezza, intimandole, da quel
momento in poi, di non pregare o fare sacrifici alla statuetta. Su questo punto per non ero stato
eccessivamente duro. Perch sapevo che avrei potuto perdere Diana. E non l'avrei sopportato.
Andai nel mio studio, accesi il pc, cercai in rete fin quando trovai una riproduzione ad alta
risoluzione della litografia Brosjen di Edvard Munch, conosciuta anche col titolo di Eva Mudocci.
Trecentocinquantamila corone sul mercato legale. Difficilmente pi di duecentomila sul mio.
Cinquanta per cento al ricettatore, venti per cento a Kjikerud. Ottantamila a me. Sempre le stesse
percentuali, insufficienti a giustificare un simile sbattimento, e ancor meno un simile rischio. La
litografia era in bianco e nero. Cinquantotto centimetri per quarantacinque. Delle giuste dimensioni per
essere inserita in un foglio A2. Ottantamila. Una somma insufficiente a saldare la successiva rata
trimestrale del mutuo. E assolutamente ridicola per tamponare la falla economica scavata dalla galleria
e che io avevo promesso al commercialista di ripianare entro novembre. Per qualche motivo i quadri
decenti si facevano sempre pi rari. L'ultimo, Modella sui tacchi di Sren Onsager, era stato venduto
pi di tre mesi prima e aveva fruttato solo sessantamila corone. Doveva succedere qualcosa, e al pi
presto. Il Qpr doveva segnare un gol fortunoso, infilare una palla all'incrocio dei pali che,
meritatamente o no, l'avrebbe spedito a Wembley. Erano cose che capitavano, mi avevano detto.
Sospirai e inviai Eva Mudocci allo stampatore.
Quella sera sarebbe stato servito dello champagne, quindi chiamai un taxi. Quando salii in auto,
dissi come sempre solo il nome della galleria. Era un modo di testare quanto fosse conosciuta. Ma,
come al solito, il taxista mi guard nello specchietto retrovisore con aria interrogativa.
 Erling Skjalgssons gate,  sospirai.
Diana e io avevamo discusso a lungo la location. Io avevo insistito soprattutto che la galleria si
trovasse sull'asse Skillebekk-Frogner, perch era l che stavano i clienti pi facoltosi e le altre gallerie
di un certo pregio. L'apertura di una nuova galleria in una zona diversa avrebbe potuto decretarne la
morte prematura. Diana aveva come modello la Serpentine Gallery a Hyde Park, Londra, e aveva
voluto a tutti costi che la galleria non si affacciasse su una delle grandi arterie del traffico come Bygdy
all o Gamle Drammensvei, ma su una strada tranquilla dove ci fosse spazio per la contemplazione.
Inoltre la collocazione un po' defilata ne avrebbe sottolineato l'esclusivit, lasciando intendere che era
per gli addetti ai lavori, per i conoscitori.
Mi ero dichiarato d'accordo, sperando cos che l'affitto fosse un po' meno rovinoso. Almeno fin
quando Diana non aveva aggiunto che a quel punto poteva affittare alcuni metri quadrati in pi dove
tenere i ricevimenti dopo i vernissage. Aveva gi visto dei locali liberi in Erling Skjalgssons gate che
erano perfetti per lo scopo, solamente un po' grandini. Ero io che avevo suggerito il nome; Galleri E.
E come Erling Skjalgssons gate. Il suo nome richiamava alla mente la galleria di maggior successo
della citt, la Galleri K., e speravo che i clienti cogliessero subito l'allusione, cio che anche noi ci
rivolgevamo alla clientela pi facoltosa, pi interessata alla qualit e pi cool.
Mi ero ben guardato dal far presente che la pronuncia del nome, in norvegese, suonava come
galleriet, la Galleria. Diana non amava le battute dozzinali.
Il contratto d'affitto era stato siglato, gli imponenti lavori di ristrutturazione erano stati avviati,
e la rovina finanziaria aveva avuto inizio.
Quando il taxi si ferm fuori dalla galleria, notai che sul marciapiede erano parcheggiate pi
Jaguar e Lexus del solito. Un buon segno, anche se poteva darsi che i loro proprietari stessero
partecipando al ricevimento di una delle vicine ambasciate, oppure a un party nella fortezza stile
Germania est della tycoon Celina Midelfart.
Quando entrai nei locali, udii in sottofondo musica ambient anni Ottanta in cui dominavano i
bassi. Di l a poco avrebbero fatto seguito le Variazioni Goldberg. Ero stato io a masterizzare il cd per
Diana.
C'era gi una buona affluenza di pubblico nonostante fossero solo le otto e mezza. Un ottimo
auspicio, di solito la clientela della Galleri E. non compariva prima delle nove e mezza. Diana mi aveva
spiegato che i vernissage sovraffollati venivano considerati volgari, che un'affluenza discreta conferiva
un'aura di esclusivit. In base alla mia esperienza, per, pi persone c'erano, pi quadri si vendevano.
Feci cenni di saluto a destra e a manca, non ricambiati, e mi diressi verso il bancone mobile del bar. Il
barista fisso di Diana, Nick, mi porse una coppa di champagne.
 Costoso?  gli chiesi mentre sorseggiavo le bollicine amare.
 Seicento,  rispose Nick.
 Speriamo di vendere un bel po' di quadri,  commentai.  Chi  l'artista?
 Atle Nrum.
 Nick, so bene chi espone, mi chiedevo solo che faccia ha.
  quello l in fondo . Nick, con la testa dalla capigliatura color ebano, fece un cenno verso
destra.  Di fianco a tua moglie.
Notai solamente che l'artista era un tipo tarchiato con la barba. Il resto della mia attenzione fu
calamitato da Diana.
Indossava un paio di pantaloni bianchi di pelle che aderivano alle sue gambe lunghe e affusolate
e che la facevano sembrare ancora pi alta di quanto non fosse in realt. I capelli a caschetto e la
frangia dritta le incorniciavano il volto, facendola assomigliare ancora di pi a qualche personaggio di
un manga giapponese. La camicia morbida di seta aveva riflessi perlacei alla luce dei faretti, le
accarezzava le spalle strette e muscolose e i seni che, di profilo, disegnavano due onde perfette. Mio
Dio, come sarebbe stata bene con gli orecchini di diamanti!
Distolsi a fatica lo sguardo da mia moglie e osservai il resto del locale. Il pubblico era fermo
davanti ai quadri e conversava amabilmente. Era quello di sempre. Uomini che lavoravano in ambito
finanziario, ricchi e di successo (in giacca e cravatta), e personaggi famosi (abito e t-shirt di qualche
stilista) del genere giusto, ovvero celebri perch hanno combinato qualcosa d'importante nella vita. Le
donne (con vestiti firmati) erano attrici, scrittici o attive in politica. E poi ovviamente c'era un gruppo
di giovani artisti, definiti promettenti e presumibilmente spiantati, un po' ribelli (jeans bucati, t-shirt
con slogan) che io tra me e me chiamavo quelli del Qpr. Quando, all'inizio, avevo arricciato il naso
vedendoli sull'elenco degli invitati, Diana mi aveva spiegato che ai vernissage serviva un po' di pepe,
un po' di vita, qualcuno che fosse un po' pi trasgressivo dei mecenati, di chi investiva in opere d'arte
solo per far soldi oppure era l esclusivamente per coltivare la propria immagine intellettuale.
Comprensibile, anche se io sapevo che quella gentaglia si trovava l perch aveva chiesto gentilmente a
Diana di essere invitata. E anche se lei era cosciente del motivo per cui quegli artisti da strapazzo
venivano ai vernissage  trovare acquirenti per le loro opere , era risaputo che non riusciva mai a dire
di no a chi le chiedeva un favore. Notai che la maggior parte delle persone, soprattutto gli uomini, le
gettavano regolarmente occhiate furtive. Era inevitabile. Diana era molto pi raffinata di ogni loro
possibile conquista. Che lei fosse la pi raffinata non era un'ipotesi, ma un fatto logico e
incontrovertibile. Ed era mia. Quanto fosse invece incontrovertibile il fatto che mi appartenesse era un
punto che non intendevo approfondire. Per il momento, mi tranquillizzava il pensiero che Diana
sembrava essere perennemente cieca.
Contai gli uomini con la cravatta. Di solito erano loro a comprare. Il prezzo al metro quadro
delle opere di Nrum si aggirava al momento intorno alle cinquantamila corone. Con una commissione
del cinquantacinque per cento alla galleria, quella serata avrebbe potuto diventare facilmente redditizia.
Detto fuori dai denti, speravo tanto che lo fosse, perch Nrum esponeva di rado.
Adesso il pubblico stava entrando nel salone e io dovetti spostarmi in modo che avesse accesso
al vassoio con lo champagne.
Mi avvicinai a mia moglie e a Nrum per dire all'artista che lo ammiravo incondizionatamente.
Un'esagerazione, ovvio, ma non una vera e proprio bugia: che fosse in gamba era indiscutibile. Ma
mentre stavo per porgergli la mano, si frappose tra di noi un tipo sputacchiante, forse un suo
conoscente, che lo trascin verso una donna un po' brilla e con l'evidente necessit di fare pip.
 Mi sembra che stia andando bene,  dissi affiancando Diana.
 Ciao, amore . Mi sorrise prima di far cenno alle gemelle di passare ancora una volta tra gli
ospiti con il finger food. Il sushi ormai era fuori moda, e io avevo suggerito il nuovo catering algerino,
con piatti nordafricani di ispirazione francese, molto hot in tutti i sensi. Notai invece che i piatti
venivano di nuovo da Bagatelle. Per l'amor di Dio, niente da dire sulla qualit, ma erano tre volte pi
cari.
 Ho buone notizie per te, caro,  mi disse Diana prendendomi per mano.  Ti ricordi quella
posizione vacante nell'azienda di Horten di cui mi hai parlato?
 Pathfinder. Embe'?
 Ho trovato il candidato ideale.
La guardai con un certo stupore. Visto che ero un headhunter, di tanto in tanto sfruttavo il suo
portafoglio clienti e la sua cerchia di conoscenti, di cui facevano parte molti top manager. E senza
scrupoli eccessivi, visto che dopo tutto ero io a finanziare quel buco nero. Ci che era insolito invece
era che fosse la stessa Diana a proporre uno specifico candidato per una specifica posizione.
Lei mi prese sottobraccio, mi venne ancora pi vicino e sussurr:  Si chiama Clas Greve. Padre
olandese, madre norvegese. O il contrario. Comunque sia, ha smesso di lavorare tre mesi fa e si 
appena trasferito in Norvegia per ristrutturare un appartamento che ha ricevuto in eredit. A Rotterdam,
era l'amministratore delegato di una delle pi importanti aziende in Europa nel settore delle tecnologie
Gps. Ne  stato il comproprietario fin quando  stata rilevata dagli americani in primavera.
 Rotterdam,  dissi bevendo un sorso di champagne.  Come si chiama l'azienda?
 Hote.
Lo champagne mi and quasi di traverso.  Hote? Ne sei sicura?
 Direi di s.
 E uno cos greve era l'amministratore delegato? Proprio l'amministratore delegato?
 Guarda che lui  Greve solo di cognome, non certo di fatto...
 Era solo una battuta. Per caso hai il suo numero di telefono?
 No.
Emisi un gemito. Hote. Pathfinder aveva citato quella azienda come il proprio modello in
Europa. Hote era stata, come Pathfinder in quel momento, una piccola azienda tecnologica che si era
specializzata nella fornitura di tecnologia Gps all'industria degli armamenti in Europa. Un loro ex
amministratore delegato sarebbe stato perfetto. E non c'era tempo da perdere. Tutte le agenzie di
selezione del personale sostengono di accettare solamente gli incarichi su cui hanno l'esclusiva perch
 la premessa per poter lavorare in modo serio e sistematico. Ma quando la carota  grossa e abbastanza
arancione e quando lo stipendio annuo lordo inizia a essere nell'ordine di una somma a sette cifre, tutti
i princip vanno a farsi friggere. E la posizione di amministratore delegato a Pathfinder era molto
grossa, molto arancione e molto ambita dalla concorrenza. L'incarico era stato affidato a tre agenzie di
selezione del personale, Alfa, Isco e Korn/Ferry International. Tre delle migliori. Quindi c'era molto di
pi sul piatto che una grossa quantit di denaro. Quando lavoriamo con la formula no cure, no pay,
all'inizio otteniamo una somma a forfait per coprire i costi e una somma aggiuntiva se i candidati
presentati hanno le caratteristiche richieste dal cliente. La parte pi consistente dell'importo viene per
versata soltanto se il candidato proposto viene effettivamente assunto. Si trattava di una cifra
considerevole, ma la posta in gioco in realt, in realt, era un'altra, ed era molto semplice: io volevo
vincere. Essere il migliore degli headhunter. Avere le scarpe col rialzo.
Mi sporsi verso Diana.  Senti, cara,  molto importante. Non hai proprio idea di come possa
rintracciarlo?
Fece una risata soffocata.  Sei cos carino quando ti agiti, tesoro.
 Sai dove...
 Naturalmente.
 Dove, dove?
  l . Indic qualcuno. Davanti a un quadro espressionista di Nrum che raffigurava un
uomo sanguinante con un cappuccio bondage, scorsi una figura slanciata, eretta, elegante. Il suo cranio
lucido e abbronzato rifletteva la luce dei faretti. Sulle tempie aveva vene nodose, in rilievo. Indossava
un abito dal taglio sartoriale, probabilmente confezionato a Savile Row. Camicia, ma niente cravatta. 
Vuoi che vada a prenderlo, tesoro?
Annuii e la seguii con lo sguardo. Mi preparai. Notai l'inchino cerimonioso dell'uomo quando
Diana si rivolse a lui, indicandomi. Li vidi venirmi incontro. Sorrisi, ma non troppo apertamente, tesi la
mano poco prima che mi fosse davanti, ma non troppo presto. Con tutto il corpo mi rivolsi verso di lui
e lo fissai dritto negli occhi. Settantotto per cento.
 Roger Brown, lieto di conoscerla . Pronunciai nome e cognome all'inglese.
 Clas Greve, onoratissimo.
La frase di saluto, cos formale, era piuttosto insolita, ma il suo norvegese era pressoch
impeccabile. La stretta di mano era calda, asciutta, salda senza essere eccessiva, della durata
consigliata: tre secondi. Lo sguardo era tranquillo, curioso, attento, il sorriso amichevole, ma senza
forzature. L'unica pecca era la statura; non era cos alto come avevo sperato. Di sicuro meno di un
metro e ottanta, un po' deludente se si pensa che gli olandesi, secondo gli standard antropometrici, con
i loro centottantatre-virgola-quattro centimetri di media sono gli uomini pi alti del mondo.
Si ud un accordo di chitarra, quasi sicuramente un'undicesima di sol estesa per 4/4, l'accordo
di apertura di A Hard Day's Night dei Beatles, brano tratto dall'album omonimo e uscito nel 1964. Lo
sapevo perch ero stato io a inserirla come suoneria nel cellulare di Prada che avevo regalato a Diana.
Mia moglie accost all'orecchio quell'oggetto sottile e raffinato, fece un cenno di scusa e si allontan.
 Sbaglio, o lei si  appena trasferito a Oslo, signor Greve?  Tra l'uso del lei e del signore
mi sembrava di essere il protagonista di una vecchia commedia radiofonica, ma quando si presenta
l'argomentario di vendita  importante adeguarsi ed essere umili. Da l a poco sarebbe avvenuta la
metamorfosi.
 Ho ereditato l'appartamento di mia nonna in Oscars gate.  rimasto vuoto per un paio d'anni e
ha bisogno di essere ristrutturato.
 Ah s?
Alzai le sopracciglia sorridendo, con aria curiosa, ma non insistente. Se conosceva e seguiva i
codici sociali, adesso avrebbe fornito una risposta un po' pi esaustiva.
 S,  rispose Greve.   un piacevole diversivo dopo molti anni di duro lavoro.
Non vidi alcun motivo per non giungere subito al dunque.  In Hote, a quanto ne so.
Mi guard con un certo stupore.  Conosce l'azienda?
 L'agenzia di selezione del personale per cui lavoro ha tra i suoi clienti un concorrente di Hote,
Pathfinder. Ne ha sentito parlare?
 Qualche volta. Ha sede a Horten, se non sbaglio. Societ piccola ma di successo, non  vero?
 Mi sa che  cresciuta parecchio nei mesi in cui  stato fuori dal giro.
 Le cose cambiano rapidamente nel settore dei Gps,  aggiunse Greve rigirando la coppa di
champagne che teneva in mano.  Tutti pensano solo a espandersi, il motto  crescere o morire.
 Me ne sono reso conto. Forse  per questo motivo che Hote  stata comprata?
Greve sorrise, e intorno agli occhi azzurro chiaro, sulla pelle abbronzata, si disegn
un'affascinante raggera di rughe.  Il modo pi veloce per crescere, come tutti sanno,  effettuare delle
acquisizioni. Gli esperti sostengono che nei prossimi due anni sopravvivranno solo le cinque principali
aziende che vendono sistemi Gps.
 Sbaglio, o lei non la pensa cos?
 Secondo me, l'innovazione e la flessibilit sono i criteri di sopravvivenza pi importanti. E fin
quando ci sono i finanziamenti, le piccole aziende sono quelle in grado di cambiar marcia pi
rapidamente, fattore che conta pi delle dimensioni. Quindi, anche se devo ammettere che
l'acquisizione di Hote ha fatto di me un uomo ricco, prima mi sono opposto alla sua vendita, poi mi
sono licenziato. Non vado molto d'accordo con il pensiero dominante...  Di nuovo quel sorriso
improvviso che addolciva il viso duro, ma ben curato.  Pu darsi per che in questo momento stia
parlando il vecchio guerrigliero che c' in me. Cosa ne pensi?
Era passato al tu. Buon segno.
 So solo che quelli di Pathfinder sono alla ricerca di un nuovo capo,  dissi facendo cenno a
Nick di servirci altro champagne.  Uno in grado di resistere alle proposte di buyout provenienti
dall'estero.
 Veramente?
 E a me sembra che tu possa essere un candidato molto interessante. Cosa ne dici?
Greve rise. Aveva una risata simpatica.  Mi spiace, Roger, ma ho un appartamento da
ristrutturare che mi attende.
Era passato al nome di battesimo.
 Non volevo sapere se il lavoro potrebbe interessarti, Clas, ma solo se hai voglia di scambiare
quattro chiacchiere sull'argomento.
 Tu non hai visto l'appartamento, Roger.  vecchio. Ed  enorme. Ieri ho scoperto una nuova
stanza dietro la cucina.
Lo fissai. Non era solo merito di Savile Row se l'abito gli calzava cos a pennello, ma anche del
fisico perfettamente allenato. No, non perfettamente allenato, era totalmente allenato. Non rientrava nel
genere superpalestrato, ma possedeva quella forza muscolare che si rivela in modo discreto se si
osservano i vasi sanguigni del collo, la postura, la bassa frequenza cardiaca, i capillari blu d'ossigeno
sul dorso delle mani. E s'intuiva la tonicit dei muscoli sotto la stoffa dell'abito. Adrenalina, pensai. Un
concentrato di adrenalina. Avevo gi deciso: volevo quella testa.
 Ti interessa l'arte, Clas?  gli chiesi porgendogli uno dei bicchieri che mi aveva portato Nick.
 S e no. Mi piace l'arte che trasmette qualcosa. Ma la maggior parte delle opere in
circolazione millantano una bellezza o una verit che non c'. Forse c' un'intenzione, ma manca il
talento comunicativo. Se non vedo n verit n bellezza vuol dire che non ci sono, fine del discorso. Un
artista che sostiene di essere incompreso  quasi sempre un artista mediocre che purtroppo  stato
compreso.
 Allora la vediamo allo stesso modo,  dissi alzando il bicchiere.
 In genere sono indulgente verso la mancanza di talento, probabilmente perch io stesso ne
possiedo cos poco,  aggiunse Greve inumidendosi appena le labbra sottili con lo champagne.  Ma
verso gli artisti non lo sono affatto. Noi privi di talento li paghiamo profumatamente perch siano
creativi al posto nostro. Mi sembra equo, nulla da eccepire. Ma a questo punto, devono raggiungere
livelli eccelsi!
Sapevo che i risultati dei test e dei colloqui approfonditi avrebbero solo confermato ci che
avevo intuito fin dal primo istante. Quello era il mio uomo. Anche se Isco o Mercuri Urval avessero
avuto due anni a disposizione, non sarebbero riusciti a trovare un candidato altrettanto perfetto.
 Sai cosa, Clas? Dobbiamo proprio fare due chiacchiere, io e te. Diana ha cos insistito . Gli
porsi il mio biglietto da visita. Non riportava n indirizzo, n numero di fax o sito web, solo il mio
nome, il mio numero di cellulare e Alfa a lettere minuscole in un angolo.
 Come dicevo...  continu Greve guardando il cartoncino.
 Senti,  lo interruppi.  Nessuno che abbia un briciolo d'intelligenza disubbidisce a Diana.
Non so di cosa parleremo, probabilmente d'arte. Oppure del futuro. O ancora della ristrutturazione del
tuo appartamento; a proposito, conosco alcuni ottimi artigiani non troppo costosi. Comunque dobbiamo
rivederci. Cosa ne dici di domani alle tre?
Greve mi sorrise in silenzio per un po'. Poi si accarezz il mento con la mano magra.  Credevo
che i biglietti da visita fossero stati inventati per fornire a chi li riceve le coordinate per una visita.
Cercai la mia penna Conklin e scrissi l'indirizzo dell'ufficio sul retro del cartoncino, che vidi
poi scomparire nella tasca della giacca del mio interlocutore.
 Non vedo l'ora di parlare con te, Roger, ma adesso devo andare a casa e prepararmi
psicologicamente a fare una sfuriata in polacco ai falegnami. Salutami la tua affascinante signora .
Greve fece un rigido inchino, quasi militare, gir sui tacchi e si diresse verso la porta.
Diana mi raggiunse mentre lo seguivo con lo sguardo.  Com' andata, tesoro?
 Un esemplare magnifico. Guarda come cammina. Sembra un felino. Perfetto.
 Vuoi dire che...
  riuscito persino a far finta di non essere interessato a quel lavoro. Mio Dio, voglio avere la
sua testa appesa al muro, impagliata e con le fauci spalancate.
Diana batt le mani con gioia come una bambina.
 Quindi ti sono stata utile? Ti sono stata davvero utile?
Mi raddrizzai e le cinsi le spalle con un braccio. Il locale era volgarmente, meravigliosamente
pieno.  Ti proclamo solennemente headhunter, fiorellino. Come stanno andando le vendite?
 Stasera non vendiamo. Non te l'ho detto?
Per un istante sperai di aver capito male.   solo... una mostra?
 Atle non voleva privarsi dei quadri . Sorrise quasi a scusarsi.
 Lo capisco. Anche tu non vorresti perdere qualcosa di cos bello, non  vero?
Chiusi gli occhi e inghiottii. Meglio non essere troppo duro, mi dissi.
 Pensi che sia stata un'idea stupida, Roger?  Udii lo sconcerto nella sua voce e me stesso
rispondere:
 Nient'affatto.
Avvertii quindi le sue labbra sulla guancia.  Sei cos gentile, amore. E poi possiamo sempre
vendere pi avanti. Serve a costruire la nostra immagine e a darci un'aura di esclusivit. L'hai detto tu
che  importantissimo.
Mi costrinsi a sorridere.  Certo, amore. L'esclusivit  importante.
S'illumin.  E poi sai cosa? Ho chiamato un dee-jay per il ricevimento! Il dee-jay di Bl,
quello che ti piace cos tanto perch mette la musica soul anni Settanta migliore della citt...  Batt le
mani, mentre sentivo che il mio sorriso si staccava dal volto, cadeva e s'infrangeva in mille pezzi sul
pavimento. Tuttavia, nell'immagine riflessa dalla coppa di champagne in mano a Diana appariva
ancora al suo posto. L'undicesima di sol estesa per 4/4 di John Lennon risuon un'altra volta e lei si
mise a cercare il cellulare nella tasca dei pantaloni. La studiai mentre si allontanava, gorgheggiando
con qualcuno che le stava chiedendo se potesse venire al ricevimento.
 Certo che siete i benvenuti, Mia! Nessun problema, porta pure la piccola. La puoi cambiare
nel mio ufficio. A noi piacciono gli strilli, ravvivano l'atmosfera! Per mi devi promettere che me la
farai prendere in braccio!
Mio Dio, quanto amavo quella donna.
Il mio sguardo scivol nuovamente sugli ospiti. E si ferm all'improvviso su un volto
minuscolo, pallido. Avrebbe potuto essere lei. Lotte. I medesimi occhi malinconici che avevo visto l
per la prima volta. Non era lei. Era ormai un capitolo chiuso. Ma la sua immagine mi perseguit come
un cane randagio per il resto della serata.
Capitolo 4
Annessione
 Sei in ritardo,  mi disse Ferdinand quando arrivai in ufficio.  E sei anche sbronzo.
 Togli i piedi dal tavolo,  gli intimai facendo il giro della scrivania, quindi accesi il pc e tirai
le tende. La luce risult meno accecante e mi tolsi gli occhiali da sole.
 Vuol dire che il vernissage  andato bene?  chiese Ferdinand con quel tono lamentoso che
raggiunge direttamente il centro del dolore nel cervello.
 Hanno ballato sui tavoli,  risposi guardando l'orologio. Nove e mezza.
 Perch le feste migliori sono sempre quelle a cui non si  invitati?  sbuff Ferdinand.  C'era
qualche faccia nota?
 Intendi dire qualcuno che conosci anche tu?
 Qualche celebrit, spiritosone . Rote il polso con aria vezzosa. Avevo deciso da tempo che
non valeva la pena di irritarsi per i suoi tentativi di sembrare un personaggio da rivista.
 S, c'era qualche personaggio famoso,  risposi.
 Ari Behn?
 No. Oggi a mezzogiorno hai appuntamento con Lander e il cliente, giusto?
 S. C'era Hank von Helvete? Vendela Kirsebom?
 Via di qua, devo lavorare.
Ferdinand assunse un'aria offesa, ma fece come gli avevo detto. Mentre chiudeva la porta,
avevo gi inserito in Google il nome di Clas Greve. Alcuni minuti pi tardi sapevo che era stato
comproprietario di Hote per sei anni  fin quando l'azienda era stata comprata , che aveva alle spalle
un matrimonio con una fotomodella belga e che nel 1985 era stato campione militare di pentathlon in
Olanda. Fui sinceramente stupito di non trovare altre informazioni. Comunque non c'era da
preoccuparsi, quello stesso pomeriggio, alle cinque, avrei utilizzato una versione soft di Inbau, Reid e
Buckley e avrei scoperto tutto ci che mi serviva.
Prima, per, dovevo sbrigare un lavoretto. Un'annessione mai cos insignificante. Mi appoggiai
allo schienale e chiusi gli occhi. Adoravo la tensione mentre agivo, ma odiavo l'attesa. Gi adesso il
cuore mi batteva pi forte del solito. Nella mia mente s'insinu un pensiero: che bello se il cuore si
fosse messo a martellarmi in petto ancora pi forte per via di qualcos'altro. Ottantamila. Non una gran
cifra, a dispetto delle apparenze. Una somma meno redditizia nelle mie tasche di quanto non lo fosse in
quelle di Ove Kjikerud. A volte invidiavo la sua vita senza complicazioni, in totale solitudine. Quando
l'avevo intervistato per la posizione di capo della security mi ero per l'appunto accertato come prima
cosa che non avesse troppe orecchie indiscrete attorno. Come avevo capito che era l'uomo che faceva
al caso mio? Innanzitutto per via del suo strano atteggiamento difensivo-aggressivo. E poi per il modo
in cui aveva parato le mie domande, tipico di chi conosce la tecnica degli interrogatori. Ero quindi
rimasto molto stupito quando, controllando la sua fedina penale, avevo scoperto che non c'erano
condanne a suo carico. Allora avevo telefonato a un'informatrice presente sul nostro libro paga
ufficioso. Grazie al suo lavoro, poteva aver accesso al Sansak, l'archivio di riabilitazione della
polizia norvegese in cui, a differenza di quanto lascia intendere la definizione, i nomi dei sospetti usciti
su cauzione rimangono registrati a vita. E lei mi aveva confermato che in realt avevo visto giusto; Ove
Kjikerud era stato interrogato cos tante volte dalla polizia da conoscere ormai quasi a memoria la
tecnica in nove fasi. Tuttavia non era mai stato condannato per alcun reato, a riprova che non era un
idiota, ma solo fortemente dislessico.
Kjikerud era piuttosto tarchiato, e come me aveva capelli neri e folti. L'avevo convinto a
tagliarseli prima che iniziasse a lavorare come capo della security: nessuno, gli avevo spiegato, si fida
di un tipo che sembra un roadie di una band heavy metal ormai in pensione. Non avevo per potuto far
niente per i denti ingialliti dal consumo di snus svedese o per la faccia, una pala da remo oblunga con la
mandibola sporgente che, ogni tanto, dava l'impressione di poter schizzare in aria come una molla e
afferrare gli oggetti con i denti macchiati, un po' come fa la straordinaria creatura di Alien. Sarebbe
stato pretendere troppo da una persona con le ambizioni limitate di Kjikerud. Pigro, ma interessato ad
arricchirsi. E quindi i suoi desideri e il suo io continuavano a essere profondamente inconciliabili: da
un lato era un collezionista d'armi criminale con una predisposizione alla violenza, dall'altro sperava di
vivere una vita pacifica e tranquilla. Desiderava, quasi elemosinava la compagnia degli amici, ma era
come se la gente intuisse che in lui c'era qualcosa di strano e si tenesse alla larga. Come se non
bastasse, Ove era un autentico, inguaribile, romantico deluso che ormai cercava l'amore tra le
prostitute. In quel momento era innamorato senza speranza di una puttana russa gran lavoratrice di
nome Natasha, che si rifiutava di tradire nonostante lei, per quanto ne sapessi, non nutrisse alcun
interesse nei suoi confronti. Ove Kjikerud era una mina vagante, uno privo di ormeggi, di volont
propria o di energia vitale, che si lasciava trascinare dalla corrente verso l'inevitabile disastro.
Solamente qualcuno che gli gettasse una corda e che desse alla sua vita una direzione e un significato
avrebbe potuto salvarlo. Qualcuno come me, insomma, in grado di assumere come capo della security
un giovane cordiale, un indefesso lavoratore senza precedenti penali. Il resto era stato un gioco da
ragazzi.
Spensi il pc e uscii dall'ufficio.
 Torno tra un'ora, Ida.
Mentre scendevo le scale mi resi conto di averla chiamata col nome sbagliato. Adesso ero certo
che fosse Oda.
A mezzogiorno mi fermai nel parcheggio di un supermercato che, stando al mio Gps, si trovava
esattamente a trecento metri dalla casa di Lander. Il Gps era un regalo di Pathfinder, probabilmente una
specie di premio di consolazione nel caso in cui non fossimo riusciti a trovare il nuovo amministratore
delegato e avessimo cos perso la competizione. Quelli dell'azienda mi avevano anche fatto un breve
corso introduttivo sulla tecnologia Gps, ovvero Global Positioning System, e mi avevano spiegato in
che modo una rete di ventiquattro satelliti in orbita intorno al pianeta riesca, grazie all'aiuto di segnali
radio e orologi atomici, a localizzare voi e il vostro trasmettitore Gps entro un raggio di tre metri,
ovunque vi troviate. Se il segnale viene captato da quattro satelliti o pi, pu indicare addirittura a che
altezza vi trovate, in altre parole se siete seduti a terra o appollaiati su un albero. L'intero sistema,
proprio come internet,  stato sviluppato dal dipartimento della Difesa americano, per dirigere
sull'obiettivo prescelto i missili Tomahawk, le bombe Pave Low e altri ordigni del genere. Quelli di
Pathfinder avevano poi accennato, in modo piuttosto esplicito, al fatto di aver sviluppato trasmettitori
che avevano accesso a stazioni di terra Gps di cui nessuno era a conoscenza  una rete che funzionava
in qualsiasi condizione atmosferica  e che erano in grado di penetrare i muri spessi delle case. Il
presidente di Pathfinder mi aveva anche detto che per far funzionare un sistema Gps si doveva tenere
presente, in sede di calcolo, che un secondo sulla Terra non corrisponde a un secondo di un satellite che
viaggia alla massima velocit nello spazio, che l il tempo  distorto, s'invecchia molto pi lentamente.
I satelliti erano una dimostrazione lampante della teoria della relativit di Einstein.
Parcheggiai la mia Volvo a fianco di modelli altrettanto costosi e spensi il motore. Nessuno
avrebbe notato la mia macchina. Tolsi la cartelletta nera e m'incamminai per la salita che conduceva
alla casa di Lander. Avevo lasciato la giacca in auto e indossato una tuta senza marchi o loghi. Mi ero
infilato i capelli sotto un copricapo, e nessuno avrebbe trovato strani i miei occhiali da sole, visto che
quel giorno Oslo era benedetta da uno di quei magnifici cieli autunnali cos frequenti nella capitale.
Abbassai comunque lo sguardo quando incontrai una delle ragazze filippine che lavorano in quel
quartiere come baby-sitter per i ricchi residenti. La viuzza in cui abitava Lander era invece deserta. Il
sole illuminava le finestre panoramiche. Controllai l'ora sul Breitling Airwolf che Diana mi aveva
regalato per il mio trentacinquesimo compleanno. Erano le dodici e sei minuti, ovvero erano trascorsi
esattamente sei minuti da quando era stato disattivato l'allarme in casa di Jeremias Lander.
L'operazione era stata compiuta in perfetto silenzio su un pc nella sala operativa della societ di
security utilizzando una tecnica che consentiva di entrare nel sistema da remoto ed evitava che
l'interruzione fosse riportata sul registro informatico in cui venivano segnalate le interruzioni di
sistema e quelle di corrente. Il giorno in cui avevo assunto il capo della security di Tripolis ero stato
davvero baciato dalla fortuna.
Entrai per la porta principale e udii il cinguettio degli uccelli e l'abbaiare dei cani da caccia in
lontananza. Durante il colloquio Lander aveva detto che in casa non c'erano domestici n la moglie o i
figli, e di non possedere un cane. Per non si poteva mai esser sicuri al cento per cento. In genere tento
di avere un margine di certezza del novantanove virgola cinque per cento, e supplisco al mezzo punto
mancante con una scarica di adrenalina. In questo modo vista, udito e olfatto migliorano.
Tirai fuori la chiave che avevo ricevuto da Ove da Sushi & Coffee, la chiave di riserva che tutti i
clienti dovevano depositare da Tripolis in caso di furto, incendio o difetto dell'impianto d'allarme
quand'erano in viaggio. Girai la chiave e udii il rumore di una serratura ben oliata.
Mi ritrovai all'interno. L'impianto d'allarme sul muro, mimetizzato con discrezione, dormiva
con i suoi spenti occhi di plastica. Infilai i guanti e li fissai con lo scotch alle maniche della tuta in
modo che non cadessero eventuali peli sul pavimento. Tirai gi fino alle orecchie la cuffia da piscina
che avevo messo sotto il cappellino, un accorgimento per non lasciare tracce di Dna. Una volta Ove mi
aveva chiesto se non avrei fatto prima a rasarmi il cranio.
Avevo rinunciato a spiegargli che i miei capelli, dopo Diana, erano l'ultima cosa dalla quale
intendevo separarmi.
Avevo parecchio tempo a disposizione, ma decisi comunque di percorrere in fretta il corridoio.
Sulla parete lungo la scala erano appesi i ritratti di quelli che probabilmente erano i figli di Lander. Non
riesco a capire che cosa spinge delle persone adulte a spendere soldi per versioni imbarazzanti e
lacrimose dei loro amati pargoletti eseguite da artisti da strapazzo. Che adorino veder arrossire gli
amici? La sala era arredata con mobili costosi ma noiosi, ad eccezione di una sedia rosso fiamma di
Pesche che sembrava una donna dal seno prosperoso e dalle gambe divaricate subito dopo il parto; il
grande pouf sul quale si potevano stendere i piedi. Dubitavo fortemente che l'acquisto fosse opera di
Jeremias Lander.
Sopra la sedia era appesa la litografia. Eva Mudocci, la violinista inglese che Munch aveva
conosciuto nei primissimi anni del Novecento e di cui aveva eseguito di getto il ritratto su una pietra.
Avevo visto copie della stampa altre volte, ma fu solo allora, con quella luce, che colsi la somiglianza
tra Eva e Lotte. Lotte Madsen. Il volto della litografia aveva lo stesso pallore e la stessa malinconia
presente negli occhi della donna che io avevo cancellato in modo cos plateale dalla mia memoria.
Staccai l'opera dalla parete e la misi sul tavolo con il retro rivolto verso l'alto. Utilizzai un
taglierino. La litografia era stampata su carta beige e la cornice era moderna, quindi non dovevo
togliere graffe o vecchi chiodi. In poche parole, un lavoretto facile facile.
Il silenzio s'infranse all'improvviso. Un allarme. Una pulsazione insistente, con frequenze che
oscillavano da meno di mille a ottomila herzt, lacer a tal punto l'aria e il rumore di fondo da udirsi a
diverse centinaia di metri di distanza. Mi irrigidii. L'allarme dur solo alcuni secondi, poi cess.
Probabilmente era stato azionato da un proprietario d'auto poco accorto.
Proseguii il mio lavoro. Aprii la cartelletta, vi sistemai la litografia e tolsi un foglio A2 che
avevo stampato a casa e che raffigurava la signorina Mudocci. Nel giro di quattro minuti l'avevo
incorniciato e appeso alla parete. Inclinai la testa e lo osservai. Poteva passare parecchio tempo prima
che le vittime scoprissero anche i falsi pi sfacciati. La primavera precedente avevo sostituito un
dipinto a olio, Cavallo con un piccolo cavaliere di Knut Rose, con un'immagine che avevo
scannerizzato da un libro d'arte e poi ingrandito. Erano trascorse quattro settimane prima che ne
denunciassero il furto. La finta signorina Mudocci probabilmente avrebbe dato nell'occhio per via della
bianchezza del foglio A2, ma forse ci sarebbe voluto un po' di tempo. A quel punto sarebbe stato
impossibile stabilire quand'era avvenuto il furto e rilevare il Dna, visto che la casa sarebbe gi stata
pulita svariate volte. Sapevo bene che la polizia andava a caccia delle tracce di Dna. L'anno prima,
quando io e Kjikerud avevamo compiuto quattro furti in meno di quattro mesi, quell'idiota biondo di
un poliziotto che adorava pavoneggiarsi davanti ai media, l'ispettore Brede Sperre, aveva rilasciato
un'intervista all'Aftenposten in cui aveva parlato di una banda di ladri professionisti d'opere d'arte
che stava saccheggiando la citt. E anche se i quadri rubati non erano di grandissimo valore, la
divisione investigativa, per stroncare il fenomeno sul nascere, avrebbe utilizzato metodi d'indagine
riservati in genere agli omicidi e alle grandi operazioni antidroga. Tutti i cittadini di Oslo potevano
starne certi, aveva dichiarato Sperre, lasciando fluttuare al vento i suoi riccioli pseudoadolescenziali e
guardando l'obiettivo con i suoi occhi grigio acciaio mentre il fotografo scattava. Ovviamente le cose
non stavano proprio cos: i furti erano diventati una priorit della polizia a seguito delle pressioni di
coloro che vivevano nei quartieri residenziali, cittadini ricchi che esercitavano una notevole influenza a
livello politico e che erano determinati a proteggere s stessi e quelli della loro specie. E devo
ammettere che ero saltato sulla sedia quando Diana all'inizio dell'autunno mi aveva raccontato che
quel bel poliziotto apparso spesso su tutti i giornali le aveva fatto visita in galleria per chiederle se
qualcuno si fosse informato con insistenza su chi erano i suoi clienti e chi possedeva cosa. Sembrava
infatti che i ladri sapessero esattamente cosa cercare e dove cercarlo. Quando Diana mi aveva
domandato come mai mi fossi accigliato, le avevo sorriso in modo misterioso dicendole che non mi
piaceva avere un rivale a distanza tanto ravvicinata. Con mio grande stupore era arrossita prima di
mettersi a ridere.
Mi diressi rapidamente verso la porta di casa, mi tolsi con grande cautela la cuffia e i guanti e
asciugai la maniglia da entrambi i lati prima di uscire. La viuzza era ancora immersa nel silenzio di una
pungente mattinata autunnale senza pioggia, scaldata dai raggi del sole.
Mentre tornavo all'auto guardai l'orologio. Dodici e quattordici. Il mio nuovo record. Il cuore
batteva forte, ma in modo misurato. Fra quarantasei minuti Ove avrebbe riattivato l'allarme dalla sala
operativa. E pi o meno alla stessa ora Jeremias Lander si sarebbe probabilmente alzato in una delle
nostre sale riunioni, avrebbe stretto la mano al presidente del consiglio di amministrazione scusandosi
ancora una volta e avrebbe lasciato i nostri locali, uscendo cos dal mio controllo, ma entrando nel team
dei miei candidati. Ferdinand, come da istruzioni, avrebbe spiegato al cliente che era un peccato aver
perso un tipo come Lander, ma che se desiderava davvero prendere all'amo candidati altrettanto validi
avrebbe fatto meglio a tenere in considerazione l'idea di aumentare lo stipendio del venti per cento. Un
terzo di aumento  pur sempre un aumento.
E questo era solo l'inizio. Fra due ore e quarantasei minuti sarei andato a caccia grossa. Con
Greve come preda. Non me ne fregava un cazzo di essere sottopagato. Che andassero affanculo
Stoccolma e Brede Sperre: io ero il migliore sulla piazza.
Fischiettai. Le foglie secche scricchiolarono sotto i miei piedi.
Capitolo 5
La confessione
 stato detto che con la pubblicazione, nel 1962, di Criminal Interrogation and Confessions gli
investigatori della polizia statunitense Inbau, Reid e Buckley abbiano gettato le basi per quella che da
allora in poi  diventata la tecnica d'interrogatorio corrente nel mondo occidentale. In realt essa veniva
utilizzata anche prima di allora; il modello in nove fasi di Inbau, Reid e Buckley riassumeva
l'esperienza centenaria dell'Fbi nell'estorcere la confessione ai sospettati. Il metodo ha dimostrato di
essere efficacissimo, sia con i colpevoli, sia con gli innocenti. Da quando  stato possibile riesaminare i
vecchi casi grazie all'introduzione della tecnica del Dna, si  scoperto in breve tempo che nei soli Stati
Uniti erano stati condannati centinaia di innocenti. Circa un quarto di queste sentenze fallaci si basava
sulle confessioni estorte con il modello in nove fasi. Ci la dice lunga riguardo alle fantastiche
potenzialit di questo strumento.
Il mio obiettivo  quello di far confessare al candidato che sta bluffando, che non  idoneo a
quel lavoro. Se supera le nove fasi senza averlo ammesso, ci sono buoni motivi per ritenere che sia
convinto di possedere le caratteristiche adatte. E questo  il mio candidato ideale. Quando parlo del
modello ricorro sempre al termine maschile, candidato, perch ha pi senso utilizzarlo con gli uomini.
In base alla mia non trascurabile esperienza, raramente le donne si propongono per lavori per i quali
non sono qualificate, anzi, preferiscono essere superqualificate. E anche nei pochi casi in cui bluffano 
un gioco da ragazzi farle crollare e far confessare loro che non hanno le caratteristiche richieste. Anche
tra gli uomini ci sono ovviamente casi di false confessioni, ma va bene cos. Dopo tutto non  che
finiscano in carcere, perdono solo l'opportunit di ricoprire un ruolo dirigenziale dove  indispensabile
essere in grado di far fronte alle pressioni.
Io non ho nessuno scrupolo a utilizzare il metodo Inbau, Reid e Buckley.  un bisturi in un
mondo di guaritori, erbe e psicosuggestioni.
Nella fase uno si  sottoposti subito a un confronto, e molti finiscono con il confessare gi l. Si
fa capire chiaramente al candidato di sapere tutto di lui e di avere in mano prove schiaccianti che
dimostrano la sua inadeguatezza a quel lavoro.
 Forse sono stato un po' precipitoso a esprimere interesse per una tua candidatura, Greve, 
dissi appoggiandomi allo schienale della sedia.  Ho fatto un paio di verifiche e ho scoperto che gli
azionisti di Hote ritengono che tu non sia stato un buon amministratore delegato. Ti rimproverano di
essere stato debole, di non avere avuto l'istinto del killer. Dicono che  colpa tua se l'azienda  stata
acquistata. Le acquisizioni sono il maggior timore di Pathfinder, quindi capirai perfettamente che
diventa difficile considerarti un candidato credibile. Ma...  alzai la tazzina del caff e gli sorrisi  ...
godiamoci il caff e parliamo d'altro. Come vanno i lavori di ristrutturazione?
Clas Greve era seduto dall'altro capo del falso tavolino Noguchi con la schiena eretta e lo
sguardo dritto nei miei occhi. Rise.
 Tre milioni e mezzo,  disse.  Pi le opzioni sulle azioni, naturalmente.
 Scusa?
 Se il consiglio di amministrazione di Pathfinder teme che le opzioni mi spingano a rendere pi
seducente l'azienda per trovarle dei pretendenti, puoi tranquillizzarlo e inserire la clausola che le
opzioni non saranno pi valide in caso di acquisizione. Niente paracadute. In questo modo io e il
consiglio di amministrazione saremo altrettanto motivati a costruire un'azienda forte, che mangia
invece di essere mangiata. Il valore delle opzioni verr calcolato con la formula Black e Scholes e
aggiunto al mio salario fisso una volta definito il terzo che ti spetta.
Mi sforzai di sfoderare un gran sorriso.  Temo che tu stia correndo un po' troppo, Greve. Ci
sono diversi aspetti di cui tener conto. Ricordati che sei uno straniero, e che le aziende norvegesi
preferiscono degli autoctoni quando si tratta di...
 Ieri mi hai letteralmente sbavato addosso per tutto il tempo che sono rimasto nella galleria di
tua moglie, Roger. Perch avevi visto giusto. Dopo la tua proposta ho fatto qualche ricerca su di te e
Pathfinder. E mi sono subito reso conto che, anche se sono un cittadino olandese, farete fatica a trovare
un candidato migliore di me. Il problema, ieri, era che a me non interessava. Ma dodici ore sono un
tempo lungo per pensare. E si pu anche giungere alla conclusione che dopo un po' i lavori di
ristrutturazione magari vengono a noia . Clas Greve intrecci davanti a s le dita abbronzate.   il
momento di tornare in sella. Pathfinder non  forse la societ pi sexy in cui mi sia imbattuto, ma ha
del potenziale, e una persona con una visione strategica, e con il consiglio d'amministrazione dalla sua
parte, potrebbe tirarne fuori qualcosa di veramente interessante. Ma non  detto che al momento io e il
consiglio di amministrazione condividiamo la stessa filosofia, quindi spetta a te farci incontrare il
prima possibile. Cos scopriamo se  il caso di andare avanti.
 Senti, Greve...
 Non dubito che i tuoi metodi abbiano successo con molti candidati, Roger, ma per quanto mi
riguarda puoi anche risparmiarti la commedia. E tornare a chiamarmi Clas. Questa avrebbe dovuto
essere solo una piacevole chiacchierata, o sbaglio?
Sollev la tazzina del caff come per un brindisi. Colsi l'occasione per una pausa e sollevai
anch'io la tazzina.
 Mi sembri un po' stressato, Roger. La stessa ricerca  stata affidata anche a dei vostri
concorrenti?
Il mio riflesso faringeo si attiva quando vengo preso in contropiede. Dovetti deglutire in fretta
per evitare di sputare il caff addosso a Sara gets undressed.
 Capisco benissimo che tu debba darci dentro, Roger,  aggiunse Greve sorridendo e
sporgendosi verso di me.
Avvertivo il calore del suo corpo e un leggero profumo che evoc alla mia mente l'aroma del
cedro, del cuoio di Russia e degli agrumi. Forse Declaration di Cartier? Oppure un altro profumo
costoso.
 Non sono per niente offeso, Roger. Tu sei un professionista, come lo sono io, del resto.
Ovviamente desideri rendere un buon servizio al tuo cliente, dopo tutto sei pagato per questo. Pi 
interessante il candidato, pi  necessario testarlo a fondo. L'affermazione che gli azionisti di Hote non
erano soddisfatti di me non  poi cos peregrina, anch'io avrei fatto una mossa del genere se fossi stato
al tuo posto.
Non riuscivo a credere alle mie orecchie. Aveva smontato pezzo per pezzo la fase uno e mi
aveva detto chiaramente in faccia che non era il caso di continuare la commedia visto che ormai ero
stato scoperto. E adesso era lui a condurre la fase due, quella che Inbau, Reid e Buckley chiamavano
simpatizzare con il sospettato relativizzando la situazione. E la cosa pi incredibile era che, anche se
conoscevo alla perfezione il gioco di Greve, ero tentato di scoprire tutte le mie carte, di seguire
quell'impulso di cui avevo letto tante volte. Fui sul punto di scoppiare in una sonora risata.
 Non capisco bene cosa intendi, Clas . Anche se mi sforzavo di apparire rilassato, la mia voce
aveva un timbro metallico e il cervello mi stava andando in pappa. Non ero ancora riuscito a
raccogliere le forze sufficienti per un contrattacco quando giunse la provocazione successiva:
 I soldi non sono la mia motivazione, Roger. Ma se vuoi, possiamo provare ad alzare lo
stipendio. Un aumento a me, fa comodo anche a te. Un terzo di aumento...
...  pur sempre un aumento. Ormai era lui a condurre l'interrogatorio, ed era passato
direttamente dalla fase due alla sette: presentare un'alternativa. In questo caso offrire al sospettato una
motivazione diversa per confessare. Aveva condotto l'interrogatorio alla perfezione. A quel punto
avrebbe potuto spostare il discorso sulla mia famiglia, accennare a come i miei genitori, ormai defunti,
oppure mia moglie sarebbero stati orgogliosi di me nel sapere che ero riuscito a farmi aumentare lo
stipendio, la commissione, il bonus. Ma Clas Greve sapeva che cos si sarebbe spinto troppo in l, ne
era perfettamente consapevole. Avevo incontrato il mio alter ego.
 Okay, Clas,  mi sentii dire.  Mi arrendo.  proprio come dici tu.
Greve si appoggi allo schienale della sedia. Aveva vinto; butt fuori l'aria trattenuta fino a
quel momento e sorrise. Non in modo trionfale, ma solo con l'aria contenta di chi  arrivato alla fine
della conversazione. Abituato a vincere, annotai sul foglio che sapevo avrei buttato via di l a poco.
La cosa pi strana  che non mi sentivo sconfitto, ma sollevato. S, mi sentivo addirittura
euforico.
 Il cliente ha comunque bisogno d'informazioni concrete,  aggiunsi.  Ti secca se
continuiamo?
Clas Greve chiuse gli occhi, accost i polpastrelli delle due mani e scosse la testa.
 Bene,  risposi.  Allora parlami un po' della tua vita.
Presi appunti mentre Clas Greve raccontava la sua storia. Era il pi giovane di tre figli, e pur
essendo cresciuto a Rotterdam, una citt portuale burrascosa, apparteneva alla cerchia dei privilegiati,
suo padre era un dirigente della Philips. Clas e le sue sorelle avevano imparato il norvegese durante le
lunghe estati che avevano trascorso con i nonni nello chalet di Son. Aveva sempre avuto un rapporto
difficile con il padre, persuaso che il pi giovane dei suoi figli fosse viziato e indisciplinato.
 Aveva ragione,  sorrise Greve.  Ero abituato a ottenere buoni risultati a scuola e nello sport
senza impegnarmi. Ma a circa sedici anni iniziai a trovare tutto noioso e presi a frequentare ambienti
discutibili, se ne trovano a bizzeffe a Rotterdam. Non avevo amici, n me ne feci. Ma avevo soldi.
Quindi cominciai a provare sistematicamente tutto quel che era proibito: alcol, hashish, prostituzione,
furtarelli e pian piano droghe sempre pi pesanti. A casa, mio padre credeva che mi allenassi a
pugilato, e che fosse per questo che tornavo con la faccia gonfia, il naso sanguinante e gli occhi pesti. E
io trascorrevo sempre pi tempo in quei posti equivoci, dove potevo farmi i fatti miei, ma soprattutto
mi lasciavano in pace. Non so se mi piacesse tanto quella nuova vita, quanto piuttosto essere
considerato un tipo strano, un sedicenne solitario e indecifrabile. Dopo un po' i miei risultati scolastici
iniziarono a risentire della vita che facevo, ma me ne fregavo. A un certo punto per mio padre cap
che qualcosa non andava, e forse ottenni per la prima volta quel che avevo sempre desiderato, ovvero la
sua attenzione. Mi parl con aria calma e seria, io risposi urlando. In alcuni momenti mi sembr che
stesse per perdere il controllo. Che soddisfazione! Decise di spedirmi dai nonni a Oslo, ed  l che
frequentai gli ultimi due anni delle superiori. E tu, Roger, che rapporto hai avuto con tuo padre?
Annotai tre definizioni: Sicuro di s, autocritico, consapevole dei propri mezzi.
 Io e lui parlavamo poco,  risposi.  Eravamo parecchio diversi.
 Eravate?  morto, quindi?
 Lui e mia madre sono morti in un incidente d'auto.
 Di cosa si occupava?
 Diplomazia. Ambasciata britannica. Incontr mia madre a Oslo.
Greve inclin la testa e mi studi a fondo.  Ti manca?
 No. Tuo padre  ancora vivo?
 Ne dubito.
 Ne dubiti?
Clas Greve trasse un respiro e premette i palmi gli uni contro gli altri.   scomparso quando
avevo diciott'anni. Una sera non torn a casa per cena. Al lavoro dissero che era uscito dall'ufficio alle
sei, come al solito. Mia madre ne denunci la scomparsa dopo pochissime ore. La polizia si occup
immediatamente del caso, visto che a quell'epoca in Europa c'erano gruppi terroristici di sinistra che
rapivano industriali facoltosi. Non c'erano stati incidenti in autostrada, in ospedale non era stato
ricoverato nessun Bernhard Greve. Il suo nome non risult su nessun elenco passeggeri, n l'auto
venne registrata altrove. Non fu mai ritrovato.
 Secondo te che gli  successo?
 Non ne ho la pi pallida idea. Magari  andato in Germania, si  fermato in un motel sotto
falso nome e poi non ha trovato il coraggio di spararsi. A quel punto ha proseguito nel cuore della
notte,  incappato in un lago nero in mezzo a un bosco ed  casualmente uscito di strada. O magari lo
hanno rapito nel parcheggio fuori dalla Philips e lo hanno fatto salire dietro su un'auto, in mezzo a due
uomini che gli puntavano addosso una pistola. Lui ha reagito e si  preso un proiettile in testa. Quella
stessa notte hanno portato la macchina, con mio padre a bordo, a un cimitero di automobili, dove  stata
pressata fino a diventare piatta come una frittella e poi fatta a pezzi. Oppure pu darsi che lui, in questo
momento, sia seduto a un tavolino, da qualche parte, in compagnia di un cocktail e di una squillo.
Cercai di cogliere una qualche emozione sul suo viso, nella sua voce. Non ne trovai. O ci aveva
pensato su troppe volte, o era un bastardo dal cuore di pietra. Non sapevo cosa preferire.
 Hai diciott'anni e abiti a Oslo,  proseguii.  Tuo padre  scomparso. Sei un ragazzo
problematico. Cosa fai a questo punto?
 Termino le superiori col massimo dei voti e faccio domanda per entrare nelle forze speciali
della Marina reale olandese.
 Forze speciali. Si tratta di un qualche gruppo elitario machista?
 Assolutamente s.
 Uno di quelli dove entra solo una persona su cento?
 Qualcosa del genere. Sono stato convocato per partecipare ai test preliminari. Per un mese,
cercano sistematicamente di farti a pezzi. Poi, sempre che tu sia sopravvissuto, ci mettono quattro anni
a ricostruirti.
 Mi sembra la scena di un film.
 Credimi, Roger, queste cose non si vedono nei film.
Lo guardai. Gli credetti.
 Pi tardi entrai a far parte del gruppo antiterroristico Bbe a Dorn. Ci sono rimasto per otto
anni. Ho viaggiato in tutto il mondo. Suriname, Antille olandesi, Indonesia, Afghanistan. Esercitazioni
invernali a Harstad e a Voss. Nel corso di una operazione antidroga in Suriname sono stato fatto
prigioniero e torturato.
 Che esotico. Ma sei riuscito a tenere la bocca chiusa?
Clas Greve sorrise.  Chiusa? Ho vuotato il sacco come una vecchia pettegola. I baroni della
cocaina non sanno cosa sia un interrogatorio.
Mi sporsi verso di lui.  Veramente? E cosa ti hanno fatto, allora?
Greve mi osserv con aria pensierosa e sollev un sopracciglio prima di rispondere.  Non
credo che il mio racconto ti piacerebbe, Roger.
Ne fui un po' deluso, ma annuii e mi rimisi a sedere.
 Quindi i tuoi compagni sono stati fatti fuori uno per uno o cose del genere?
 No. Quando i baroni della droga hanno assaltato le posizioni che avevo rivelato, se n'erano
gi andati tutti. Ho passato due mesi in uno scantinato dove sono sopravvissuto mangiando frutta
marcia e bevendo acqua infestata di uova di zanzara. Quando quelli del Bbe mi hanno portato fuori di l
pesavo quarantacinque chili.
Lo fissai. Provai a immaginarmi come lo avessero torturato. Come avesse reagito. E come fosse
la variante macilenta di Clas Greve. Senz'altro aveva un aspetto diverso. Ma non troppo, alla fine.
 Non mi stupisce che tu abbia lasciato,  commentai.
 Non  stato per questo. Gli otto anni al Bbe sono stati i migliori della mia vita, Roger.
Innanzitutto c' proprio il clima che si vede nei film. Un clima fortemente cameratesco e un grande
spirito di corpo. E poi  l che ho imparato quello che  diventato il mio lavoro.
 E cio?
 Scovare le persone. Nel Bbe c'era un'unit che si chiama Track. Un gruppo specializzato nel
rintracciare le persone in tutte le situazioni e i posti possibili del mondo. Sono loro che mi hanno
ritrovato in quello scantinato. Ho inviato la domanda e mi hanno preso.  nel Track che ho imparato
tutto. Dalle antiche tecniche indiane di localizzazione ai metodi per interrogare i testimoni, fino ai
rilevatori pi moderni, quelli elettronici.  cos che sono entrato in contatto con Hote. Avevano creato
un trasmettitore di segnali grande come il bottone di una camicia. L'idea era di attaccarlo a una persona
e di seguirne tutti i movimenti tramite una ricevente, quelle che si vedono nei film di spionaggio degli
anni Sessanta, ma che nessuno in realt era riuscito a far funzionare come si deve. Anche il bottone di
Hote si  dimostrato inutilizzabile; non tollerava il sudore corporeo e le temperature inferiori ai dieci
gradi sotto zero e i segnali penetravano solo pareti molto sottili. Ma il capo di Hote mi prese in
simpatia. Non aveva figli...
 E tu non avevi un padre.
Greve mi rivolse un sorriso accondiscendente.
 Continua,  lo sollecitai.
 Dopo aver passato otto anni nell'esercito iniziai gli studi d'ingegneria all'Aia, finanziati da
Hote. Il primo anno in azienda mettemmo a punto uno strumento per localizzare le persone che
funzionava anche nelle condizioni pi estreme. Dopo cinque anni ero il numero due. Dopo otto ero
l'amministratore delegato di Hote, il resto lo conosci.
Mi appoggiai allo schienale della sedia e sorseggiai il caff. Avevamo fatto centro. Avevamo un
vincitore. L'avevo persino scritto. Assunto. Forse era per quello che esitavo a proseguire, forse
perch qualcosa dentro di me mi diceva che era meglio non esagerare. O forse era qualcos'altro.
 Sembra che tu voglia farmi qualche altra domanda,  disse Greve.
M'inventai una scusa.  Non mi hai parlato del tuo matrimonio.
 Ti ho parlato delle cose importanti,  rispose Greve.  Davvero t'interessa sapere qualcosa del
mio matrimonio?
Scossi la testa. E decisi di concludere la conversazione. Ma poi intervenne il destino sotto forma
di Clas Greve in persona.
 Bel quadro che hai qui in ufficio,  disse girandosi verso la parete.   di Opie?
 Sara gets undressed,  risposi.  Un regalo di Diana. Collezioni quadri?
 Praticamente ho appena iniziato.
Qualcosa dentro di me continuava a dirmi che non era il caso, ma ormai era troppo tardi. Gli
avevo gi chiesto:  Qual  il quadro pi bello che hai?
 Un dipinto a olio. L'ho trovato proprio nella stanza segreta dietro la cucina. Nessuno in
famiglia sapeva che mia nonna avesse un'opera del genere.
 Interessante,  commentai mentre il cuore mi balzava d'improvviso in petto. Doveva essere
per via della tensione accumulata durante il giorno.  Di che quadro si tratta?
Mi studi a lungo. Accenn un sorriso. Mentre le sue labbra si aprivano per formulare una
risposta, ebbi come uno strano presentimento. Un presentimento che mi fece contrarre lo stomaco come
i muscoli addominali di un boxeur si contraggono automaticamente quando stanno per essere colpiti.
Ma le sue labbra mutarono forma. E tutti i presentimenti del mondo non avrebbero potuto prepararmi a
ci che udii:
 La caccia al cinghiale calidonio.
 La caccia...  Nel giro di due secondi mi si era seccata la lingua.  Quella caccia?
 La conosci?
 Se ti riferisci al quadro di... di...
 Peter Paul Rubens,  rispose Greve.
Mi concentrai su un'unica cosa. Mantenere la maschera. Intanto per, nella fitta nebbia
londinese, vedevo lampeggiare un cartellone segnapunti a Loftus Road: il Qpr aveva infilato la palla
all'incrocio dei pali. La mia vita sarebbe radicalmente cambiata. Avremmo conquistato Wembley.
Parte seconda
Accerchiamento
Capitolo 6
Rubens
Peter Paul Rubens.
Per un istante fu come se ogni movimento, ogni suono all'interno della stanza si fosse
cristallizzato. La caccia al cinghiale calidonio di Peter Paul Rubens. L'ipotesi pi ragionevole,
ovviamente, era che mi trovassi di fronte a una riproduzione, a un falso di qualit eccelsa che avrebbe
potuto comunque valere uno o due milioni di corone. Ma c'era qualcosa nella voce, nell'intonazione,
nella persona di Clas Greve che non lasciava spazio a dubbi. Si trattava dell'originale, del cruento
motivo di caccia tratto dalla mitologia greca, dell'animale fantastico infilzato dalla lancia di Meleagro,
del quadro scomparso nel 1941, quando i tedeschi avevano saccheggiato la galleria di Anversa, citt
natale di Rubens, e che fino alla fine della guerra si era pensato e sperato fosse in qualche bunker di
Berlino. Io non sono un grande esperto d'arte, ma mi era capitato di andare su internet dove, per ragioni
facilmente comprensibili, avevo cercato l'elenco dei quadri trafugati e di maggior valore. E proprio
quel dipinto capeggiava la lista dei dieci quadri pi famosi scomparsi negli ultimi sessant'anni, pi che
altro a titolo di curiosit, visto che lo si riteneva arso tra le fiamme insieme a met della capitale
tedesca. Cercai di inumidire la lingua sfregandola contro il palato.
 Quindi avresti avuto la fortuna di trovare un quadro di Peter Paul Rubens in una stanza
segreta dietro la cucina di tua nonna?
Greve annu con un largo sorriso.  Sono cose che succedono. A quanto ne so, non  il quadro
migliore o pi famoso di Rubens, ma ha senz'altro un certo valore.
Annuii in silenzio. Cinquanta milioni di corone? Cento? Come minimo. Un altro dei quadri di
Rubens ritrovati di recente, La strage degli innocenti, era stato venduto a un'asta qualche anno prima
per cinquanta milioni. Di sterline. Oltre mezzo miliardo di corone. Avevo bisogno di bere.
 Non  stato comunque un fulmine a ciel sereno, sapevo che mia nonna aveva dei quadri
nascosti da qualche parte,  aggiunse Greve.  Da giovane era molto bella, e durante l'Occupazione
aveva frequentato, come tutto il jet set di Oslo, la crme degli ufficiali tedeschi. In particolare un
colonnello appassionato di arte di cui mi parl mentre abitavo da lei e che le aveva consegnato dei
quadri da nascondere fino al termine della guerra. Purtroppo fu giustiziato da alcuni membri della
Resistenza a pochi giorni dalla fine dell'occupazione. Ironia della sorte, tra i suoi giustizieri c'erano
molti di quelli con cui aveva bevuto champagne quando le cose andavano meglio per gli occupanti. Io
ci credevo s e no ai racconti di mia nonna, ma poi gli artigiani polacchi hanno trovato quella porta
nascosta dalla libreria, dietro la stanza della servit di fianco alla cucina.
 Fantastico,  mormorai involontariamente.
 In effetti... Non ho ancora fatto controllare se  l'originale, ma...
Ma lo , pensai. I colonnelli tedeschi non collezionano riproduzioni.
 Gli artigiani hanno visto il quadro?  chiesi.
 S. Ma non credo abbiano capito che cos'.
 Non esserne cos sicuro. L'appartamento ha un sistema d'allarme?
 So a cosa stai pensando. E la risposta  s, tutti gli appartamenti del palazzo hanno un
contratto comune. E nessuno degli artigiani ha le chiavi, visto che lavorano dalle otto alle quattro come
previsto dal regolamento condominiale. Senza contare che, quando sono nell'appartamento, di solito ci
sono anch'io.
 E credo ti convenga continuare cos. Sai a quale societ  collegato l'impianto d'allarme?
 Trio qualcosa. In realt avevo pensato di rivolgermi a tua moglie per sapere se conosce
qualcuno in grado di valutare se  un Rubens. Tu sei il primo a cui ne parlo, spero rimanga una notizia
riservata.
 Certo. Chiedo a Diana e poi ti chiamo.
 Grazie, lo apprezzo molto. Per il momento so solo che  autentico, anche se per l'appunto non
 uno dei quadri pi famosi di Rubens.
Sorrisi fugacemente.  Che peccato. Ma torniamo a noi. A me piace lavorare in fretta. Quand'
che potresti incontrare quelli di Pathfinder?
 In qualsiasi momento.
 Bene . Mille pensieri mi frullavano per la testa mentre guardavo l'agenda. Gli artigiani
lavoravano dalle otto alle quattro.  Pathfinder preferisce venire a Oslo per le interviste dopo l'orario di
lavoro. Horten  a meno di un'ora di strada da qui, quindi ti andrebbe bene se fisso un appuntamento un
giorno di questa settimana verso le diciotto?  Cercai di apparire il pi disinvolto possibile, ma avvertii
una nota stonata.
 Va bene,  rispose Greve, che sembrava non aver notato nulla di strano.  L'unico giorno in
cui non posso  domani,  disse alzandosi in piedi.
 Sarebbe un preavviso troppo breve anche per loro,  aggiunsi.  Allora ti telefono al numero
che mi hai dato.
Lo seguii fino alla reception.  Puoi chiamare un taxi, 'da?  Cercai di capire dall'espressione
sul viso di Oda o Ida se gradiva l'abbreviazione, ma fui interrotto da Greve:
 Grazie, ma sono venuto in macchina. Aspetto che mi chiami, allora. Salutami tua moglie.
Mi porse la mano e io gliela strinsi con un largo sorriso:  Ti chiamo domani sera. Se ho capito
bene hai un impegno in giornata, giusto?
 Esattamente.
Non so perch non mi arrestai l. Il ritmo della conversazione, la percezione che il colloquio
fosse giunto alla fine mi suggeriva di pronunciare la frase conclusiva Ci sentiamo. Forse era una
sensazione di pancia, un presentimento, un timore che si era gi impadronito di me e mi spingeva a
essere ancora pi cauto.
 Capisco, i lavori di ristrutturazione non lasciano tempo per nient'altro,  esclamai.
 No, i lavori non c'entrano,  spieg.  Domattina m'imbarco sul primo volo per Rotterdam.
Vado a prendere il mio cane che  dovuto rimanere in quarantena. Ritorno domani sera tardi.
 Ah!  esclamai ritraendo la mano per non fargli notare che mi ero irrigidito.  Di che razza ?
 Un niether terrier. Un segugio. Ma aggressivo come un cane da combattimento. La bestia
giusta da avere in casa quando si possiedono certi quadri, non ti pare?
 Altroch,  risposi.  Altroch.
Un cane. Io odio i cani.
 Bene,  sentii dire a Ove Kjikerud dall'altro capo del telefono.
 Clas Greve, Oscars gate trentacinque. Ho le chiavi. Consegna da Sushi & Coffee fra un'ora.
L'allarme verr disattivato domani alle diciassette in punto. Dovr trovare una scusa per lavorare nel
pomeriggio. A proposito, come mai un preavviso cos breve?
 Perch dopodomani ci sar un cane nell'appartamento.
 Okay. Ma perch non durante l'orario di lavoro, come al solito?
Il giovanotto con l'abito di Corneliani e gli occhiali da intellettuale stava venendo verso la
cabina del telefono. Gli voltai la schiena per evitare di salutarlo e premetti la bocca contro il ricevitore:
 Voglio essere sicuro al cento per cento di non trovare gli operai nell'appartamento. E adesso
telefona immediatamente a Gteborg e chiedi che ti procurino una buona riproduzione del quadro di
Rubens. Ce ne sono in giro tante, ma devono fornircene una di buona qualit. E devono averla pronta
stasera, quando arriverai da loro con la litografia di Munch. Il preavviso  strettissimo, ma  importante
che io ce l'abbia per domani, hai capito?
 S, ho capito.
 E poi dirai a Gteborg che tornerai l domani con l'originale. Ti ricordi il nome del quadro?
 Come no. La caccia al cinghiale catalano. Di Rubens.
 Ci siamo quasi. Sei sicuro al cento per cento che possiamo fidarci di questo ricettatore?
 Mio Dio, Roger, te l'ho ripetuto mille volte: stai tranquillo!
 Ti ho solo fatto una domanda!
 Ascoltami un attimo. Il tipo sa benissimo che se frega qualcuno anche una sola volta finisce
fuori dal giro per tutta la vita. Nessuno punisce i ladri pi duramente dei ladri.
 Messaggio ricevuto.
 Solo una cosa; devo rimandare di un giorno l'ultimo viaggio a Gteborg.
Non era un problema, era gi successo altre volte, il Rubens sarebbe rimasto al sicuro nel
tettuccio interno dell'auto; ma avvertii comunque che mi si rizzavano i peli sulla nuca.
 E perch?
 Perch domani ricevo una visita. Di una signora.
 Rimandala.
 Spiacente, non posso.
 Non puoi?
 Si tratta di Natasha.
Non credevo alle mie orecchie.  La puttana russa?
 Non chiamarla cos.
 Perch, non lo ?
 Io non chiamo tua moglie bambola al silicone, giusto?
 Stai paragonando mia moglie a una prostituta?
 Ti ho detto che non chiamo tua moglie bambola al silicone.
 Meglio per te. Diana  naturale al cento per cento.
 Stai mentendo.
 Niente affatto.
 Okay, sconvolgente. Comunque non passer da te prima di domani notte.  da tre settimane
che sono sulla lista d'attesa di Natasha e ho in programma di filmare la sessione. Di registrarla.
 Filmarla? Stai scherzando!
 Devo avere qualcosa da guardare prima della prossima volta. Chiss quando sar.
Scoppiai in una sonora risata.  Ma tu sei matto.
 Perch dici cos?
 Perch ti sei innamorato di una puttana, Ove! Nessun vero uomo pu amare una puttana.
 E tu cosa ne sai?
Emisi un gemito.  E cosa dirai alla tua amata quando tirerai fuori quella maledetta
videocamera?
 Lei non ne sapr niente, ovvio.
 Una videocamera nascosta in un armadio?
 Armadio? La mia casa dispone di un intero sistema di telecamere, amico mio.
Niente di ci che Ove Kjikerud mi diceva di s riusciva pi a sorprendermi. Mi aveva
raccontato che trascorreva gran parte del tempo libero guardando la televisione nella sua casetta ai
margini del bosco, nella zona pi collinare di Tonsenhagen. E che era solito sparare allo schermo se
c'era qualcosa che proprio non gli piaceva. Si era vantato delle sue pistole austriache Glock, o delle sue
signorine, come le chiamava, perch non avevano il cane che si rizzava prima di sparare le cartucce.
Per gli spari alla tv utilizzava munizioni a salve, ma una volta si era dimenticato di averne inserita una
serie normale e aveva mandato in frantumi uno schermo al plasma Pioneer nuovo di zecca del valore di
trentamila corone. Quando non sparava alla tv, sparava fuori dalla finestra a una casetta per le civette
che aveva costruito lui stesso sul ramo di un albero nel bosco dietro casa. E una sera che sedeva davanti
alla tv aveva udito dei gran rumori tra gli alberi, aperto la finestra, preso la mira con una carabina
Remington e sparato. Il proiettile aveva centrato un alce dritto in fronte e Ove aveva dovuto svuotare il
freezer che conteneva enormi scorte di pizza Grandiosa. Nei sei mesi successivi aveva mangiato
bistecche d'alce, hamburger d'alce, stufato d'alce, polpette d'alce e cotolette d'alce fin quando non ce
l'aveva fatta pi e aveva risvuotato il congelatore per tornare a riempirlo di pizze Grandiosa. Tutte
quelle storie erano pi che credibili. Ma questa...
 Un sistema di sorveglianza totale?
 Lavorare a Tripolis comporta alcuni vantaggi extra, non ti pare?
 E quindi puoi azionare le telecamere senza che i tuoi ospiti se ne accorgano?
 Esattamente. Vado a prendere Natasha, poi la porto a casa mia. Se passano quindici secondi e
io non ho disattivato l'allarme inserendo la password, le telecamere a Tripolis iniziano a registrare.
 E nel tuo appartamento parte l'allarme?
 Ma figurati. Allarme silenzioso.
Il concetto mi era noto, ovviamente. L'allarme scattava solo presso la centrale. In questo modo
si cercava di non allertare i ladri mentre Tripolis avvisava la polizia e arrivava sul posto in un quarto
d'ora. L'idea era quella di cogliere i ladri con le mani nel sacco prima che sparissero con il bottino o, se
non era possibile, perlomeno di identificarli attraverso i filmati.
 Ho detto ai ragazzi di guardia di non uscire a sirene spiegate, ma di rimanersene pure l seduti
e di godersi lo spettacolo sui monitor.
 Mi stai dicendo che i ragazzi se ne staranno l a guardare te e la russ... Natasha?
 Si deve pur rendere partecipi gli altri della propria gioia, no? Comunque ho fatto in modo che
la telecamera non inquadri il letto, quella  zona privata. Ma le dar istruzioni per farla spogliare
davanti alla pediera del letto, sulla poltrona di fianco alla tv, intesi? Sar lei la regista,  questa la parte
pi bella. Farla sedere l e vederla masturbarsi. L'angolazione  perfetta, ho lavorato un po' con le luci.
Cos posso farmi una sega senza essere inquadrato, che te ne pare?
Era gi entrato anche troppo nei dettagli per i miei gusti. Diedi un colpo di tosse.  Allora
stasera passi a ritirare Munch e dopodomani sera Rubens, d'accordo?
 Perfetto. Tutto bene, Roger? Mi sembri stressato.
 Tutto okay,  risposi passandomi la mano sulla fronte.  Tutto benissimo.
Riappesi e uscii dalla cabina. Il cielo si stava rannuvolando, ma lo notai a malapena. Stava
andando a gonfie vele. Sarei diventato plurimilionario. Con i soldi avrei potuto comprarmi la libert, la
libert da tutto. Il mondo e qualunque cosa ne facesse parte, inclusa Diana, sarebbe stato mio. Il
brontolio dei tuoni sembrava una risata di gola. Iniziarono a cadere le prime gocce di pioggia, e le suole
delle mie scarpe risuonarono allegramente sull'acciottolato mentre correvo.
Capitolo 7
Incinta
Erano le sei di pomeriggio, aveva smesso di piovere e sul fiordo di Oslo si stendeva una luce
dorata. Parcheggiai la Volvo nel garage, spensi il motore e rimasi in attesa. Quando la porta del garage
si fu richiusa dietro di me, accesi la luce interna dell'auto, aprii la cartelletta nera e ne tolsi la pesca del
giorno. Brosjen. Eva Mudocci.
Lasciai scivolare lo sguardo sul suo viso. Munch doveva esserne stato innamorato, altrimenti
non sarebbe riuscito a ritrarla in quel modo. Aveva colto la stessa espressione che aveva Lotte, ne
aveva catturato il dolore silenzioso, la remissiva ferocia. Emisi un'imprecazione soffocata, trassi un
profondo respiro e sibilai tra i denti. Poi rimossi il rivestimento del tetto dell'auto. Si trattava di una
mia invenzione, studiata per nascondere i quadri da trasportare oltreconfine. Avevo staccato il
rivestimento interno, il cielo, come si dice in gergo automobilistico, e l'avevo fissato sopra il
parabrezza. Vi avevo applicato due strisce di velcro all'interno e, dopo aver ritagliato un po' il tessuto
intorno alla luce interna, avevo rimesso il rivestimento al suo posto ottenendo un perfetto nascondiglio
segreto. La difficolt di trasportare i dipinti di grandi dimensioni, soprattutto quelli antichi, a olio, stava
nel fatto che dovevano essere messi piatti e non arrotolati, perch altrimenti la vernice avrebbe potuto
scrostarsi, col rischio che si rovinassero. Ci vuole spazio per trasportare un simile carico, che non passa
propriamente inosservato. Nella custodia che avevo predisposto nel tetto dell'auto, grande circa quattro
metri, trovavano posto anche i quadri di ampie dimensioni, al riparo dagli occhi indiscreti di zelanti
doganieri e dei loro cani che, per fortuna, non erano stati addestrati a fiutare l'odore di pittura o di
vernice.
Spinsi Eva Mudocci all'interno del nascondiglio, fissai il rivestimento con il velcro, scesi
dall'auto e salii in casa.
Sul frigorifero c'era un biglietto in cui Diana mi diceva che era uscita con la sua amica Cathrine
e che sarebbe rientrata verso mezzanotte. Ovvero fra circa sei ore. Aprii una San Miguel e mi sedetti
nella poltrona vicino alla finestra ad aspettarla. Mentre prendevo un'altra bottiglia di birra mi venne in
mente una citazione tratta dal libro di Falkberget che Diana mi aveva letto quando avevo avuto gli
orecchioni: Beviamo ci di cui siamo assetati.
In quell'occasione avevo dovuto starmene a letto febbricitante, le guance e le orecchie
doloranti, l'aspetto di un pesce palla sudato, mentre il medico osservava il termometro e diceva:
Niente di cui preoccuparsi. E infatti non stavo particolarmente male. Solo in un secondo tempo, dopo
che Diana gli aveva fatto alcune domande, il medico aveva pronunciato malvolentieri alcuni termini
inquietanti come meningite e orchite che, ancora pi malvolentieri, aveva tradotto in infiammazione
dell'encefalo e infiammazione dei testicoli. Si era per affrettato a dire che simili complicazioni erano
assai improbabili nel mio caso.
Diana mi aveva letto un libro e applicato compresse fredde sulla fronte. Il libro era Den fjerde
nattevakt di Johan Falkberget, e poich non avevo altro con cui impegnare il mio cervello minacciato
da un'infezione, l'avevo ascoltata con attenzione. La quarta notte di veglia... Ero stato colpito
soprattutto da due passi. Quello del prete Sigismund che scusa un ubriaco dicendo: Beviamo ci di cui
siamo assetati. Forse l'avevo apprezzato perch trovavo conforto in una simile visione dell'umanit:
se  la tua natura, l'accettiamo per quella che .
L'altro passo era una citazione tratta dal Commento al Piccolo catechismo di Lutero di Henrik
Pontoppidan, in cui l'autore sosteneva che un uomo pu uccidere l'anima di un altro uomo, pu
infettarla e trascinarla a tal punto nel peccato che essa non avr pi possibilit di redimersi. In questa
citazione avevo trovato minor conforto. E per non profanare per sempre le ali di un angelo, avevo
deciso di non rivelare a Diana tutto ci che facevo per arrotondare le nostre entrate.
Mi aveva assistito per sei giorni, e le sue cure erano state al tempo stesso motivo di piacere e
turbamento. Sapevo infatti che non avrei fatto lo stesso per lei, soprattutto se avesse avuto solamente
gli orecchioni. Quando alla fine le avevo chiesto perch si fosse prodigata per me in quel modo, lo
avevo fatto spinto da un'autentica curiosit. La sua risposta era stata disarmante:
 Perch ti amo.
 Ma ho solo gli orecchioni.
 Forse non mi capiteranno altre occasioni di dimostrartelo, con la salute di ferro che hai.
Era sembrata quasi un'accusa.
Il giorno dopo mi ero alzato dal letto e mi ero presentato a un colloquio di lavoro per un'agenzia
di selezione del personale che si chiamava Alfa, dichiarando che sarebbero stati degli idioti a non
assumermi. Sapevo dove avevo trovato il coraggio per una simile affermazione, basata su
un'incrollabile autostima. Non c' nulla al mondo che faccia sentire un uomo invincibile quanto una
donna che gli dice di amarlo. E anche se lei gli ha spudoratamente mentito, una parte di lui le sar
sempre riconoscente e l'amer sempre un po'.
Andai a prendere uno dei libri di Storia dell'arte di Diana. Lessi la sezione dedicata a Rubens e
il piccolo trafiletto sulla Caccia al cinghiale calidonio. Studiai attentamente il quadro. Poi riposi il libro
e provai a immaginarmi le diverse fasi dell'operazione che si sarebbe svolta l'indomani in Oscars gate.
Visto che il quadro si trovava in un appartamento, rischiavo d'incontrare altri condomini
nell'ingresso. Potenziali testimoni che mi avrebbero visto a distanza ravvicinata, ma solo per pochi
secondi. Poich avrei indossato una tuta da lavoro e sarei entrato in un appartamento dov'erano in
corso dei lavori, non credo avrebbero comunque fatto caso al mio viso. Perch allora ero cos
spaventato?
Conoscevo gi la risposta.
Nel corso del colloquio, Greve aveva letto in me come in un libro aperto. Ma quante pagine era
riuscito a leggere? Sospettava forse qualcosa? Impossibile. Aveva solo riconosciuto una tecnica
d'interrogatorio che lui stesso aveva appreso durante l'addestramento militare, nient'altro.
Andai a prendere il cellulare e telefonai a Greve per dirgli che Diana era fuori, e che avrei
potuto dargli il nome di qualcuno in grado di effettuare un'expertise solo al suo ritorno da Rotterdam.
Udii la voce di Greve che invitava a lasciare un messaggio sulla segreteria telefonica  Please leave a
message  e cos feci. La bottiglia di birra era vuota. Presi in considerazione l'idea di farmi un
whisky, ma poi lasciai perdere, non volevo svegliarmi l'indomani con i postumi di una sbronza. Per
un'ultima birra poteva starci.
Ne avevo bevuta circa la met quando mi resi conto di ci che stavo facendo. Allontanai il
cellulare dall'orecchio e interruppi bruscamente la chiamata. Avevo premuto il numero di Lotte,
inserito discretamente nella rubrica sotto L, una L che mi aveva fatto sussultare le poche volte che
era comparsa sul display delle chiamate in arrivo. Avevamo infatti stabilito che fossi io a telefonare.
Andai sulla rubrica, trovai la L e premetti elimina.
Sei sicuro di voler eliminare la scheda?, chiese il telefono.
Fissai le alternative. Potevo scegliere tra un no vigliacco e codardo e un s insincero.
Premetti s. Sapevo comunque che il suo numero di telefono era ormai impresso nella mia
mente al punto da sfidare qualsiasi cancellazione. Che cosa significasse non lo sapevo, n volevo
saperlo. Ma il ricordo si sarebbe scolorito fino a scomparire. Doveva scomparire.
Diana torn a casa cinque minuti prima di mezzanotte.
 Cosa hai fatto oggi, tesoro?  mi chiese avvicinandosi alla poltrona, mettendosi a sedere sul
bracciolo e dandomi un buffetto.
 Non un granch,  risposi.  Ho avuto un colloquio con Clas Greve.
 Com' andata?
  perfetto, l'unico neo  che  straniero. Quelli di Pathfinder hanno detto chiaramente che
vogliono un amministratore delegato norvegese, e che sono orgogliosi di essere un'azienda interamente
norvegese. Quindi dovr provare a convincerli.
 Ma tu sei il miglior persuasore del mondo . Mi baci sulla fronte.  Ho sentito anche altri
parlare del tuo record.
 Quale record?
 Quello dell'uomo che riesce sempre a far assumere i suoi candidati.
 Ah, quel record!  esclamai facendo finta di essere sorpreso.
 Ci riuscirai anche questa volta.
 Com' andata con Cathrine?
Diana mi pass una mano tra i capelli folti.   stata una bellissima serata. Come sempre. Anzi,
ancora pi fantastica del solito.
 Un giorno morir per la felicit.
Diana appoggi il viso sui miei capelli e mi sussurr:  Ha appena scoperto di essere incinta.
 Allora non sar pi cos fantastico, per un po'.
 Sciocchezze,  mormor.  Hai bevuto?
 Solo un pochino. Cosa ne dici di brindare a Cathrine?
 Preferisco andare a letto, tutti questi discorsi sulla felicit mi hanno steso. Vieni?
Quando mi sdraiai sul letto dietro di lei e l'abbracciai, avvertendo la sua spina dorsale contro di
me, misi a fuoco un pensiero che doveva frullarmi in testa fin dal colloquio con Greve. Finalmente
potevo metterla incinta. Ormai ero sbarcato sulla terra ferma, ero al sicuro, un bambino non avrebbe
potuto pi sostituirmi. Grazie a Rubens sarei diventato finalmente il leone, il signore di cui parlava
Diana. L'insostituibile pater familias. Non era stata tanto lei a dubitarne, quanto io. Avevo temuto di
non riuscire a essere il guardiano del nido che Diana si meritava. E un bambino avrebbe potuto curare
la sua benedetta cecit. Ma ora poteva vedermi com'ero veramente, vedermi per intero. Avrei potuto
perlomeno rivelarle un po' pi del mio vero io.
Dalla finestra aperta entr una folata di aria gelida e sferzante che mi fece accapponare la pelle
sopra il piumino; sentii che stavo per avere un'erezione.
Ma il respiro di Diana era gi profondo e regolare.
La lasciai andare. Scivol sulla schiena, rilassata e indifesa come un neonato.
Mi alzai dal letto.
L'altare del mizuko sembrava non essere stato toccato dal giorno prima. Di solito non
trascorrevano ventiquattr'ore senza che lei vi apportasse una qualche visibile modifica come cambiare
l'acqua, aggiungere una candela o mettere dei fiori freschi.
Andai in sala, mi versai un whisky. Il parquet, vicino alla finestra, era freddo. Il liquore era un
Macallan con trent'anni d'invecchiamento, regalo di un cliente soddisfatto. Adesso la sua azienda era
quotata in Borsa. Osservai il garage immerso nella luce della luna. Ove sarebbe arrivato tra poco. Si
sarebbe chiuso l dentro e seduto nell'auto, di cui aveva una chiave di riserva. Avrebbe tolto Eva
Mudocci, l'avrebbe sistemata nella cartelletta e si sarebbe diretto alla sua macchina, parcheggiata a una
distanza rassicurante, cos lontana che nessuno l'avrebbe collegata a casa nostra. Avrebbe guidato fino
a Gteborg, consegnato il quadro al ricettatore e sarebbe ritornato all'alba. Ma Eva Mudocci ora non
contava pi niente, era solo un irritante riempitivo che doveva essere portato a termine.
Quando Ove sarebbe rientrato da Gteborg, era sperabile avesse con s una riproduzione
decente della Caccia al cinghiale di Rubens, che avrebbe sistemato sotto il tetto della Volvo prima che
noi o i nostri vicini ci alzassimo. In passato Ove aveva utilizzato la mia auto per recarsi a Gteborg.
Personalmente non avevo mai avuto contatti con il ricettatore, che per fortuna riteneva fosse coinvolto
solamente Ove. Avevo fatto tutto il possibile per ridurre al massimo il numero di contatti, cos che non
potessero puntare il dito contro di me. I criminali prima o poi vengono arrestati, e quindi era importante
mantenere la maggior distanza possibile tra loro e me. Per questo motivo evitavo di mostrarmi in
pubblico con Ove Kjikerud, e per lo stesso motivo usavo una cabina del telefono per chiamarlo, non
volevo che nessuno dei miei numeri apparisse tra i suoi al momento del suo arresto. La spartizione del
denaro e la programmazione strategica avvenivano in uno chalet fuori mano dalle parti di Elverum che
Ove aveva affittato da un contadino eremita, e che noi raggiungevamo sempre su due auto diverse.
Una volta, proprio mentre stavo per raggiungere lo chalet mi ero reso conto del rischio che
correvo lasciando usare a Ove la mia auto per trasportare i quadri a Gteborg. Nel superare un posto di
blocco avevo notato la sua vecchia Mercedes, un'elegante 280SE nera che avr avuto una trentina
d'anni, ferma di fianco a un'auto della polizia. E avevo realizzato che Ove Kjikerud era uno di quei
guidatori folli che non riescono assolutamente a rispettare il limite di velocit. Gli avevo ripetuto alla
nausea di togliere sempre il telepass dal vetro della mia auto quando andava in Svezia, perch
altrimenti il pagamento automatico della tratta autostradale sarebbe stato registrato e io avrei dovuto
spiegare alla polizia come mai diverse notti all'anno scorrazzavo avanti e indietro lungo la E6. Ma
quando superai la Mercedes ferma a uno dei posti di blocco sulla strada per Elverum, capii che il
maggior rischio era proprio quello: che la polizia fermasse la sua vecchia conoscenza Ove Kjikerud
mentre correva come un pazzo verso Gteborg e si domandasse cosa cavolo ci faceva alla guida
dell'auto di Roger Brown, un rispettabile cacciatore di teste. Sarebbe stato l'inizio della fine. Perch
Kjikerud contro Inbau, Reid e Buckley poteva finire in un modo solo.
Mi parve di vedere qualcuno muoversi nel buio vicino al garage.
Domani sarebbe stato il Gran Giorno. Il Giorno dei Sogni Che Si Avverano. Il Giorno del
Giudizio. Il Giorno della Smobilitazione.
Perch se tutto fosse andato come da programma, questo colpo sarebbe stato l'ultimo. Mi sarei
lasciato tutto alle spalle, sarei stato un uomo libero, l'avrei fatta franca.
La citt scintillava, piena di promesse, sotto di noi.
Lotte rispose al quinto squillo.  Roger?  in tono circospetto, gentile. Come se fosse stata lei a
svegliarmi e non viceversa.
Riattaccai.
Poi svuotai il resto del whisky in un solo sorso.
Capitolo 8
Un'undicesima di sol estesa per 4/4
Mi svegliai con un mal di testa lancinante.
Mi sollevai sui gomiti e vidi le natiche delicate di Diana, coperte da un paio di slip, svettare
verso l'alto mentre lei se ne stava china a frugare nella borsa e nelle tasche dei vestiti che aveva
indossato il giorno prima.
 Stai cercando qualcosa?  le chiesi.
 Buongiorno, amore,  mi rispose, ma dal tono di voce capii che la sua giornata era iniziata
male. Anche la mia, del resto.
Mi alzai faticosamente dal letto e andai in bagno. Mi guardai allo specchio e realizzai che il
resto della giornata avrebbe potuto essere migliore. Avrebbe dovuto essere migliore. Sarebbe stato
indubbiamente migliore. Aprii il rubinetto della doccia e fui investito dal getto d'acqua gelata nello
stesso momento in cui sentii Diana imprecare tra s e s in camera da letto.
 And it's gonna be...  cantai a voce spiegata con tono di sfida,  perfect.
 Vado, adesso,  grid Diana.  Ti amo.
 Ti amo anch'io,  urlai di ritorno, ma non so se fece in tempo a sentirmi prima che la porta si
chiudesse dietro di lei.
Alle dieci ero in ufficio e cercavo di concentrarmi. Mi sembrava di avere un girino pulsante e
gelatinoso al posto del cervello. Davanti a me Ferdinand aveva aperto la bocca gi da diversi minuti per
formulare quelle che dovevano essere parole di vario interesse. Anche se teneva ancora la bocca aperta,
aveva smesso di muoverla e mi fissava con l'espressione di chi attende una risposta.
 Ripeti la domanda,  gli dissi.
 Ti ho detto che per me va bene occuparmi del secondo colloquio con Greve e con il cliente,
ma prima mi devi dire qualcosa su Pathfinder. Non mi hanno dato nessuna informazione e rischio di
fare la figura dell'idiota!
La sua voce aveva assunto l'immancabile tono isterico in falsetto.
Sospirai.  Pathfinder produce trasmettitori minuscoli, quasi invisibili, che possono essere
attaccati alle persone per localizzarle tramite una ricevente collegata al sistema Gps pi avanzato del
mondo. Servizio prioritario da parte dei satelliti di cui sono comproprietari e cos via. Tecnologia
all'avanguardia, ergo sono potenzialmente candidabili a un buyout. Leggiti il rapporto annuale. Vuoi
sapere altro?
 L'ho gi letto! Tutto ci che riguarda i prodotti  classificato come segreto. E come la
mettiamo col fatto che Clas Greve  uno straniero, come posso convincere questo cliente chiaramente
nazionalista a ingoiare un rospo del genere?
 Di questo non ti preoccupare, ci penso io. Stai tranquillo, Ferdy.
 Ferdy?
 S, ci ho pensato un po' su. Ferdinand  troppo lungo. Ti piace?
Mi fiss con aria incredula.  Ferdy?
 Ovviamente non davanti ai clienti . Sorrisi radioso e sentii che il mal di testa mi stava gi
passando.  Abbiamo finito, Ferdy?
S, avevamo finito.
Fino a pranzo presi aspirine e fissai in continuazione l'orologio.
Durante la pausa andai dal gioielliere di fronte a Sushi & Coffee.
 Quelli l,  dissi indicando gli orecchini di diamanti esposti in vetrina.
Non avevo ancora sforato il plafond della carta di credito. L'avrei superato adesso. E la
superficie scamosciata della scatoletta rossa era morbida al tatto come la pelliccia di un cucciolo.
Dopo pranzo continuai a prendere aspirine e a fissare l'orologio.
Alle cinque in punto parcheggiai in Inkognitogata, lungo il marciapiede. Trovai facilmente
posto; sia quelli che vi lavoravano, sia quelli che vi abitavano, stavano di certo tornandosene a casa.
Aveva appena piovuto, e le suole delle mie scarpe facevano cic ciac sull'asfalto. La cartelletta era
leggera. La riproduzione era di media qualit e ce l'avevano venduta a un prezzo folle, quindicimila
corone svedesi, ma ormai non aveva pi grande importanza.
Se esiste una via elegante a Oslo, quella  Oscars gate. I palazzi sono un guazzabuglio di stili
architettonici, perlopi neorinascimentale. Facciate con motivi neogotici, giardinetti piantumati, era qui
che risiedevano i direttori e gli alti funzionari alla fine dell'Ottocento.
Incrociai un uomo con un barboncino al guinzaglio. Non c'erano cani da caccia da quelle parti.
Non mi guard nemmeno. Eravamo in centro.
Entrai al numero trentacinque; in base alle ricerche effettuate in rete si trattava di un palazzo
nato come variante hannoveriana di eclettismo neomedioevale. Il dato pi interessante, tuttavia, era
che non vi aveva pi sede l'ambasciata spagnola, e quindi non ci sarebbero state pi quelle fastidiose
telecamere a circuito chiuso. Non c'era nessuno davanti alla palazzina, che mi accolse silenziosamente
con le sue finestre nere. Ove mi aveva dato una chiave con la quale aprire sia il portone dell'edificio,
sia la porta dell'appartamento. Il portone si apr senza problemi. Salii velocemente le scale. Con passo
deciso. N troppo pesante, n troppo leggero. Quello di una persona che sa dov' diretta e non ha
niente da nascondere. Avevo gi preparato le chiavi cos da non doverle cercare davanti alla porta,
rumori del genere si sentono facilmente all'interno di un vecchio edificio.
Secondo piano. Nessuna targhetta, ma ero certo che quello fosse l'appartamento giusto. Doppia
porta con i vetri rilegati a piombo. Ero pi agitato di quanto pensassi; il cuore mi martellava nel petto e
non riuscii a infilare le chiavi nella toppa. Una volta Ove mi aveva detto che la prima abilit che si
perde quando si  spaventati  quella fino-motoria. In un libro sul combattimento corpo a corpo aveva
letto che non si riesce a caricare un'arma quando ci si trova sotto la minaccia di un'altra arma. Al
secondo tentativo centrai comunque la toppa. La chiave gir silenziosamente, senza attrito, alla
perfezione. Abbassai la maniglia e tirai la porta verso di me. Poi la lasciai andare. Ma non si apr. La
tirai di nuovo. Che iella! Greve aveva forse messo un'altra serratura? Tutti i miei sogni e i miei piani
sarebbero andati a farsi fottere solo per una cazzo di serratura in pi? Tirai il pi possibile la porta
verso di me, quasi in preda al panico. Si stacc dalla cornice con un forte scricchiolio, il vetro tremol,
mentre un'eco si propagava nella tromba delle scale. M'infilai nell'appartamento, chiusi con cautela la
porta dietro di me e ripresi a respirare. E il pensiero che avevo avuto la sera prima mi apparve
improvvisamente idiota. Non avrebbe finito col mancarmi questa eccitazione alla quale mi ero cos
abituato?
Il naso, la bocca e i polmoni si riempirono dell'odore dei solventi: pittura al lattice, vernice e
colla.
Scavalcai le latte di vernice e i rotoli di tappezzeria nell'anticamera ed entrai. Carta da pacchi
stesa sul parquet a mosaico di quercia, boiserie, polvere che si era accumulata coi lavori di muratura,
vecchie finestre prossime a essere sostituite. Stanze grandi come sale da ballo l'una in fila all'altra.
Trovai la cucina semifinita dietro la sala centrale. Linee rigorose, metallo e legno, molto
esclusiva, con ogni probabilit una Poggenpohl. Entrai nella camera della servit, dove intravidi la
porta dietro la libreria. Avevo messo in conto che potesse essere chiusa, ma sapevo che in quel caso
avrei fatto saltare la serratura utilizzando gli strumenti lasciati nell'appartamento dagli operai. Non fu
comunque necessario. Quando spalancai la porta i cardini scricchiolarono, quasi fosse un monito.
Entrai nella stanza rettangolare, buia e vuota, tolsi la torcia tascabile dalla tuta e diressi il fascio
di luce giallo pallido sulle pareti. Vi erano appesi quattro quadri. Tre mi erano sconosciuti. Il quarto no.
Vi andai di fronte e la bocca mi si secc come quando Greve mi aveva detto il titolo.
La caccia al cinghiale calidonio.
La luce sembrava farsi strada tra gli strati di vernice stesi quasi quattrocento anni prima.
Insieme alle ombre conferiva spessore e forma alla scena di caccia, creando quell'effetto morbidamente
chiaroscurato che Diana mi aveva spiegato una volta. Il quadro aveva quasi un impatto fisico, un
magnetismo coinvolgente, era come incontrare una persona carismatica che fino a quel momento si 
vista solo in foto o di cui si  solo sentito parlare. Non ero preparato a tanta bellezza. Riconobbi i colori
delle scene di caccia pi famose, dipinte da Rubens quand'era pi giovane, che avevo visto nei libri di
Storia dell'arte di Diana: La caccia al leone, La caccia all'ippopotamo e al coccodrillo, La caccia alla
tigre. Nel libro che avevo letto la sera prima c'era scritto che quella era stata la prima scena di caccia di
Rubens, da cui aveva poi tratto ispirazione per i capolavori che aveva realizzato successivamente. Il
cinghiale calidonio era stato inviato dalla dea Artemide, irata per essere stata trascurata dagli uomini,
col compito di uccidere e devastare il regno di Calidone. Alla fine, per, il cinghiale era stato ucciso dal
miglior cacciatore di Calidone, Meleagro, che l'aveva trapassato con la sua lancia. Fissai il torace nudo
e muscoloso di Meleagro, l'espressione piena di odio che mi ricordava quella di qualcun altro, la lancia
che penetrava nel corpo dell'animale. Cos drammatico eppure cos solenne. Cos nudo eppure cos
misterioso. Cos semplice. E cos prezioso.
Sollevai il quadro, lo portai in cucina e lo appoggiai sulla panca. La vecchia cornice aveva, cos
come previsto, un telaio sul retro. Presi gli unici due strumenti utili che mi ero portato dietro; un
punteruolo e una tenaglia. Staccai la maggior parte delle bullette, sfilai quelle che avrei riutilizzato,
allentai il telaio e usai il punteruolo per togliere le graffe. Forse fui pi maldestro del solito, forse Ove
aveva ragione riguardo alle difficolt di coordinare i movimenti fini. Ma venti minuti pi tardi la
riproduzione era al suo posto, incorniciata, e l'originale si trovava nella cartelletta.
Riappesi il dipinto, chiusi la porta dietro di me, controllai di non aver lasciato tracce e uscii
dalla cucina tenendo l'impugnatura della cartelletta con la mano sudata. Mentre entravo nel salone
centrale, guardai fuori dalla finestra e vidi i rami semispogli di un albero. Mi fermai. Le foglie
incandescenti rimaste davano l'impressione che stesse per prendere fuoco, forse per via dei raggi
obliqui del sole che filtravano tra le nuvole. Rubens. I colori. L'albero aveva i suoi colori.
Fu un momento magico. Di trionfo. Uno di quei momenti in cui tutto cambia. In cui ogni cosa
appare all'improvviso cos chiara che anche le decisioni pi complicate si fanno semplici. Sarei
diventato padre; avevo deciso di dirlo a Diana quando ci saremmo rivisti la sera, ma quello mi parve il
momento pi adatto. L, sulla scena del crimine, con un Rubens sottobraccio e quel magnifico albero,
cos maestoso, davanti a me. Era il momento da immortalare nel bronzo, il ricordo eterno che Diana e
io avremmo condiviso e rispolverato nei giorni di pioggia. La decisione che lei, pura e senza macchia,
avrebbe creduto fosse stata presa in un momento di lucidit e d'amore per lei e il nostro futuro
bambino. E solo io, il leone, il pater familias, sarei stato a conoscenza di questo oscuro segreto, che la
gola della zebra era stata azzannata dopo un'imboscata, che il terreno si era imbrattato di sangue prima
che presentassi il trofeo ai miei innocenti. S, sarebbe stato questo il modo di consolidare il nostro
amore. Presi il cellulare, mi tolsi uno dei guanti e composi il numero del cellulare Prada di Diana.
Mentre aspettavo di essere messo in comunicazione, provai a immaginarmi cosa le avrei detto. Ti dar
un figlio, amore mio. Oppure: Amore mio, lascia che ti dia...
Risuon l'accordo di John Lennon, un'undicesima di sol estesa per 4/4.
It's been a hard day's night... Non era mai stato cos vero. Sorrisi in preda all'eccitazione.
Poi, di colpo, mi resi conto.
Sentivo la suoneria del telefono.
C'era qualcosa di strano.
Allontanai il cellulare dall'orecchio.
E in lontananza, ma distintamente, udii i Beatles che cantavano A Hard Day's Night. Era la
suoneria di Diana.
Fu come se i miei piedi fossero diventati di piombo sulla carta da pacchi stesa sul pavimento.
Poi iniziai a dirigermi verso il punto da cui proveniva il suono, mentre il cuore mi batteva
freneticamente.
Mi arrestai davanti a una porta socchiusa che dava sul corridoio, dal lato opposto dei saloni.
L'aprii.
Mi trovai in una camera da letto.
Il letto era stato rifatto, ma si vedeva che ci aveva dormito qualcuno. Davanti c'era una valigia,
di fianco una sedia su cui erano stati appoggiati dei vestiti. Nell'armadio aperto era appeso un abito,
quello che Clas Greve aveva indossato durante l'intervista. Sentivo Lennon e McCartney cantare
all'unisono con un'energia che non avrebbero pi avuto nei dischi successivi. Mi guardai intorno.
M'inginocchiai. Mi curvai ancora di pi. E lo vidi. Il telefono Prada. Sotto il letto. Doveva esserle
caduto dalla tasca dei pantaloni. Probabilmente quando lui glieli aveva sfilati. E Diana non si era resa
conto di averlo perso prima di... di...
Rividi davanti a me le sue natiche sexy, la sua ricerca forsennata tra i vestiti e nella borsa.
Mi rialzai. Troppo in fretta, perch la stanza inizi a girarmi intorno. Mi appoggiai alla parete.
Scatt la segreteria telefonica, udii la voce cinguettante di mia moglie:
Ciao, sono Diana. Al momento non posso rispondere...
Senza dubbio.
Ma sai cosa fare...
Certamente. Mi ero reso conto, non so bene come, di essermi appoggiato alla parete con la
mano senza guanto, e quindi dovevo ricordarmi di togliere le impronte.
Ti auguro una splendida giornata!
La vedevo dura.
Bip.
Parte terza
La seconda intervista
Capitolo 9
La seconda intervista
Mio padre, Ian Brown, amava moltissimo giocare a scacchi anche se non era particolarmente
bravo. A cinque anni aveva imparato da suo padre, letto libri sull'argomento e studiato le partite pi
celebri. Tuttavia non mi aveva insegnato a giocare prima dei quattordici anni, et in cui i ragazzini non
apprendono pi con la stessa facilit di quando sono piccoli. Ma avevo comunque un certo talento, e a
sedici anni lo battei per la prima volta. Sorrise come se fosse orgoglioso di me, ma sapevo che gli
bruciava. Ridispose le pedine sulla scacchiera e mi chiese la rivincita. Giocavo come al solito con i
bianchi; cercava di farmi credere che in questo modo mi stesse offrendo un vantaggio. Dopo alcune
mosse si scus e and in cucina, dove, ne sono certo, bevve un sorso di gin. Quando ritorn, avevo
cambiato posto a due pedine, ma lui non se ne accorse. Dopo quattro mosse fiss a bocca aperta la mia
regina bianca davanti al suo re nero. E si rese conto che stavo per dargli scacco matto. Aveva un'aria
cos buffa che non potei fare a meno di ridere. E lessi nella sua espressione che aveva capito cos'era
successo. Si alz di colpo e rovesci a terra tutti gli scacchi. Poi mi colp. Le ginocchia mi cedettero e
caddi, pi per lo spavento che per la violenza dello schiaffo. Non mi aveva mai picchiato prima di
allora.
 Hai spostato le pedine,  sibil.  Mio figlio non bara.
Sentii il sapore del sangue in bocca. La regina bianca era finita sul pavimento proprio davanti a
me. La corona si era scheggiata. L'odio mi bruciava in gola e nel petto come un fuoco. Raccolsi la
regina rovinata e la rimisi sulla scacchiera. Poi risistemai anche le altre pedine. Una dopo l'altra. Al
medesimo posto.
 Tocca a te, pap.
Perch  cos che il giocatore lucido, malgrado l'odio, si comporta nonostante abbia visto
sfumare la vittoria e sia stato colpito di sorpresa dall'avversario che gli ha fatto male ed  riuscito a
spaventarlo. Non perde il controllo del gioco, non d a vedere di essere terrorizzato e si attiene al suo
piano. Respira, ricostruisce, continua il gioco, incassa la vittoria. Si alza senza gesti trionfalistici.
Sedevo all'altro capo del tavolo e vedevo la bocca di Clas Greve muoversi. Vedevo le sue
guance tendersi, rilassarsi e formare parole evidentemente comprensibili a Ferdinand e ai due
rappresentanti di Pathfinder, tutti e tre visibilmente soddisfatti. Come odiavo quella bocca. Odiavo le
gengive grigio-rosee, i denti simili a pietre tombali, persino la forma rivoltante di quell'orifizio, una
fenditura con due angoli all'ins che stavano a indicare un sorriso, lo stesso sorriso scolpito con cui
Bjrn Borg aveva affascinato il mondo. E con cui adesso Clas Greve stava seducendo il suo futuro
datore di lavoro, Pathfinder. Ma ci che odiavo di pi erano le sue labbra. Quelle stesse labbra che
avevano toccato le labbra di mia moglie, la pelle di mia moglie, con ogni probabilit i suoi capezzoli
rosa pallido e di sicuro la sua vagina aperta e bagnata. Mi parve addirittura di scorgere un pelo biondo
del pube di Diana in una piega del suo labbro inferiore.
Ormai da oltre mezz'ora ascoltavo in silenzio Ferdinand che, con uno zelo imbecille, spacciava
per sue alcune domande idiote tratte dal manuale del perfetto intervistatore.
Clas Greve, all'inizio del colloquio, aveva risposto rivolgendosi a me. Ma dopo un po' aveva
capito che io ero un osservatore passivo, non annunciato, e che il suo compito, quel giorno, era quello
di redimere gli altri tre con il Vangelo secondo Greve. Tuttavia, di tanto in tanto, mi aveva lanciato
sguardi furtivi e dubbiosi come se sperasse di capire da me qual era il mio ruolo.
Dopo un po' i due di Pathfinder, il presidente della societ e il direttore commerciale, gli
avevano posto una serie di domande che ovviamente avevano a che fare con il periodo in cui aveva
lavorato a Hote. E Greve aveva spiegato come lui e l'azienda avessero dato un contributo decisivo allo
sviluppo di Trace, un liquido o una gelatina simile a una vernice contenente circa cento trasmettitori al
millimetro e che poteva essere applicata su qualsiasi oggetto. Il grande pregio di questa vernice opaca
era di essere quasi trasparente e, come tutte le vernici, di aderire all'oggetto in modo tale che era
impossibile rimuoverla senza utilizzare un raschietto. Il suo limite stava invece nelle dimensioni dei
trasmettitori, cos minuscoli che non riuscivano a inviare segnali abbastanza forti da penetrare
attraverso materiali pi spessi dell'aria, come per esempio acqua, ghiaccio, fango o strati molto fitti di
polvere come quelli che potevano depositarsi sui veicoli durante le guerre nel deserto.
Per contro capitava raramente che le pareti, anche quelle molto spesse, rappresentassero un
problema.
 I soldati ai quali abbiamo applicato Trace sono scomparsi dai nostri sistemi di rilevazione
quando erano troppo sporchi,  aggiunse Greve.  Non disponiamo ancora di una tecnologia che ci
consenta di inviare segnali abbastanza potenti con questi trasmettitori microscopici.
 Ma l'abbiamo noi di Pathfinder,  annunci il presidente del consiglio di amministrazione.
Era un uomo dai capelli radi, sulla cinquantina, che ogni tanto girava il collo come per paura che gli
s'irrigidisse, o come se avesse ingerito qualcosa che non riusciva a inghiottire. Ebbi il sospetto che si
trattasse di uno spasmo involontario dovuto a una malattia muscolare dall'esito fatale. 
Sfortunatamente, per, non abbiamo la tecnologia Trace.
 Da un punto di vista tecnologico Hote e Pathfinder sarebbero stati una coppia perfetta, 
osserv Greve.
 Dio ce ne scampi e liberi,  replic il presidente con aria risentita.  A Pathfinder sarebbe
spettata la parte della moglie casalinga a cui toccano le briciole dello stipendio del marito.
Greve ridacchi.  Non posso darle torto. Senza contare che per Pathfinder sarebbe pi facile
acquisire la tecnologia di Hote che viceversa. Ecco perch ritengo che Pathfinder abbia davanti a s
un'unica via percorribile, ovvero intraprendere il viaggio per conto suo.
Vidi gli esponenti di Pathfinder che si scambiavano un'occhiata.
 Lei ha indubbiamente un curriculum come si deve, Greve,  comment il presidente, senza
notare la rima involontaria.  Ma noi di Pathfinder siamo soprattutto alla ricerca di un amministratore
delegato che intenda lavorare in azienda piuttosto a lungo, di un... come lo chiamate voi in gergo?
 Agricoltore,  si affrett a suggerire Ferdinand.
 S, un agricoltore. Mi sembra un'immagine efficace. Una persona in grado di coltivare tutto
ci che gi esiste e di svilupparlo e potenziarlo pian piano. Tenace e paziente. E lei ha un curriculum
che ... spettacolare e incredibile, ma non sappiamo se possieda quella tenacia e testardaggine di cui
deve essere dotato il nostro nuovo amministratore delegato.
Clas Greve aveva ascoltato il presidente di Pathfinder con interesse, quindi annu.
 Innanzitutto vorrei dirle che condivido il suo punto di vista riguardo alle caratteristiche che
dovr avere il nuovo amministratore delegato di Pathfinder. In secondo luogo non avrei dimostrato
interesse per questa posizione se non avessi avuto le qualit necessarie.
 Ritiene quindi di possederle?  chiese cautamente l'altro esponente di Pathfinder, un tipo
diplomatico che avevo classificato come direttore commerciale ancor prima che si presentasse. Ne
avevo fatti assumere diversi.
Clas Greve sorrise. Un sorriso cordiale, che non solo gli addolciva il viso spigoloso, ma che lo
trasformava totalmente. Avevo visto quel trucco gi altre volte; con quel sorriso Greve voleva far
intuire che, all'occasione, poteva essere anche un adolescente malandrino. Suscitava lo stesso effetto
del contatto fisico consigliato da Inbau, Reid e Buckley, il gesto intimo, la dichiarazione di fiducia,
l'apertura che precede il mettersi a nudo.
 Lasciate che vi racconti una storia,  esord.  Riguarda un episodio di cui parlo a fatica
perch rivela che non so accettare la sconfitta. Sono una di quelle persone che non sanno perdere
nemmeno quando fanno a testa o croce.
Si udirono delle risate soffocate nella stanza.
 Ma spero che vi faccia capire quanto so essere tenace e paziente,  prosegu.  Quando facevo
parte delle Bbe mi capit una volta di dover inseguire in Suriname un corriere della droga, una mezza
tacca...
Notai che i due di Pathfinder si sporgevano inconsciamente un po' pi in avanti. Ferdinand si
premur di versare altro caff mentre mi rivolgeva un sorriso trionfante.
Vidi la bocca di Clas Greve muoversi. Strisciare in avanti. Posarsi in aree proibite. Aveva
gridato? Senz'altro. Diana non riusciva a evitarlo, davvero una preda facile per i suoi piaceri. La prima
volta che avevamo fatto l'amore mi aveva ricordato una scultura del Bernini nella cappella Cornaro,
L'Estasi di santa Teresa. In parte per via della bocca schiusa, l'espressione appassionata del viso quasi
contratta dal dolore, la vena in rilievo, la ruga di concentrazione sulla fronte. E in parte perch gridava,
e io ho sempre pensato che la santa carmelitana in estasi scolpita dal Bernini gridi nel momento in cui
l'angelo le estrae dal petto la freccia, pronto a scagliarla di nuovo. Almeno cos l'ho sempre vista io,
dentro-fuori-dentro, un'immagine di penetrazione divina, di fornicazione nella sua espressione pi
sublime, ma pur sempre di fornicazione. Comunque nemmeno una santa avrebbe potuto gridare come
Diana. Il grido di Diana era un godimento doloroso, la punta di una freccia che penetrava nei timpani e
faceva venire la pelle d'oca in tutto il corpo. Era un grido lamentoso e insistente, che saliva appena di
tono per poi diminuire come il modellino di un aeroplano. Cos acuto che dopo il primo rapporto
sessuale mi ero svegliato col mal d'orecchi e dopo tre settimane di passione avevo iniziato ad accusare
i primi sintomi dell'acufene. Nelle orecchie sentivo lo scroscio permanente di una cascata o perlomeno
di un ruscello, accompagnato da un fischio che andava e veniva.
Una volta le avevo detto scherzando che ero seriamente preoccupato per il mio udito, ma Diana
non aveva colto l'ironia. Anzi, si era spaventata e si era quasi messa a piangere. E quando avevamo
fatto di nuovo l'amore, mi aveva messo le sue mani morbide intorno alle orecchie, un gesto che
dapprima avevo interpretato come una carezza un po' insolita. Ma quando poi avevano formato due
caldi cappucci protettivi, mi ero reso conto che si trattava di un vero e proprio gesto d'amore. Dal punto
di vista uditivo Diana non aveva risolto granch  le sue grida erano comunque penetrate attraverso la
mia corteccia cerebrale  ma l'effetto emotivo era stato notevole. Non sono un uomo che piange
facilmente, ma nel preciso istante in cui stavo per venire mi ero messo a singhiozzare come un
bambino. Probabilmente perch sapevo che nessuno, ma proprio nessuno, mi avrebbe mai amato
quanto lei.
In quel momento, mentre osservavo Clas Greve con la consapevolezza che lei aveva gridato
anche tra le sue braccia, provai a non pensare alla domanda successiva. Ma proprio come Diana, non
riuscii a trattenermi: aveva coperto anche le sue orecchie?
 Il sentiero si snodava perlopi attraverso una giungla fitta e un terreno paludoso,  prosegu
Clas Greve.  Otto ore di marcia al giorno. Ma rimanevamo sempre un po' indietro, eravamo sempre
un po' in ritardo. Gli altri si diedero per vinti, uno dopo l'altro. Febbre, dissenteria, morsi di serpente,
sfinimento. E il tipo, come ho gi detto, non era un pezzo grosso dell'organizzazione. La giungla ti fa
uscire di testa. Io ero il pi giovane, ma alla fine fui quello a cui venne affidato il comando. E il
machete.
Diana e Greve. Quando avevo parcheggiato la Volvo in garage, di ritorno dall'appartamento in
Oscars gate, avevo preso in considerazione per un istante l'idea di abbassare i finestrini, lasciare il
motore acceso e respirare l'anidride carbonica, il monossido di carbonio o come cazzo si chiama quella
roba l, probabilmente sarebbe stata una morte piacevole.
 Dopo aver seguito le sue tracce per sessantatre giorni, per trecentoventi chilometri, sul
peggior terreno che si possa immaginare, il gruppo degli inseguitori si era ridotto a due, ovvero a me e
a uno sbarbatello di Groningen troppo stupido per andar fuori di testa. Mi misi in contatto con la sede
centrale e mi feci spedire un niether terrier. Conoscete questa razza? Credo di no.  il miglior segugio
del mondo. Infinitamente leale, attacca tutto quello che gli si indica a prescindere dalla grandezza. Un
amico per la vita. Letteralmente. Un elicottero paracadut l'animale, un cucciolo di poco pi di un
anno, in mezzo alla giungla, nell'enorme distretto del Sipaliwini, dove paracadutano anche la cocaina.
Scoprimmo che era stato scaricato a oltre dieci chilometri da dove ci eravamo nascosti. Sarebbe gi
stato un miracolo se fosse riuscito a trovarci, se fosse sopravvissuto un giorno intero nella giungla. Ci
raggiunse in meno di due giorni.
Greve si appoggi allo schienale della sedia. Ora padroneggiava totalmente la situazione.
 Lo chiamai Sidewinder, come il missile che individua le vittime in base al calore che
emanano. Adoravo quel cane. Ecco perch anche adesso possiedo un niether terrier;  il nipote di
Sidewinder e sono andato a prenderlo ieri in Olanda.
Quando ero rientrato in casa la sera dopo aver svaligiato l'appartamento di Greve avevo trovato
Diana seduta in sala a guardare il telegiornale. Stavano trasmettendo una conferenza stampa in cui si
vedeva l'ispettore Brede Sperre dietro una selva di microfoni. Stava parlando di un omicidio. Un
omicidio risolto. Un omicidio che, a sentire lui, aveva risolto da solo. La sua voce aveva uno stridore
mascolino, simile al crepitio di una radio, e ogni tanto s'interrompeva come per una mancanza di
corrente, come se il tasto di una macchina per scrivere fosse ormai cos consunto che la lettera era
decifrabile solo sulla carta. Il co-pevole verr proessato domani. Altre domande? Il suo accento non
recava pi alcuna traccia delle sue origini  veniva dalla zona meno chic di Oslo  ma facendo qualche
ricerca su Google si scopriva che aveva giocato per otto anni a basket nell'Ammerud. Si era diplomato
presso l'Accademia di polizia piazzandosi al secondo posto tra quelli del suo anno. Intervistato da una
rivista femminile, non aveva voluto rivelare, per motivi professionali, se fosse fidanzato. L'eventuale
partner avrebbe potuto ricevere attenzioni indesiderate sia dai mass media, sia dai criminali a cui dava
la caccia. Ma nulla nelle foto da pin-up che si era lasciato scattare dalla stessa rivista, camicia
semisbottonata, occhi socchiusi, sorriso ammiccante, faceva pensare che fosse fidanzato.
Ero rimasto in piedi dietro la poltrona di Diana.
 Adesso lavora alla Kripos,  mi aveva detto.  Si occupa di omicidi e roba del genere.
Io ovviamente lo sapevo gi; ogni settimana facevo ricerche su di lui su Google per essere
aggiornato sulle sue attivit, per sapere se aveva rilasciato alla stampa altre dichiarazioni
sull'operazione contro la banda di ladri d'opere d'arte. Inoltre raccoglievo informazioni su di lui
ogniqualvolta se ne presentava l'occasione. Oslo non  poi cos grande. Ero venuto a sapere un bel po'
di cose.
 Un vero peccato,  avevo risposto in tono faceto.  Non verr pi a trovarti in galleria.
Aveva riso e alzato lo sguardo su di me, mentre io l'avevo abbassato su di lei, e i nostri visi
erano apparsi capovolti l'uno rispetto all'altro. E per un istante mi ero detto che tra lei e Greve non
c'era stato nulla, ero io che mi ero fatto un film a tinte un po' troppo forti come capita a gran parte della
gente che, a intervalli regolari, s'immagina gli scenari peggiori solo per capire cosa si provi e se, nel
caso, sarebbero tollerabili. E per essere sicuro che era stato solo un sogno le avevo detto che mi ero
ricreduto, che a dicembre avremmo davvero potuto fare il viaggio a Toky? che lei desiderava. Ma
Diana mi aveva guardato stupita per poi dirmi che non poteva chiudere la galleria appena prima di
Natale, in alta stagione. Inoltre nessuno si recava a Toky? a dicembre, quando faceva un freddo
terribile. Le chiesi cosa ne pensasse allora di andare in primavera, avrei gi potuto prenotare i biglietti.
E lei aveva risposto che forse era esagerato fare programmi cos a lungo termine, non potevamo
aspettare e vedere cosa sarebbe successo? Ma certo, avevo risposto, e poi le avevo detto che andavo a
dormire, ero stanchissimo.
E quando ero sceso al piano di sotto ed ero entrato nella stanza dei bambini, avevo raggiunto il
mizuko jizo e mi ero inginocchiato. L'altare non era stato toccato. Programmi troppo a lungo termine.
Stiamo a vedere... Poi avevo tolto la scatoletta rossa dalla tasca, avevo accarezzato con i polpastrelli la
superficie scamosciata e l'avevo messa di fianco al piccolo Buddha di pietra che vegliava sul nostro
bambino d'acqua.
 Due giorni pi tardi trovammo il trafficante di droga in un piccolo villaggio. Lo aveva aiutato
a nascondersi un'innocente ragazzina straniera che scoprimmo pi tardi essere la sua fidanzata.  una
consuetudine dei trafficanti di droga quella di procurarsi ragazzine dall'aspetto innocente e poi
sfruttarle come corrieri. Almeno fin quando non vengono fermate alla dogana e si beccano l'ergastolo.
Erano trascorsi sessantacinque giorni da quando era iniziata la caccia . Clas Greve trattenne il respiro.
 Avrei potuto proseguire per altri sessantacinque.
Alla fine era stato il direttore commerciale a rompere il silenzio:  E siete riusciti ad arrestare il
vostro uomo?
 Non solo lui. Lui e la sua ragazza hanno vuotato il sacco a tal punto da permetterci, in seguito,
di arrestare altri ventitre trafficanti.
 Ma com'...  inizi il presidente.  Ma com' che si arresta un simile... avventuriero?
 In questo caso l'arresto non ha avuto niente di spettacolare,  rispose Clas Greve incrociando
le mani dietro la nuca.  La parit tra i sessi  arrivata anche in Suriname. Quando abbiamo assaltato la
casa, lui aveva deposto le armi sul tavolo della cucina e stava aiutando la sua ragazza con un tritacarne.
Il presidente scoppi in una sonora risata e guard il direttore commerciale che ubbidientemente
si un all'ilarit del suo capo, anche se in modo pi discreto. Il coretto divenne a tre voci quando si
aggiunse anche la risata in falsetto di Ferdinand. Osservai quei quattro visi inespressivi pensando a
quanto mi sarebbe piaciuto, in quel momento, possedere una bomba a mano.
Dopo che Ferdinand ebbe terminato il colloquio, seguii Clas Greve fuori dalla stanza mentre gli
altri tre facevano una pausa prima di tirare le somme.
Lo accompagnai all'ascensore e premetti il pulsante.
 Molto convincente,  esclamai, intrecciando le mani davanti ai pantaloni e fissando il display
che segnava i piani.  Riscuoti molta simpatia con le tue arti seduttive.
 Ma che seduzione e seduzione. Non dirmi che ritieni disonorevole l'arte di vendersi al meglio,
Roger.
 No di certo. Se fossi stato al tuo posto mi sarei comportato esattamente allo stesso modo.
 Grazie. Quando scriverai la relazione?
 Stasera.
 Bene.
Le porte dell'ascensore si aprirono, vi salimmo, prendemmo posto e aspettammo che partisse.
 Mi stavo solo chiedendo una cosa,  dissi.  La persona che hai inseguito...
 S?
 Non era per caso la stessa che ti aveva torturato in uno scantinato?
Greve sorrise.  Come l'hai capito?
 Ho tirato a indovinare . Le porte dell'ascensore si richiusero.  E ti sei accontentato di
arrestarlo?
Greve alz un sopracciglio.  Ti sembra strano?
Alzai le spalle. L'ascensore si mise in moto.
 Volevo ucciderlo,  continu Greve.
 Avevi cos tante cose di cui vendicarti?
 S.
 E come viene punito l'omicidio nell'esercito olandese?
 Si fa in modo di non venir scoperti. Curacit.
 Veleno? Come nelle frecce con la punta avvelenata?
  quel che usano i cacciatori di teste nella nostra parte del mondo.
Immaginai che il doppio senso fosse intenzionale.
 Una soluzione di Curacit in una pallina di gomma grande come un acino d'uva e munita di un
ago sottilissimo, quasi invisibile. La nascondi nel materasso. Quando la vittima si corica, la punta della
siringa penetra nella pelle e il peso del corpo esercita una pressione tale che il veleno ci entra dentro.
 Ma nel tuo caso quell'uomo era a casa sua,  aggiunsi.  E poi la ragazza avrebbe potuto
testimoniare contro di te.
 Esatto.
 Quindi com' che sei riuscito a convincerlo a tradire i suoi compagni?
 Gli ho proposto un patto. Il mio collega l'ha immobilizzato mentre io gli ho infilato la mano
nel tritacarne e gli abbiamo detto che avrebbe potuto assistere allo spettacolo del cane che se la
mangiava. A quel punto si  deciso a parlare.
Annuii mentre visualizzavo la scena. L'ascensore si apr e ci dirigemmo verso la porta
d'ingresso. Gliela tenni aperta.  E cosa  successo dopo che ha parlato?
 Cosa vuoi sapere?  Greve alz gli occhi al cielo.
 Hai rispettato i patti?
 Io...  rispose lui inforcando un paio di occhiali da sole Maui Jim Titanium che aveva appena
tolto dalla tasca della giacca.  Io rispetto sempre i patti.
 Quindi ti sei accontentato di un misero arresto? Dopo due mesi che lo inseguivi e avevi corso
il rischio di lasciarci le penne?
Greve rise sommessamente.  Non hai colto il punto, Roger. Rinunciare alla caccia 
un'opzione inesistente per uno come me. Sono come il mio cane, il prodotto del mio patrimonio
genetico e dell'addestramento. Il rischio non esiste. Una volta lanciato, sono come un razzo che cerca
onde di calore e che niente riesce a fermare, e in ultima analisi punta all'autodistruzione. Applica le tue
conoscenze rudimentali di psicologia a quanto ti sto dicendo . Mi appoggi una mano sul braccio, fece
un sorriso tirato e sussurr:  Ma poi tienti la diagnosi per te.
Rimasi immobile con la mano sulla maniglia della porta.  E la ragazza? Come sei riuscito a
farla parlare?
 Aveva quattordici anni.
 E?
 Cosa credi?
 Non saprei.
Greve fece un profondo sospiro.  Non capisco che razza d'opinione ti sei fatto di me, Roger. Io
non interrogo le minorenni. L'ho portata con me a Paramaribo, le ho comprato un biglietto aereo con la
mia paga da soldato e l'ho rispedita a casa, dai suoi genitori, prima che l'acciuffasse la polizia del
Suriname.
Rimasi a guardarlo mentre si dirigeva a rapidi passi verso una Lexus GS 430 argento
posteggiata nel parcheggio.
L'autunno era una stagione sfacciatamente bella. Il giorno del mio matrimonio aveva piovuto.
Capitolo 10
Cardiopatia
Citofonai a Lotte Madsen per la terza volta. In realt non c'era una targhetta col suo nome, ma
avevo suonato un tal numero di volte a quel citofono in Eilert Sundts gate da sapere benissimo qual era
il suo campanello.
Il buio era sceso in fretta e la temperatura era precipitata. Tremavo di freddo. Lotte aveva
esitato a lungo quando, dopo pranzo, l'avevo chiamata dal lavoro per chiederle se potevo andare a
trovarla verso le otto. E quando finalmente mi aveva concesso udienza, con un monosillabo, avevo
intuito che doveva aver infranto una promessa fatta a s stessa: di non avere pi niente a che fare con
quell'uomo che l'aveva lasciata con tanta fermezza.
Sentii scattare il portone; lo spalancai immediatamente come se temessi di non avere altre
opportunit. Presi le scale; non volevo correre il rischio di incontrare in ascensore qualche vicino
curioso che avrebbe passato il tempo a fissarmi e a trarre le sue conclusioni.
Lotte apr appena la porta; dalla fessura scorsi il suo viso pallido.
Entrai e chiusi la porta dietro di me:
 Rieccomi.
Non rispose. Come sempre, del resto.
 Come stai?  le chiesi.
Lotte Madsen alz le spalle. Aveva esattamente lo stesso aspetto della prima volta in cui
l'avevo incontrata: sembrava un cucciolo timoroso, minuto e dal pelo arruffato, con occhi castani
spaventati. I capelli unti le scendevano scomposti ai lati del viso, inerti; se ne stava un po' curva,
infagottata in vestiti informi e di colore indefinito in cui sembrava una donna che trascorre pi tempo a
nascondere il proprio corpo che non a metterlo in evidenza. Peraltro senza alcun motivo. Lotte aveva
un fisico slanciato, era ben fatta, e aveva una pelle liscia e perfetta. Ma trasmetteva quell'idea di
sottomissione che immagino sia presente in una donna che  sempre stata picchiata, che  sempre stata
lasciata, che non  mai stata trattata come si meritava. Forse era stato quello a suscitare in me un istinto
protettivo che fino ad allora non avevo saputo di avere. Insieme a sentimenti molto meno platonici che
avevano fatto da miccia al nostro brevissimo rapporto. O relazione. Relazione. Un rapporto  qualcosa
che continua, una relazione  cosa del passato. La prima volta che avevo incontrato Lotte Madsen era
stato a uno dei vernissage estivi di Diana. Lotte era all'altro capo del salone, lo sguardo fisso su di me,
e aveva reagito con un certo ritardo. Cogliere in fallo una donna che ti sta osservando  sempre
lusinghiero, ma quando mi resi conto che non mi avrebbe pi fissato, mi avvicinai al quadro che stava
studiando e mi presentai. Pi che altro per curiosit, visto che io mi sono sempre considerato, data la
mia natura, straordinariamente fedele a Diana. Le solite malelingue avrebbero potuto sostenere che la
mia fedelt si basava pi su un'analisi dei rischi che sull'amore, che Diana, in quanto a bellezza,
giocava in serie A, e quindi io non ero nella posizione di assumermi certi rischi a meno che non volessi
ritrovarmi a giocare nella lega nazionale dilettanti per il resto dei miei giorni.
Forse. Lotte Madsen, invece, giocava nella mia stessa categoria.
Aveva l'aspetto di un'artista un po' hippy, e quindi balzai automaticamente alla conclusione che
lo fosse, o che in alternativa fosse l'amante di uno di loro. Non riuscivo altrimenti a spiegarmi come un
paio di pantaloni marroni frusti di velluto e un noiosissimo maglione grigio aderente avessero potuto
accedere al vernissage. Scoprii invece che era l per comprare. Non per s stessa, beninteso, ma per
conto di una societ danese che doveva arredare la sua nuova sede di Odense. Era una traduttrice
freelance dal norvegese e dallo spagnolo: traduceva dpliant, articoli, manuali, copioni cinematografici
e qualche libro specialistico. L'azienda era uno dei suoi clienti pi regolari. Parlava a voce bassa e con
un sorriso appena accennato, come se non capisse perch qualcuno fosse disposto a perdere del tempo
con lei. Mi conquist immediatamente. S, credo che questa sia la parola giusta. Era dolce e piccolina.
Un metro e cinquantanove. Non avevo bisogno di domandarle quant'era alta, avevo un occhio ben
allenato. Tornai a casa col suo numero di telefono, cos avrei potuto contattarla per inviarle le
fotografie di altri quadri dell'artista che esponeva. Credo che allora le mie intenzioni fossero ancora
oneste.
La volta successiva c'eravamo visti da Sushi & Coffee per un caff. Le avevo spiegato che le
avrei mostrato alcune stampe dei quadri invece di inviarle le foto per e-mail perch le riproduzioni,
proprio come me, potevano mentire.
Dopo aver esaminato in fretta le stampe, le avevo raccontato che il mio matrimonio era infelice,
ma che non lasciavo mia moglie perch mi sentivo in obbligo nei suoi confronti, visto il suo amore
sconfinato per me.  il clich pi utilizzato al mondo dai mariti che vogliono rimorchiare donne non
sposate o viceversa. Ma ebbi la sensazione che non lo avesse mai sentito prima. Anch'io non l'avevo
mai usato fino a quel momento, ma di certo l'avevo sentito e speravo funzionasse.
Aveva guardato l'orologio e detto che doveva andare; a quel punto le avevo chiesto se potevo
passare da lei una sera per farle vedere un altro artista che ritenevo fosse un investimento decisamente
migliore per il suo cliente di Odense. Aveva accettato con una certa riluttanza.
Mi ero portato dietro alcuni quadri piuttosto scadenti della galleria e una bottiglia di buon vino
rosso della mia cantina. Mi era parsa rassegnata al suo destino dal momento stesso in cui aveva aperto
la porta di casa sua in quella calda sera d'estate.
Le avevo raccontato delle storielle divertenti sulle mie gaffe, quel genere di aneddoti che
apparentemente ti mettono in cattiva luce, ma in realt dimostrano che hai abbastanza fiducia in te
stesso e sei un uomo abbastanza realizzato da poterti permettere l'autoironia. Mi raccont che era figlia
unica, che da bambina e adolescente aveva viaggiato per il mondo insieme ai genitori e che suo padre
era capo ingegnere in un'azienda idroelettrica internazionale. Non sentiva di appartenere a nessun
paese in particolare, la Norvegia andava bene come qualsiasi altro posto. Per essere una che parlava
diverse lingue, era davvero di poche parole.  una traduttrice, avevo pensato. Preferisce le storie degli
altri alle sue.
Mi aveva fatto domande su mia moglie. Tua moglie, aveva detto, anche se di certo doveva
sapere che si chiamava Diana visto che era stata invitata al suo vernissage. In un certo qual modo ci
aveva reso pi facili le cose sia a me, sia a lei.
Le raccontai che il mio matrimonio era andato in crisi quando mia moglie era rimasta incinta
e io non avevo voluto il bambino. E secondo lei l'avevo convinta ad abortire.
 L'hai fatto davvero?  mi aveva chiesto Lotte.
 Credo di s.
Avevo visto la sua espressione mutare impercettibilmente e le avevo chiesto perch.
 I miei genitori mi hanno convinto ad abortire perch ero adolescente e perch il bambino non
avrebbe avuto un padre. Li odio ancora per questo e odio anche me stessa.
Avevo deglutito. Deglutito e fornito una spiegazione.  Il feto aveva la sindrome di Down.
L'ottantacinque per cento dei genitori che si trovano in questa situazione sceglie l'aborto.
Mi pentii subito di aver detto una cosa del genere. Cos'avevo creduto? Che la sindrome di
Down avrebbe reso pi accettabile il fatto che non volevo un figlio da mia moglie?
 Probabilmente tua moglie avrebbe comunque perso il bambino,  aveva risposto Lotte.  La
sindrome di Down  spesso accompagnata da una cardiopatia.
Una cardiopatia, avevo pensato, e dentro di me l'avevo ringraziata per aver giocato nuovamente
nella mia squadra, per aver reso ancora una volta le cose pi facili a me e a noi. Un'ora dopo ci
eravamo gi tolti i vestiti e io stavo celebrando una vittoria che a una persona pi abituata alle
conquiste sarebbe parsa certo di poco conto, ma che mi aveva fatto sentire al settimo cielo per giorni e
giorni. Anzi, settimane. Pi precisamente tre settimane e mezza. Avevo addirittura un'amante. Che
avevo lasciato dopo ventiquattro giorni.
Mentre la osservavo in quel momento davanti a me, nell'ingresso, mi sembrava del tutto irreale.
Hamsun ha scritto che noi uomini ci saziamo in fretta dell'amore, e non desideriamo che
qualcosa ci venga servito in porzioni eccessive. Siamo davvero cos banali? Evidentemente s. Ma nel
mio caso era stato diverso. In pratica, ero stato assalito dai rimorsi. Non perch non potevo ricambiare
l'amore di Lotte, ma perch amavo Diana. Era stata una specie di rivelazione ineluttabile, anche se il
colpo finale era giunto in occasione di un episodio bizzarro. Era la fine dell'estate, il ventiquattresimo
giorno del peccato, e ci trovavamo a letto nell'angusto bilocale di Lotte in Eilerts Sundts gate.
Avevamo parlato tutta la sera, o per essere pi precisi, avevo parlato sempre io. Esposto le mie teorie
sulla vita. Mi riesce piuttosto bene, in genere uso uno stile un po' alla Paulo Coelho, che affascina le
persone intellettualmente pi modeste e irrita gli ascoltatori pi esigenti. I malinconici occhi castani
avevano seguito per filo e per segno tutto ci che avevo detto, assorbito ogni parola; vedevo Lotte
entrare letteralmente nel mio mondo di fantasie casarecce, assimilare i miei ragionamenti, innamorarsi
della mia mente. Io, invece, ero da tempo innamorato del modo in cui mi amava, dei suoi occhi fedeli,
del silenzio e dei suoi mugolii quasi impercettibili mentre facevamo l'amore, cos diversi dai gemiti da
sega circolare di Diana. L'innamoramento mi aveva fatto passare tre settimane e mezza in uno stato di
perenne eccitazione. Quando alla fine avevo chiuso il mio monologo, ci eravamo guardati, mi ero
chinato su di lei, le avevo appoggiato una mano sul seno facendola rabbrividire, o forse ero stato io a
rabbrividire, e c'eravamo catapultati in camera, sul letto Ikea largo centouno centimetri e dal
promettente nome di Brekke, rottura. Quella sera i mugolii erano stati pi forti del solito, e Lotte
aveva sussurrato nel mio orecchio qualcosa di incomprensibile in danese, una lingua oggettivamente
difficile visto che i bambini danesi imparano a parlare pi tardi di tutti in Europa, ma che comunque
avevo trovato erotico, per cui avevo accelerato il ritmo. Di solito Lotte era piuttosto contraria a questi
slanci, ma quella sera mi aveva afferrato per i fianchi e attirato a s, un gesto che avevo interpretato
come la richiesta di aumentare l'intensit e la frequenza dei miei affondi. Avevo ubbidito
concentrandomi sull'immagine di mio padre nella bara aperta durante il funerale, un metodo che si era
dimostrato efficace nel prevenire l'eiaculazione precoce. O, come in questo caso, l'eiaculazione tout
court. Anche se Lotte mi aveva detto che prendeva la pillola, il pensiero di una gravidanza mi dava le
palpitazioni. Non sapevo se Lotte raggiungesse l'orgasmo quando facevamo l'amore; viste le sue
reazioni controllate, mi ero fatto l'idea che il suo orgasmo sarebbe stato simile a minuscole increspature
sulla superficie che magari non avrei nemmeno notato. E lei era una creatura troppo delicata per
esporla allo stress di una domanda. Ecco perch fui colto totalmente di sorpresa da ci che accadde.
Capii che avrei dovuto fermarmi, ma mi concessi un ultimo, poderoso affondo. E fu come se avessi
colpito qualcosa molto in profondit. Il suo corpo si irrigid mentre gli occhi e la bocca si
spalancavano. Ne segu un tremolio, e per un breve, folle attimo temetti di aver provocato una crisi
epilettica, poi fui raggiunto da qualcosa di caldo, di ancora pi caldo della sua vagina, che avvolse i
miei genitali e che subito dopo si tramut in un'ondata che mi invest l'addome, i fianchi e i testicoli.
M'issai sui gomiti e fissai con sconcerto e orrore il punto in cui i nostri corpi erano congiunti.
La sua vagina si stava contraendo come se volesse espellermi; Lotte emise un gemito profondo, una
specie di grido rauco che non avevo mai sentito, e poi fui investito dall'ondata successiva. L'acqua
fuoriusc da lei, super i nostri bacini e invest il materasso che non era ancora riuscito ad assorbire la
prima ondata. Mio Dio, pensai, l'ho bucata. Preso dal panico il mio cervello inizi a lavorare
febbrilmente alla ricerca di una spiegazione.  incinta, pensai. Avevo appena perforato la sacca in cui
si trovava il feto, e tutta quella porcheria si stava riversando sul letto. Mio Dio, stiamo nuotando fra la
vita e la morte e questo  un bambino d'acqua, un altro bambino d'acqua! Forse mi era capitato di
leggere qualcosa riguardo ai cosiddetti orgasmi bagnati, magari li avevo anche visti in qualche film
porno, ma avevo pensato che fossero uno scherzo, un'invenzione, una fantasia maschile riguardo a una
partner con pari diritti di eiaculazione. L'unica cosa a cui ero riuscito a pensare mentre me ne stavo l
sdraiato era che si trattava di una sorta di legge del contrappasso, la punizione degli di per aver
convinto Diana ad abortire: avevo ucciso un altro bambino innocente con il mio uccello indisciplinato.
Mi ero alzato in piedi a fatica, mi ero tolto di dosso il piumone; Lotte aveva avuto un sussulto,
ma non avevo fatto caso al suo corpo nudo raggomitolato, concentrato com'ero sul cerchio scuro che
continuava ad allargarsi sul lenzuolo. Lentamente capii cos'era successo. O, ancora pi importante,
cosa non era successo, per una circostanza fortunata. Ma il danno era fatto, era troppo tardi, non c'era
modo di rimediare.
 Devo andare,  avevo detto,  la nostra storia  finita.
 Cosa fai?  aveva sussurrato Lotte con un filo di voce, ancora rannicchiata in posizione fetale.
 Mi spiace da morire,  avevo detto,  ma devo tornare a casa e chiedere perdono a Diana.
 Tanto non lo otterrai,  aveva mormorato Lotte.
Non avevo sentito nessun rumore in camera da letto mentre mi sciacquavo in bagno per
togliermi l'odore di lei dalle mani e dalla bocca, e me ne ero andato, chiudendo silenziosamente la
porta d'ingresso dietro di me.
E ora, tre mesi pi tardi, mi trovavo in quello stesso corridoio, ben sapendo che stavolta non era
Lotte ad avere gli occhi da cucciolo, ma io.
 Puoi perdonarmi?  le chiesi.
 Perch, lei non l'ha fatto?  mi chiese in tono piatto. Ma forse quella era l'intonazione danese.
 Non le ho mai raccontato di noi.
 Perch no?
 Non so,  risposi.   molto probabile che abbia una cardiopatia.
Mi studi a lungo con uno sguardo inquisitorio. E mi parve di intuire un sorriso dietro i suoi
occhi castani e troppo malinconici.
 Perch sei venuto qui?
 Perch non riesco a dimenticarti.
 Perch sei venuto qui?  ripet con una determinazione che non le conoscevo.
 Pensavo solo che avremmo...  iniziai a dire, ma fui interrotto:
 Perch, Roger?
Sospirai.  Non le devo pi niente. Ha un amante.
Segu un lungo silenzio.
Per qualche secondo assunse un'aria un po' imbronciata.  Ti ha spezzato il cuore?
Annuii.
 E adesso vuoi che sia io a rimettere insieme i pezzi?  Non avevo mai sentito quella donna
cos taciturna esprimersi in modo tanto immediato e diretto.
 Non credo che ci riuscirai, Lotte.
 No, credo di no. Sai chi  il suo amante?
 Un tipo che si  candidato da noi per un lavoro che non otterr, mettiamola cos. Non
possiamo parlare d'altro?
 Solo parlare?
 Decidi tu.
 S, decido io. Solo conversazione. E in questo campo sei tu il maestro.
 Va bene. Ho portato una bottiglia di vino.
Scosse impercettibilmente la testa. Poi si gir e io la seguii.
Parlai senza interruzione tra un bicchiere e l'altro e finii per addormentarmi sul divano. Quando
mi svegliai mi ritrovai con la testa sul suo grembo, mentre lei mi accarezzava i capelli.
 Sai qual  stata la prima cosa che ho notato di te?  mi chiese quando si fu resa conto che mi
ero svegliato.
 I capelli,  risposi.
 Te l'avevo gi detto?
 No,  risposi guardando l'orologio. Erano le nove e mezza. Era ora di andare a casa, o
perlomeno alle macerie di una casa. Stavo male alla sola idea.
 Posso tornare?  le chiesi.
Vidi che esitava.
 Ho bisogno di te.
Sapevo che non si trattava di un argomento molto convincente. L'avevo preso in prestito da una
donna che aveva scelto il Qpr perch la squadra aveva bisogno di lei. Ma era l'unico argomento a mia
disposizione.
 Non so,  rispose.  Ci penso.
Quando entrai Diana era seduta in sala e leggeva un libro piuttosto corposo. Van Morrison stava
cantando someone like you make it all worthwhile. Lei non mi ud fin quando non le fui davanti e
lessi a voce alta il titolo in copertina.
 Nascer un bambino?
Trasal, ma s'illumin e in tutta fretta ripose il libro sullo scaffale dietro di s.
 Sei tornato tardi, tesoro. Hai fatto qualcosa di bello o hai solo lavorato?
 Tutte e due le cose,  risposi avvicinandomi alla finestra della sala. Il garage era immerso
nella luce della luna, ma sarebbero trascorse ancora diverse ore prima che Ove venisse a ritirare il
quadro.  Ho risposto ad alcune telefonate e ho pensato un po' a quale candidato consigliare a
Pathfinder.
Batt le mani con entusiasmo.  Ma  magnifico! Proporrai il tipo che ti ho presentato, quel...
com' che si chiama?
 Greve.
 Clas Greve! Sto diventando una smemorata pazzesca. Speriamo mi compri un quadro molto
costoso quando lo verr a sapere. Me lo merito, non ti pare?
Scoppi a ridere, sgranch le gambe affusolate che aveva tenuto rannicchiate fino a quel
momento e sbadigli. Fu come se qualcuno mi avesse artigliato il cuore e lo stesse strizzando a mo' di
palloncino d'acqua. Mi girai bruscamente verso la finestra per non farle vedere la smorfia di dolore sul
mio viso. La donna che avevo ritenuto priva di qualsiasi capacit d'inganno non solo riusciva a non
tradirsi, ma recitava la sua parte come una professionista. Deglutii e attesi fin quando fui sicuro di non
tradirmi con la voce.
 Greve non  la persona adatta,  dissi mentre studiavo il volto di Diana nel riflesso della
finestra.  Proporr un altro candidato.
Semiprofessionista. Infatti non riusc a dissimulare cos bene la delusione.
 Stai scherzando, vero tesoro? Lui  perfetto. L'hai detto tu stesso...
 Mi sbagliavo.
 Ti sbagliavi?  Con grande soddisfazione notai che la voce le si era leggermente incrinata. 
Che cavolo significa?
 Greve  straniero.  alto meno di un metro e ottanta. E soffre di gravi disturbi della
personalit.
 Meno di un metro e ottanta? Buon Dio, Roger, tu non sei alto nemmeno un metro e settanta.
Sei tu che soffri di disturbi della personalit!
Colpito e affondato. Non tanto per per l'accenno ai disturbi della personalit, su quello poteva
benissimo aver ragione. Cercai di ricompormi in modo da parlare con pacatezza.
 Perch ti scaldi tanto, Diana? Anch'io avevo riposto grandi speranze in Clas Greve, ma capita
spessissimo che le persone ci deludano e non siano all'altezza delle nostre aspettative.
 Ma... ma tu stai facendo uno sbaglio! Non ti rendi conto?  la persona giusta!
Mi girai verso di lei con un sorriso accondiscendente.  Senti, Diana, io sono uno dei migliori
nel mio campo, ovvero so valutare e selezionare le persone. Pu darsi che sbagli a giudicare nella vita
privata...
Notai una leggera smorfia sul suo viso.
 Ma sul lavoro non sbaglio mai.
Rimase in silenzio.
 Sono stanco morto,  aggiunsi.  Stanotte non ho quasi chiuso occhio. Buonanotte.
A letto udivo i suoi passi al piano di sopra. Irrequieti, avanti e indietro. Non la sentivo parlare,
ma sapevo che non stava mai ferma quando era al telefono. Mi resi conto che era una caratteristica
tipica delle generazioni cresciute senza cellulare, che avevano preso l'abitudine di camminare mentre
erano al telefono come se fossero affascinate dall'idea di potersi muovere liberamente. Avevo letto da
qualche parte che l'uomo moderno dedica alla comunicazione una quantit di tempo sei volte superiore
a quella dei suoi antenati. Senza dubbio comunicavamo di pi, ma comunicavamo anche meglio?
Perch, per esempio, non avevo affrontato Diana dicendole di sapere che lei e Greve erano stati a letto
nell'appartamento di lui? Perch sapevo che lei non sarebbe riuscita a spiegarmi il motivo e che io sarei
rimasto con le mie ipotesi e congetture? Avrebbe potuto rispondermi che si era trattato di un incontro
casuale, di una scappatella, ma io sapevo benissimo che non era vero. Nessuna donna cerca di indurre
suo marito ad affidare un lavoro ben pagato a un altro uomo solo perch ha avuto con lui una breve
storia di sesso.
Avevo poi altri ottimi motivi per tenere la bocca chiusa. Fino a quando avessi fatto finta di non
sapere nulla di Diana e Greve, nessuno avrebbe potuto accusarmi di non essere obiettivo nel valutare la
candidatura dell'olandese e, invece di lasciare il rapporto d'assunzione a Ferdinand, avrei potuto
godermi in tutta tranquillit la mia piccola vendetta. Poi c'era un altro problema, ovvero avrei dovuto
spiegare a Diana in che modo mi ero insospettito. E non potevo di certo confessarle di essere un ladro
che svaligiava regolarmente gli appartamenti altrui.
Mi giravo e rigiravo nel letto ascoltando i suoi tacchi alti che risuonavano sul pavimento come
monotoni e indecifrabili segnali Morse. Volevo dormire. Volevo sognare. Volevo fuggire. E svegliarmi
senza ricordare pi niente. Perch quella era ovviamente la ragione principale per cui era meglio
mantenere il segreto. Fin quando le cose rimanevano inespresse, c'era sempre la possibilit di poterle
dimenticare. Di addormentarsi e di sognare, cos che al risveglio sarebbero scomparse, sarebbero
diventate qualcosa di astratto, scene avvenute solo nelle nostre teste, un po' come quei pensieri
ingannevoli e quelle fantasie che rappresentano le infedelt quotidiane in tutti i rapporti d'amore, anche
i pi coinvolgenti.
Mi venne in mente che se stava parlando al cellulare in quel momento, era probabile che ne
avesse comprato uno nuovo. E quella sarebbe stata la prova incontrovertibile, concreta, banale che
quanto era successo non era solo un sogno.
Quando finalmente Diana entr nella camera da letto e si spogli, feci finta di dormire. Ma
grazie ai raggi di luna che filtravano attraverso le tende, riuscii a cogliere l'attimo in cui spegneva il
cellulare prima di infilarlo nella tasca dei pantaloni. Era il medesimo telefono. Un Prada nero. Quindi
forse avevo davvero sognato. Sentii che il sonno si stava impadronendo di me e iniziava a trascinarmi
con s. O forse lei se ne era comprato uno uguale. La spirale verso il fondo si interruppe. Poteva anche
darsi che lui avesse ritrovato il telefono e che si fossero rivisti. Risalii, risalii in superficie e capii che
quella notte non avrei pi preso sonno.
A mezzanotte ero ancora sveglio, e attraverso la finestra aperta ebbi la sensazione di udire un
debole rumore proveniente dal garage, forse era Ove che veniva a ritirare il Rubens. Anche se mi
sforzai di tendere l'orecchio non lo sentii andare via. Forse alla fine mi addormentai comunque. Sognai
un mondo sottomarino. Persone felici, sorridenti, donne e bambini silenziosi con le bolle che uscivano
di bocca, come nei fumetti, e gorgogliavano verso la superficie. Nulla lasciava presagire l'incubo che
mi attendeva l'indomani.
Capitolo 11
Curacit
Mi alzai alle otto e feci colazione da solo. Per essere una che dormiva il sonno dei colpevoli,
Diana ronfava come un angioletto. Io, invece, avevo riposato solo un paio d'ore. Alle nove meno un
quarto scesi in garage e mi chiusi dentro. Dalla finestra aperta di una casa vicina udii una musica: i
Turbonegro, come riconobbi non tanto dalla melodia quanto dalla pronuncia inglese. Le luci del soffitto
si accesero automaticamente e illuminarono la mia Volvo S80 che attendeva maestosa, ma sottomessa,
il suo signore e padrone. Afferrai la maniglia della portiera e feci immediatamente un balzo indietro.
Sul sedile davanti c'era qualcuno! Non appena mi fui ripreso, riconobbi la faccia a pala da remo di Ove
Kjikerud. Probabilmente s'era addormentato per via degli straordinari negli ultimi giorni, perch se ne
stava l con gli occhi chiusi e la bocca semiaperta. A quanto pareva aveva il sonno pesante, perch
quando aprii la portiera non reag in alcun modo.
Mi rivolsi a lui col tono imperioso appreso nei tre mesi di corso da sergente che avevo
frequentato contro la volont di mio padre:  Buongiorno, Kjikerud!
Non sollev nemmeno una palpebra. Stavo per svegliarlo in modo pi brusco quando notai che
la cerniera del tettuccio era aperta e che dal nascondiglio spuntava il bordo del quadro di Rubens. Un
tremito improvviso mi fece rabbrividire, come accade quando il sole viene oscurato da una vaporosa
nube primaverile. E invece di provare a svegliarlo chiamandolo ancora, lo presi per le spalle e iniziai a
scuoterlo piano. Di nuovo nessuna reazione.
Lo scossi pi violentemente. La sua testa ciondol avanti e indietro senza opporre alcuna
resistenza.
Appoggiai il pollice e l'indice dove immaginavo si trovasse la giugulare, ma non riuscii a capire
se la pulsazione provenisse dal suo cuore oppure dal mio, che aveva preso a battere all'impazzata. Per
era freddo. Troppo freddo. Gli sollevai le palpebre con le dita che mi tremavano. E a questo punto non
ebbi pi dubbi. Arretrai mio malgrado quando vidi due pupille nere senza vita che mi fissavano.
Mi sono sempre ritenuto una persona in grado di ragionare lucidamente nelle situazioni critiche
e che non si fa prendere dal panico. Forse perch non mi sono mai trovato in vita mia in situazioni
abbastanza critiche. Fatta eccezione per la volta in cui Diana era rimasta incinta, e allora avevo perso
letteralmente il controllo. Magari, a ben vedere, ero un tipo molto emotivo. Quel che  certo  che in
quel momento mi attraversarono la mente alcuni pensieri del tutto irrazionali, come per esempio che
l'auto avrebbe avuto bisogno di una bella lavata o che la camicia di Ove Kjikerud, sulla quale era
cucito il marchio Dior, doveva essere stata acquistata durante una delle sue vacanze in Thailandia. O
ancora che i Turbonegro, a dispetto dell'opinione corrente, erano una band in gamba. Sapevo
benissimo che cosa stava avvenendo, e cio stavo per perdere il controllo, per cui serrai le palpebre e
provai a scacciare tutti i pensieri dalla mente. Poi riaprii gli occhi e dovetti confessare a me stesso che
intravedevo un barlume di speranza. La realt, per, era sempre la stessa, il cadavere di Ove Kjikerud
era ancora l.
La prima conclusione alla quale giunsi fu piuttosto semplice: Ove Kjikerud non poteva restare
dov'era. Se qualcuno l'avesse trovato, l'intera vicenda sarebbe venuta a galla. Risolutamente lo spinsi
contro il volante, mi piegai su di lui, lo afferrai per il tronco e lo trascinai fuori dall'abitacolo. Era
pesante, e le sue braccia si alzarono come se stesse cercando di divincolarsi dalla mia presa. Lo sollevai
di nuovo e l'afferrai, ma si ripet la stessa scena; le sue mani si alzarono verso la mia faccia e un suo
dito s'infil in un angolo della mia bocca. Sentii un'unghia rosicata rasparmi la lingua e presi a sputare
disperatamente, ma mi rimase in bocca il gusto acre della nicotina. Lo lasciai cadere sul pavimento del
garage, aprii il bagagliaio, ma quando provai a infilarcelo dentro mi rimasero in mano solo la sua
giacca e la camicia Dior taroccata: lui era ancora disteso sul cemento. Imprecai, lo presi per l'interno
della cintura, lo tirai su strattonandolo e lo spinsi di testa nel bagagliaio da quattrocentottanta litri. La
testa atterr con un rumore sordo. Richiusi di scatto e mi sfregai le mani come quando si  soddisfatti di
aver portato a termine un lavoro faticoso.
Ritornai dalla parte del guidatore. Non c'erano tracce di sangue sul sedile coperto da uno
stuoino di palline in legno, del genere usato dai tassisti di tutto il mondo. Di cosa era morto Ove? Di un
infarto? Di un'emorragia cerebrale? Di un'overdose di qualche sostanza o di altro ancora? Mi resi
conto che una diagnosi frettolosa sarebbe stata solo tempo sprecato, per cui mi sedetti; le palline di
legno, stranamente, erano ancora calde. Lo stuoino era l'unica cosa di valore ereditata da mio padre,
che lo usava per via delle emorroidi. Io invece me ne servivo a titolo precauzionale nel caso in cui
avessi una predisposizione genetica. Un dolore improvviso a una natica mi fece fare un balzo in avanti
e con il ginocchio andai a sbattere contro il volante. Il dolore spar subito, ma ero stato indubbiamente
punto. Mi chinai sul sedile, ma la luce era cos fioca che non vidi nulla di strano. Che fosse stata una
vespa morente? Non ad autunno inoltrato. Vidi qualcosa che riluceva tra le file delle palline di legno.
Era una punta sottile, quasi invisibile, di metallo. A volte il cervello ragiona cos in fretta che non si
riesce a stargli dietro. Questa  l'unica spiegazione che riesco a trovare al vago presentimento che mi
fece balzare il cuore in gola ancor prima che sollevassi lo stuoino e la vedessi.
Aveva per l'appunto le dimensioni di un acino d'uva. Era di gomma, proprio come mi aveva
spiegato Greve. Non era esattamente rotonda; la base era piatta, forse per fare in modo che l'ago
rimanesse sempre puntato verso l'alto. Avvicinai la pallina di gomma all'orecchio e l'agitai, ma non
udii nulla. Per mia fortuna tutto il suo contenuto era entrato nel corpo di Ove Kjikerud quando vi si era
seduto sopra. Mi massaggiai la natica e controllai se accusavo qualche sintomo. Mi girava un po' la
testa, ma chi non si sarebbe sentito svenire dopo aver sollevato il corpo di un collega ed essere stato
infilzato nel culo da un ago contenente Curacit, un'arma letale che, con ogni probabilit, era in realt
destinata a me? Stava quasi per venirmi la ridarella, a volte reagisco cos quando ho paura. Chiusi gli
occhi e inspirai. Profondamente. Mi concentrai. La risata mi mor sulle labbra e sentii invece salire in
me una gran rabbia. Era una cosa cos pazzesca da sembrare irreale. Oppure no? Non era proprio ci
che ci si poteva aspettare da uno psicopatico violento come Clas Greve, intenzionato a sbarazzarsi di un
marito? Diedi un calcio a una ruota dell'auto. Una volta, due volte. Sulla punta della mia John Lobb
apparve un segno grigio.
Ma come aveva fatto Greve a introdursi nella mia macchina? Come cazzo...?
La porta del garage si apr e in quel momento mi trovai davanti la risposta.
Capitolo 12
Natasha
Diana mi fissava dalla porta del garage. Si era evidentemente vestita in gran fretta e aveva
ancora i capelli arruffati. La sua voce era cos flebile da risultare quasi incomprensibile.
 Caro, cos' che  successo?
La fissai mentre mi ponevo febbrilmente la stessa domanda. E il mio cuore, gi a pezzi, si diede
delle risposte che gli infersero il colpo finale.
Diana, la mia Diana. Non poteva essere stato nessun altro. Lo aveva sistemato lei il veleno sotto
lo stuoino del sedile. Lei e Greve erano complici.
 Ho visto quest'ago che spuntava dal sedile mentre salivo in auto,  dissi mostrandole la
pallina di gomma.
Lei mi si avvicin e prese in mano l'arma letale con grande cautela. Una cautela che valeva pi
di mille parole.
 Hai visto quest'ago?  mi chiese senza riuscire a nascondere lo scetticismo.
 Guarda che ci vedo benissimo,  replicai, ma non ero sicuro che avrebbe colto il doppio senso
o che gliene sarebbe importato qualcosa.
 Per fortuna non ti ci sei seduto sopra,  continu esaminando la pallina.  Ma cos'
esattamente?
Era una professionista, niente da dire.
 Non lo so,  risposi con aria noncurante.  Ma com' che sei qui?
Mi guard, a bocca aperta per lo stupore, ma non disse nulla; per un istante fissai il vuoto.
 Io...
 S, cara?
 Mentre ero ancora a letto ti ho sentito scendere in garage, ma non andare via. A questo punto
mi sono chiesta se ti fosse successo qualcosa. E come vedi, ho fatto bene a preoccuparmi.
 Non direi, in fin dei conti si tratta solo di un ago, tesoro.
 Ma questi aghi possono essere pericolosi, amore!
 Sul serio?
 Ma come, non lo sai? Hiv, rabbia, virus, infezioni...
Fece un passo verso di me, e capii dai suoi gesti, dallo sguardo che s'inteneriva e dalle labbra
pi sporgenti, che stava per abbracciarmi. Ma s'arrest di colpo; qualcosa, forse nel mio sguardo,
l'aveva fermata.
 Oh, caro!  disse guardando la pallina di gomma e posandola sul banco da falegname che non
avrei mai usato. Poi mi si avvicin rapidamente, mi abbracci, si chin un po' per ridurre la differenza
d'altezza, mi appoggi il mento su una spalla e mi pass la mano sinistra tra i capelli.
 Sono un po' preoccupata per te, tesoro mio.
Era come essere abbracciati da un estraneo. Tutto in lei era diverso, persino l'odore. O era
quello di lui? Ne rimasi disgustato. Con la mano continu ad accarezzarmi, mi massaggi come se
stesse per farmi uno shampoo, come se il suo entusiasmo per i miei capelli avesse raggiunto il culmine
proprio in quel momento. Avevo voglia di picchiarla, di darle uno schiaffo, cos da stabilire un
contatto, da sentire la frizione della pelle contro la pelle, da percepire il dolore e lo shock.
Invece chiusi gli occhi e la lasciai fare, lasciai che mi massaggiasse, mi blandisse, mi
accarezzasse. Pu darsi che io sia un uomo profondamente malato.
 Devo andare al lavoro,  dissi a un certo punto, visto che non accennava a smettere.  Devo
finire di preparare la presentazione del candidato entro mezzogiorno.
Diana sembrava non volermi lasciar andare e alla fine dovetti liberarmi dal suo abbraccio. Vidi
qualcosa che le brillava nell'angolo dell'occhio.
 Cos'hai?  le chiesi.
Non rispose, si limit a scuotere la testa.
 Diana...
 Buona giornata,  sussurr con la voce che le tremava.  Ti amo.
Poi usc.
Avrei voluto rincorrerla, ma rimasi dov'ero. Che senso aveva confortare il proprio assassino?
Che senso aveva tutto ci? Salii in auto, feci un lungo sospiro e mi guardai nello specchietto
retrovisore.
 Fatti forza Roger,  mi dissi.  Reagisci e vai avanti.
Poi spinsi il Rubens all'interno della custodia, misi in moto, udii la porta del garage che si
alzava dietro di me, feci retromarcia e imboccai la strada che, tornante dopo tornante, mi avrebbe
condotto gi in citt.
L'auto di Ove era parcheggiata lungo il marciapiede, a quattrocento metri di distanza. Per
fortuna avrebbe potuto rimanere l settimane senza che nessuno la notasse, perlomeno fino a quando
non sarebbe nevicato e non sarebbero passati gli spazzaneve. Ci che mi preoccupava, al momento, era
invece il fatto di avere un cadavere nel bagagliaio di cui dovevo disfarmi a ogni costo. Pensai a come
affrontare il problema. Abbastanza paradossalmente, era proprio adesso che la mia estrema cautela nel
frequentare Ove Kjikerud avrebbe dato i suoi frutti. Una volta scaricato il cadavere da qualche parte,
nessuno avrebbe potuto collegarci in alcun modo. Ma come sbarazzarmene?
La prima soluzione alla quale pensai fu l'inceneritore di Grnmo. Innanzitutto dovevo trovare
qualcosa in cui imballare Ove, poi avrei guidato fino all'inceneritore, aperto il bagagliaio e sistemato il
corpo sulla rampa. Infine l'avrei scaricato tra le fiamme. Correvo per il rischio di ritrovarmi in mezzo
ad altri che buttavano la spazzatura o di essere notato dagli addetti alla sorveglianza. E se invece avessi
bruciato io il cadavere in qualche posto isolato? A quanto pare, per, i corpi umani bruciano
lentamente. Avevo letto che in India calcolano in media dieci ore per una pira funebre. E se invece
fossi ritornato al garage dopo che Diana era andata alla galleria e avessi finalmente usato il banco da
lavoro e la sega dentata che mio suocero, senza apparente ironia, mi aveva regalato per Natale? Potevo
tagliare il cadavere in pezzi di dimensioni adeguate, imballarli nella plastica legandoli a una pietra o
due e poi gettarli in uno dei laghetti che a centinaia costellano i boschi appena fuori Oslo.
Mi diedi pi volte una manata sulla fronte. Stavo dando i numeri? Mettermi a segare un
cadavere? E perch mai? Non avevo visto un numero sufficiente di episodi di Csi per sapere che era
come chiedere di essere colto in flagrante? Uno schizzo di sangue qua, una traccia dei denti della sega
di mio suocero l, e non avrei avuto via di scampo. Inoltre perch avrei dovuto sforzarmi di nascondere
il cadavere? Perch non trovare qualche ponte fuori mano, vicino a un laghetto, e scaricare le spoglie
mortali di Kjikerud al di l della ringhiera? Poteva succedere che il corpo risalisse a galla e venisse
ritrovato, ma che importava? Non c'era nulla che potesse collegarmi all'omicidio, io non conoscevo
nessun Ove Kjikerud, e non sapevo nemmeno come si scriveva la parola Curacit.
La scelta cadde sulla zona di Maridalen. Si trovava a soli dieci minuti dalla citt, era
disseminata di laghi e fiumi, ed era di certo molto poco frequentata in una mattina a met settimana.
Telefonai a Ida-Oda e le dissi che quel giorno sarei arrivato tardi in ufficio.
Guidai per una mezz'ora e superai alcuni milioni di metri cubi di foresta e due di quegli
insediamenti rurali che si vedono a volte nei fumetti americani e che era strano trovare a cos poca
distanza dalla capitale. Ma dopo aver imboccato una stradina sterrata laterale trovai il ponte che
cercavo. Spensi il motore e attesi per cinque minuti. Non si vedevano, n udivano, persone, macchine o
case nelle vicinanze, solo qualche grido raggelante. Un corvo? Di certo un uccello nero. Nero come
l'acqua misteriosa solo un metro sotto il ponticello di legno. Perfetto.
Scesi dall'auto e aprii il bagagliaio. Ove era ancora nella stessa posizione in cui l'avevo
lasciato: a faccia in gi, le braccia lungo i fianchi, il bacino un po' storto e il posteriore all'ins. Mi
guardai intorno un'ultima volta per essere sicuro che non ci fosse nessuno. Poi passai all'azione. In
modo rapido ed efficace.
Il tonfo che fece il cadavere quando colp la superficie dell'acqua fu sorprendentemente
modesto, fu pi un risucchio, come se il laghetto avesse deciso di essere mio complice in quell'atto
macabro. Mi sporsi al di l della ringhiera e fissai il lago chiuso, silenzioso. Meditai su come
procedere. In quel mentre mi sembr di vedere Ove Kjikerud risalire verso di me e venirmi incontro,
una faccia verde pallido con gli occhi spalancati che volevano riemergere, un fantasma con la bocca
piena di fango e le alghe tra i capelli. Feci giusto in tempo a pensare che avrei avuto bisogno di un
whisky per calmare i nervi scossi quando la faccia emerse in superficie e continu a salire verso di me.
Urlai. E il cadavere url di rimando, un sibilo che sembr assorbire l'ossigeno nell'aria intorno
a me.
Poi spar di nuovo, inghiottito per la seconda volta dal lago nero.
Fissai l'acqua scura. Avevo forse sognato? Purtroppo no, maledizione, l'eco risuonava ancora
oltre le cime degli alberi.
Scavalcai la ringhiera e mi buttai nel laghetto. Trattenni il fiato, in attesa che l'acqua ghiacciata
mi avvolgesse. Fui scosso da un brivido da capo a piedi. Scoprii invece che l'acqua mi arrivava appena
sopra la vita e che mi trovavo sulla terra ferma, anzi no, qualcosa mi si muoveva sotto un piede. Infilai
la mano nell'acqua fangosa e afferrai quella che di primo acchito mi parve un'alga, ma poi trovai il
cuoio capelluto e tirai. La faccia di Ove Kjikerud riapparve, batt pi volte le ciglia dalle quali si
staccarono alcune gocce d'acqua, e all'improvviso risentii il rantolo profondo di un uomo alla disperata
ricerca di ossigeno.
Era davvero troppo. Per un attimo pensai di lasciarlo l e di andarmene.
Ma come avrei potuto?
Cercai alla bell'e meglio di trascinarlo verso la riva, alla fine del ponte. Ove perse nuovamente
conoscenza e dovetti fare enormi sforzi per tenergli la testa fuori dall'acqua. Scivolai pi volte sul
fondo melmoso che si muoveva sotto le mie John Lobb ormai rovinate. Ma dopo alcuni minuti riuscii a
trascinare me stesso e Ove fino alla riva e poi in auto. Appoggiai la testa sul volante e sospirai.
Il solito uccello di merda emise un grido beffardo mentre le ruote slittavano in direzione del
ponte di legno, quindi ci allontanammo da l.
Come ho detto, non ero mai stato a casa di Ove, ma sapevo dove abitava. Aprii il vano
portaoggetti, ne tolsi il navigatore nero e inserii il suo indirizzo, schivando per un pelo una macchina
che sopraggiungeva dalla direzione opposta. Il navigatore calcol e stim il percorso pi breve.
Analiticamente, e senza nessun coinvolgimento emotivo. Anche la voce gentile, controllata della donna
che iniziava a guidarmi sembrava non risentire delle circostanze. Dovevo essere anch'io cos, mi dissi.
Dovevo agire correttamente, come un automa, e non fare cazzate.
Mezz'ora pi tardi ero arrivato a destinazione. Era una strada stretta, tranquilla. La minuscola
abitazione di Kjikerud si trovava in cima e confinava con una pineta verde e scura. Mi bloccai davanti
ai gradini, gettai una rapida occhiata alla casa e conclusi che gli scempi architettonici non sono soltanto
un fenomeno recente.
Ove era seduto di fianco a me, brutto da far paura, pallidissimo e talmente fradicio che i vestiti
gorgogliarono quando frugai nelle sue tasche alla ricerca delle chiavi.
Riuscii in qualche modo a rianimarlo un po' e lui mi fiss con gli occhi vitrei.
 Ce la fai a camminare?  gli chiesi.
Mi guard come se fossi un alieno. La mascella pronunciata sporgeva pi del solito, sembrava
un incrocio tra le figure di pietra sull'isola di Pasqua e Bruce Springsteen.
Uscii dall'auto, feci il giro fin dall'altra parte, lo trascinai fuori dall'abitacolo e lo appoggiai alla
porta. Riuscii ad aprire al primo tentativo e sperai che la fortuna avesse finalmente iniziato a girare
dalla mia, poi lo tirai dentro.
Stavo entrando quando mi venne in mente l'allarme. L'ultima cosa che volevo in quel momento
era che arrivassero gli uomini di Tripolis, o che si attivassero le telecamere che mi avrebbero ripreso
insieme a un Ove Kjikerud moribondo.
 Qual  la password?  gli gridai nell'orecchio.
Ebbe un soprassalto e quasi sfugg alla mia presa.
 Ove! La password!
 Eh?
 Devo disattivare l'allarme prima che scatti!
 Natasha...  mormor con gli occhi chiusi.
 Ove! Ripigliati!
 Natasha...
 La password!  Lo scossi cos violentemente che all'improvviso spalanc gli occhi:
 Te l'ho appena detta, testa di cazzo. NATASHA!
Lo mollai di colpo, sentii il tonfo del corpo che cadeva a terra mentre io mi precipitavo verso
l'ingresso. Trovai la scatola dell'allarme dietro la porta; oramai conoscevo piuttosto bene i posti
preferiti dagli installatori di un Tripolis. Una piccola spia rossa stava lampeggiando e indicava che di l
a poco sarebbe scattato l'allarme. Inserii il nome della puttana russa. E proprio mentre stavo per
premere il tasto dell'ultima A mi venne in mente che Ove era dislessico. Chiss come cavolo scriveva
Natasha di solito. Ma i quindici secondi a mia disposizione stavano per scadere ed era troppo tardi
per domandarglielo. Premetti il tasto della A e chiusi gli occhi, preparandomi a udire l'allarme. Attesi.
Non un suono. Riaprii gli occhi. La spia aveva smesso di lampeggiare. Sospirai, preferendo non
ripensare alla manciata risicata di secondi che avevo avuto a disposizione.
Quando ritornai in casa, Ove era sparito. Seguii le orme bagnate fino in una stanza che doveva
usare per svagarsi, lavorare, mangiare e dormire. C'erano da una parte un letto matrimoniale, sotto la
finestra, un televisore al plasma montato sul muro di fronte e un tavolino con un cartone e i resti di una
pizza. Lungo una parete c'era una morsa con una carabina segata che Ove stava chiaramente cercando
di modificare. Intanto lui si era trascinato fino al letto, dove giaceva lamentandosi. Forse per il dolore,
pensai. Non ho la pi pallida idea di come agisca il Curacit, ma di certo non deve essere piacevole.
 Come stai?  gli chiesi avvicinandomi. Diedi involontariamente un calcio a qualcosa che
rotol sul parquet rovinato, abbassai lo sguardo e vidi cartucce dappertutto.
 Sto crepando,  gemette.  Cosa mi  successo?
 Quand'eri in auto ti sei seduto sopra una siringa con del Curacit.
 Curacit!  Sollev la testa e mi fiss.  Il veleno, cio? Vuoi dire che ho in corpo del veleno?
 S. Ma non abbastanza, credo.
 Non abbastanza?
 Non abbastanza per ammazzarti. Deve aver sbagliato dose.
 Deve? Deve chi?
 Clas Greve.
La testa di Ove ricadde sul cuscino.  Cazzo! Non dirmi che  colpa tua tutto 'sto casino! Ci hai
traditi, Brown?
 Assolutamente no,  risposi avvicinando la sedia alla pediera del letto.  Quella siringa  stata
messa l, nella mia macchina... per un'altra ragione.
 Un'altra, a parte che abbiamo cercato di incularlo? Quale altra cazzo di ragione potrebbe
avere?
 Preferisco non parlarne. Comunque la siringa era destinata a me.
Ove grugn di dolore.  Curacit! Devo andare in ospedale, Brown. Ci sto lasciando le penne!
Perch cazzo mi hai portato qui? Chiama subito un'ambulanza!  Indic qualcosa sul comodino che
all'inizio avevo scambiato per il modello in plastica di due donne nude in un cosiddetto sessantanove,
ma che in quel momento capii essere un telefono.
Deglutii.  Non puoi andare in ospedale, Ove.
 Non posso? Ma devo andarci! Non ti rendi conto che sto morendo, testa di cazzo che non sei
altro? Sto morendo! Sto tirando le cuoia!
 Ascoltami. Quando scopriranno che hai in corpo del Curacit chiameranno subito la polizia. Il
Curacit non  un farmaco che ti dnno su ricetta medica. Stiamo parlando del veleno pi mortale che
esista al mondo, letale quanto l'acido prussico e l'antrace. Va a finire che la Kripos ti interroga.
 E con questo? Terr la bocca chiusa, ovvio.
 E come spiegherai la presenza del veleno, eh?
 M'inventer qualcosa.
Scossi la testa.  Non hai la minima probabilit di cavartela, Ove. Non con Inbau, Reid e
Buckley.
 Eh?
 Finirai per crollare. Devi rimanere qui, capisci? E poi stai gi meglio, mi pare.
 Cosa cazzo ne sai tu, Brown? Sei per caso un medico? No, sei solo un maledetto headhunter.
Intanto i miei polmoni stanno bruciando, mi si sta per rompere la milza e fra un'ora anche i reni
avranno smesso di funzionare. Devo andare in un ospedale e subito, porca puttana!
Si era quasi tirato a sedere, ma io balzai in piedi e lo ricacciai gi.
 Ascoltami bene, adesso vado a prenderti un po' di latte in frigorifero. Il latte neutralizza il
veleno. In ospedale non potrebbero fare molto di pi per te.
 Che farmi bere del latte?
Cerc ancora di tirarsi su, ma io lo rispinsi gi rudemente e all'improvviso sembr mancargli il
respiro. Le pupille gli si rovesciarono, la bocca rimase come semiaperta, la testa ricadde sul cuscino.
Mi chinai su di lui e fui investito da un odore di tabacco puzzolente. Iniziai a girare per casa alla ricerca
di qualcosa che potesse servire a calmargli i dolori.
Tutto ci che riuscii a trovare furono munizioni e polvere da sparo. Dappertutto. L'armadietto
dei medicinali, su cui spiccava il simbolo della croce rossa, era pieno di scatole che secondo l'etichetta
contenevano cartucce con proiettili da nove millimetri. Nei cassetti della cucina c'erano altre scatole di
munizioni, alcune con la scritta munizioni in bianco, che noi al corso per sergenti chiamavamo
scoregge rosse, dal colore della plastica che le avvolgeva: cartucce a salve. Dovevano essere quelle
utilizzate da Ove per sparare ai programmi tv che non gli piacevano. A quell'uomo mancava davvero
qualche venerd. Aprii il frigorifero e l, sullo stesso ripiano del cartone del latte parzialmente scremato
della Tine trovai una pistola scintillante. La presi. Il calcio era gelato. Il modello, Glock 17, era inciso
nell'acciaio. Soppesai l'arma. Ovviamente non aveva una sicura, ci nonostante c'era un proiettile in
canna. In altre parole poteva essere impugnata e utilizzata per sparare con un'unica mossa, per esempio
nel caso in cui Ove si fosse trovato in cucina e avesse ricevuto una visita inattesa e indesiderata.
Sbirciai le telecamere a circuito chiuso sul soffitto. Mi resi conto che Ove Kjikerud era molto pi
paranoico di quanto avessi immaginato, forse era davvero da internare.
Tolsi dal frigorifero la pistola insieme al cartone di latte. Perlomeno avrei potuto utilizzarla per
tenerlo sotto controllo nel caso in cui si fosse di nuovo agitato.
Girai l'angolo, entrai nella camera e lo trovai seduto sul letto. Lo svenimento era stato una finta.
In una mano teneva una delle due donne di plastica, che leccava in posizione curva.
 Mandatemi un'ambulanza,  disse forte e chiaro nel ricevitore, fissandomi con aria di sfida.
Sembrava convinto di poterselo permettere, visto che nell'altra mano impugnava un'arma che avevo
gi visto in alcuni film. Mi vennero in mente i ghetti, i regolamenti tra bande, i crimini fra neri. Era una
Uzi. Una pistola mitragliatrice cos piccola e maneggevole da non essere nemmeno divertente. Ed era
puntata contro di me.
 No!  urlai.  Non farlo Ove! Chiameranno la poliz...
Fece fuoco.
Udii un rumore simile a quello dei popcorn in padella. Feci solo in tempo a pensarlo, il tempo di
immaginare che sarei morto con quella musica di sottofondo. Sentii qualcosa contro lo stomaco e
guardai in basso. Dal cartone di latte che tenevo in mano usciva un fiotto di sangue. Sangue bianco? Mi
resi conto che non ero stato colpito io, ma il cartone del latte. Automaticamente e quasi rassegnato alzai
la Glock. Stupito di essere ancora in piedi sparai. Il suono innesc la mia furia: perlomeno il bang era
pi potente di quello della maledetta Uzi. E anche la mitraglietta israeliana per finocchi si azzitt.
Abbassai la pistola appena in tempo per vedere Ove che mi fissava con espressione accigliata. Subito
dopo, sopra la ruga in mezzo alla fronte, comparve un piccolo ed elegante foro nero. Poi la sua testa si
mosse silenziosamente all'indietro e ricadde sul cuscino con un tonfo sordo. La mia rabbia era come
scomparsa, battei pi volte le palpebre, sulla retina continuavano a scorrermi come delle immagini
televisive. Qualcosa mi disse che Ove Kjikerud non sarebbe pi tornato.
Capitolo 13
Metano
Percorrevo la E6 con il piede a tavoletta sull'acceleratore, la pioggia tamburellava sul vetro e i
tergicristalli si muovevano disperatamente avanti e indietro sul parabrezza della Mercedes 280SE di
Kjikerud. Era l'una e un quarto, quattro ore da che mi ero alzato, ed ero gi riuscito a sopravvivere
incolume al tentativo di omicidio di mia moglie, a gettare il corpo del mio socio in un lago, a
recuperare detto corpo, momentaneamente vivo e vegeto, giusto per vedere il redivivo spararmi. Al
che, con un colpo fortunoso, avevo fatto in modo che lui tornasse a essere un cadavere e io un
assassino. Ed ero solo a met strada da Elverum.
Le gocce di pioggia rimbalzavano sull'asfalto come schiuma di latte e automaticamente mi
chinai sul volante per non mancare l'uscita, dato che il posto dove mi stavo dirigendo non aveva un
indirizzo da inserire nel navigatore di Pathfinder.
L'unica cosa che avevo fatto prima di lasciare la casa di Kjikerud era stata quella di indossare
indumenti asciutti trovati nell'armadio, portar via le chiavi dell'auto e togliere i soldi e la carta di
credito dal suo portafoglio. Lo avevo lasciato sul letto cos com'era. Se fosse scattato l'allarme, quello
era l'unico punto invisibile alle telecamere. Avevo preso anche la Glock perch mi era parso sensato
non abbandonare l'arma del delitto sulla scena del crimine, e il mazzo di chiavi della casa dove ci
incontravamo regolarmente, lo chalet fuori Elverum. Quel luogo era l'ideale per la contemplazione, la
programmazione e l'elaborazione di piani per il futuro. E nessuno sarebbe venuto a cercarmi, perch
nessuno sapeva che ne conoscevo l'esistenza. Ed era l'unico posto in cui sarei potuto andare, a meno
che non decidessi di coinvolgere Lotte in questa faccenda. Ma di che razza di faccenda si trattava, in
realt? Be', in quel preciso istante sapevo solo di essere braccato da un olandese pazzo specializzato
nella caccia all'uomo. E in breve sarebbero arrivati anche degli agenti, a patto che fossero un po' pi
svegli di quanto li facessi. Se volevo avere una chance, dovevo rendergli le cose difficili. Avrei dovuto
cambiare macchina, per esempio, dato che quasi nulla facilita l'identificazione di una persona quanto
una targa automobilistica. Dopo aver udito il bip dell'allarme, attivatosi automaticamente quando ero
uscito dalla casa di Ove, avevo raggiunto la mia Volvo. Sapevo che Greve probabilmente era l ad
aspettarmi, quindi avevo parcheggiato in una strada laterale un po' distante. Messi gli indumenti
bagnati nel bagagliaio, avevo sfilato il Rubens dal rivestimento del tetto per poi riporlo nella mia
cartelletta, chiudere l'auto e andarmene. Avevo trovato la Mercedes di Ove dove l'avevo vista al
mattino e, sistemata la cartelletta sul sedile di fianco a me, avevo fatto rotta verso Elverum.
Ecco l'uscita. Comparve dal nulla e mi dovetti concentrare per frenare con attenzione. Visibilit
scarsa, le ruote che slittavano, era facile finire nella siepe e in quel momento non mi servivano n i
piedipiatti, n un colpo di frusta.
Mi ritrovai in campagna. Volute di nebbia pendevano sulle fattorie e sui campi ondulati da
entrambi i lati della strada che si faceva sempre pi stretta e tortuosa. Fui colpito dagli schizzi
provenienti dagli pneumatici di un Tir con la pubblicit delle cucine Sigdal e fu un sollievo quando
comparve la svolta successiva ed ebbi la strada tutta per me. I buchi sull'asfalto diventavano via via pi
frequenti e pi grandi, e le fattorie pi rare e pi piccole. Una terza svolta. Strada sterrata. Una quarta.
Maledetta landa selvaggia. I rami che pendevano bassi, carichi di pioggia, sfregavano l'auto come le
dita di un cieco che identifica uno sconosciuto. Altri venti minuti di guida a passo d'uomo dopo aver
visto l'ultima casa e arrivai finalmente a destinazione.
Mi tirai sulla testa il cappuccio della felpa di Ove e corsi nella pioggia, oltre il fienile con quello
strano ampliamento un po' inclinato. Secondo Ove, dipendeva dal fatto che Sindre Aa, lo scontroso
contadino eremita che viveva l, era cos spilorcio da non aver costruito le fondamenta per l'annesso,
che, con il passare degli anni, era sprofondato nell'argilla, centimetro dopo centimetro. Non avevo mai
parlato direttamente con quel dannato contadino, era Ove che teneva i contatti, ma lo avevo visto da
lontano un paio di volte e riconobbi la magra figura ricurva sui gradini della fattoria. Dio solo sa come
avesse fatto a sentire l'auto che si avvicinava, visto quanto pioveva. Un gatto grasso si strusciava tra le
sue gambe.
 Salve!  gridai ben prima di raggiungere i gradini.
Nessuna risposta.
 Salve Aa!  ripetei. Ancora nessuna risposta.
Mi fermai ai piedi della scala e attesi nella pioggia. Il gatto scese verso di me a passi felpati. E
io che pensavo che i gatti odiassero la pioggia. Aveva gli occhi a mandorla, proprio come Diana, e mi
si strusci contro come se fossimo vecchi amici. O forse come se fossi un totale sconosciuto. Il
contadino abbass il fucile. Ove mi aveva detto che Aa utilizzava il mirino telescopico del vecchio
fucile per vedere chi stava arrivando perch era troppo taccagno per comprarsi un binocolo vero e
proprio. Ma per lo stesso motivo non aveva mai trovato nemmeno i soldi per comprarsi le munizioni,
per cui, probabilmente, non era cos pericoloso. Immaginai poi che il rito del fucile avesse anche, nelle
intenzioni, un effetto deterrente sul numero di visitatori. Aa scatarr oltre la ringhiera.
 Quando arriva quel Kjikerud, Brown?  La voce cigol come una porta non oliata, sputando
Kjikerud come in una forma di esorcismo. Come facesse a sapere il mio nome mi era del tutto
ignoto, ma di sicuro non gliel'aveva detto Ove.
 Arriva pi tardi,  risposi.  Posso parcheggiare l'auto nel fienile?
Aa sput di nuovo.  Non  a buon mercato. E quella non  la tua auto, ma quella di Kjikerud.
Come fa ad arrivare fin qui?
Feci un respiro profondo.  Con gli sci. Quanto vuoi?
 Cinquecento al giorno.
 Cinque... cento?
Sorrise.  In strada puoi parcheggiarla gratis.
Estrassi tre delle banconote da duecento di Ove e salii i gradini verso Aa che aspettava con la
mano ossuta protesa. Infil il denaro in un portafoglio stracolmo e sput di nuovo.
 Mi puoi dare il resto pi tardi,  dissi.
Non rispose, rientr in casa sbattendo la porta con forza dietro di s.
Parcheggiai l'auto nel fienile in retromarcia e, nel buio, per poco non la infilzai nei rebbi
d'acciaio appuntiti del caricatore di insilato. Per fortuna il caricatore, che era collegato al retro del
trattore Massey Ferguson blu di Aa, era alzato: invece di perforare i parafanghi posteriori o di bucare
gli pneumatici, graffi il cofano del portabagagli avvisandomi in tempo, e quindi riuscii a evitare che
dieci rebbi in acciaio entrassero dal lunotto posteriore.
Parcheggiai accanto al trattore, presi la cartelletta e corsi verso lo chalet. Per fortuna il bosco di
abeti era cos fitto che la pioggia filtrava appena, tanto che quando entrai nella semplice baita fatta di
tronchi i miei capelli erano ancora sorprendentemente asciutti. Stavo per accendere il fuoco, ma preferii
lasciar perdere. Dopo la precauzione di nascondere l'auto, non aveva molto senso mandare segnali di
fumo che avrebbero rivelato la presenza di qualcuno nello chalet.
Fu solo in quel momento che mi resi conto di quanta fame avessi.
Appesi la giacca in denim di Ove a una sedia in cucina, ispezionai la credenza e vi scovai alla
fine un barattolo di stufato che avevamo lasciato l dall'ultima volta in cui ci eravamo stati. Nei cassetti
non c'erano n posate n apriscatole, ma riuscii a fare un buco nel coperchio di metallo con la canna
della Glock. Mi misi a sedere e mangiai con le mani il contenuto unto e salato.
Poi fissai la pioggia fuori dalla finestra che cadeva sul bosco e il prato minuscolo tra lo chalet e
il cesso esterno. Entrai nella stanza da letto, infilai la cartelletta con il Rubens sotto il materasso e mi
sdraiai sul letto in basso a pensare. Non riuscii a pensare molto. Doveva essere tutta l'adrenalina che
avevo prodotto quel giorno perch, all'improvviso, aprii gli occhi e mi resi conto di aver dormito.
Controllai l'orologio. Le quattro del pomeriggio. Pescai il cellulare e vidi che c'erano otto chiamate
senza risposta. Quattro di Diana, che probabilmente voleva recitare la parte della moglie preoccupata e
che, con Greve in ascolto alle spalle, s'informava su dove diavolo fossi finito. Tre di Ferdinand, il
quale di sicuro stava aspettando di sapere della nomina o, almeno, di ricevere istruzioni su come
procedere con Pathfinder. E uno che non riconobbi subito, perch avevo cancellato il suo nome dalla
memoria del telefono. Ma non dalla mia, di memoria, n dal mio cuore. E mentre osservavo il numero,
mi colp il fatto che io, un uomo che nel corso dei suoi trent'anni e rotti di vita sulla Terra aveva
accumulato un numero di compagni di studio, ex fidanzate, colleghi e contatti lavorativi sufficiente a
costituire un network che occupava due megabyte su Outlook, avessi una sola persona di cui potevo
fidarmi. Una donna che, a rigor di termini, avevo conosciuto solo per tre settimane. Be', scopata per tre
settimane. Una danese dagli occhi castani che si vestiva come uno spaventapasseri, rispondeva a
monosillabi e aveva un nome di cinque lettere. Non so per chi di noi due fosse pi tragico.
Chiamai il servizio informazioni e chiesi di un numero all'estero. La maggior parte dei
centralini in Norvegia chiude alle quattro, molto probabilmente perch, secondo le statistiche, la
maggior parte di chi ci lavora  gi andata a casa a curare un compagno malato in un paese con il
numero di ore lavorative pi basso al mondo, il pi alto budget per la salute e la pi alta percentuale di
assenze per malattia. La centralinista di Hote rispose come se fosse stata la cosa pi naturale del
mondo. Non avevo un nome o un reparto, ma mi buttai.
 Mi pu passare il nuovo assunto, mia cara?  domandai in inglese.
 Il nuovo assunto, signore?
 Sa, il capo della divisione tecnica.
 Felsenbrink non  proprio nuovo, signore.
 Per me lo . Allora, Felsenbrink  in ufficio, signorina?
Quattro secondi pi tardi stavo parlando con un olandese che non solo era al lavoro, ma
sembrava anche gentile e in buona salute nonostante fossero le quattro e un minuto.
 Sono Roger Brown di Alfa Recruiting . Vero.  Il signor Clas Greve mi ha dato il suo nome
come referenza . Falso.
 Bene,  rispose l'uomo, che non mi parve in alcun modo sorpreso.  Clas Greve  il miglior
manager con cui abbia mai lavorato.
 Quindi lei...  iniziai.
 S, signore, lo raccomando nella maniera pi sincera.  l'uomo perfetto per Pathfinder. O per
qualsiasi altra azienda in cui andrebbe ad assumere la medesima posizione.
Esitai. Poi cambiai idea.  Grazie, signor Felsenbrink.
 Solo Felsenbrink. Sempre a sua disposizione.
Infilai il telefono nella tasca dei pantaloni. Non capivo perch, ma qualcosa mi diceva che
avevo appena fatto una cazzata.
Fuori la pioggia era incessante. E per mancanza di meglio da fare, tirai fuori il quadro di
Rubens e lo studiai alla luce della finestra in cucina. Il volto furioso del cacciatore Meleagro mentre
trafigge la preda. E scoprii chi mi aveva fatto venire in mente quando l'avevo visto per la prima volta:
Clas Greve. Un pensiero mi colp. Una coincidenza, naturalmente, ma Diana una volta mi aveva detto
che il suo era il nome romano della dea della caccia e del parto, nota come Artemide presso i greci. Ed
era stata Artemide a inviare Meleagro, no? Sbadigliai e provai a immaginare di essere uno dei
personaggi del quadro finch mi resi conto che stavo confondendo le cose. Era il contrario; Artemide
aveva inviato la bestia. Mi sfregai gli occhi; ero ancora stanco.
In quel momento notai che era successo qualcosa, c'era stato un cambiamento, ma ero stato cos
preso dal quadro che era sfuggito alla mia attenzione. Guardai fuori dalla finestra. Era il rumore. Aveva
smesso di piovere.
Rimisi il quadro nella cartelletta e decisi di cercare un nascondiglio. Dovevo lasciare lo chalet
per fare un po' di spesa e sbrigare qualche altra commissione e non mi fidavo assolutamente di quella
serpe di Sindre Aa.
Mi guardai intorno e il mio sguardo fu attratto all'esterno, verso il gabinetto. Il soffitto era fatto
di assi mal fissate. Nell'attraversare il prato, mi resi conto che avrei dovuto mettermi la giacca.
Avrebbe potuto gelare gi quella notte.
Il gabinetto era un capanno con appena il minimo indispensabile: quattro pareti con spiragli tra
le assi portanti per permettere un'aerazione naturale e una cassa di legno in cui era stato segato un buco
circolare, chiuso da un coperchio quadrato, rifilato rozzamente. Tolsi dal coperchio della cassa di legno
tre tubi di carta igienica e una rivista con la foto di Rune Rudberg, poi mi ci arrampicai sopra. Mi
allungai verso le assi allentate di traverso sulle travi, desiderando per la nove milionesima volta di
avere qualche centimetro in pi. Ma alla fine riuscii a spostarne una, spinsi la cartelletta sotto il tetto e
rimisi l'asse al suo posto. E mentre stavo li, a cavalcioni del water, vidi attraverso una delle fessure
qualcosa che mi paralizz.
Fuori c'era una calma assordante in quel momento, giusto qualche gocciolio occasionale dai
rami carichi di acqua. Tuttavia, non avevo sentito alcun rumore, neanche un ramoscello che si
rompeva, neanche un cic ciac sul sentiero fangoso. O almeno un mugolio del cane di fianco al suo
padrone ai margini del bosco. Se fossi rimasto nello chalet, non li avrei visti; sarebbero rimasti
nell'angolo cieco della finestra. Il cane era un ammasso di muscoli, mandibole e denti nella carrozzeria
di un boxer, solo un po' pi piccolo e compatto. Fatemelo ripetere: io odio i cani. Clas Greve indossava
una mantella mimetica e un cappello verde militare. Non aveva armi in mano; potevo solo immaginare
quello che nascondeva sotto. Mi resi conto di colpo che quello era davvero il posto ideale per lui.
Isolato, niente testimoni; nascondere un cadavere sarebbe stato un gioco da ragazzi.
Cane e padrone si mossero all'unisono, come se ubbidissero a un comando impercettibile.
Avevo il cuore in gola per il terrore, eppure non riuscii a sfuggire al fascino della loro avanzata
veloce e completamente silenziosa dai margini del bosco alle pareti dello chalet e oltre finch, senza
alcuna esitazione, entrarono in casa lasciando la porta spalancata.
Sapevo di avere pochi secondi prima che Greve si accorgesse che lo chalet era vuoto. Prima che
trovasse la giacca appesa allo schienale della sedia, il chiaro indizio della mia presenza nelle vicinanze.
E... merda! ... prima che vedesse la Glock sul piano della cucina, accanto al barattolo vuoto di stufato.
Il mio cervello si mise a lavorare febbrilmente, ma pot giungere a un'unica conclusione: non avevo
niente, n armi, n una via di fuga, n piani, n tempo. Se mi fossi messo a correre, in meno di dieci
secondi avrei avuto venti chili di niether terrier alle caviglie e nove millimetri di piombo nel cranio. In
breve, tutto stava per finire nel cesso. Poi il mio cervello propose il panico. A quel punto, per, fece
qualcosa che non avrei mai creduto. Semplicemente si ferm e fece un passo indietro. Torn alla frase
tutto stava per finire nel cesso.
Un piano. Un piano disperato e rivoltante in tutti i sensi. Comunque un piano dotato di un
grosso pregio: era l'unico che avevo.
Afferrai un tubo di carta igienica e me lo ficcai in bocca. Testai quanto lo potevo stringere. Poi
sollevai il coperchio del water. Il tanfo mi prese alla gola. Si trattava di un serbatoio profondo un metro
e mezzo con un miscuglio viscoso di escrementi, urina, carta igienica e acqua piovana che scorreva
lungo le pareti interne. Ci volevano almeno due uomini per trasportare il serbatoio al pozzo nero nel
bosco ed era un lavoro da incubo. Letteralmente. Io e Ove l'avevamo fatto solo una volta e le tre notti
seguenti avevo sognato merda che traboccava ovunque. Anche Aa, a quanto pareva, si era ben guardato
dal farlo; il serbatoio da un metro e mezzo era pieno fino all'orlo. Che, date le circostanze, mi andava
benissimo. Nemmeno un niether terrier sarebbe stato in grado di annusare qualcosa oltre al letame.
Mi misi il coperchio del water in equilibrio sulla testa, appoggiai le mani sui lati del buco e mi
calai con cautela.
Era una sensazione irreale affondare nella cacca, sentire la leggera pressione della merda umana
sul corpo mentre vi penetravo con i polsi sollevati. Il coperchio del water non si mosse mentre la testa
passava il bordo del buco. L'olfatto, gi sovraccarico, se n'era andato definitivamente in vacanza e
notai solo una maggiore attivit dei condotti lacrimali. La parte pi in alto, lo strato pi fluido del
serbatoio, era fredda gelata, ma pi in basso, in effetti, faceva abbastanza caldo, probabilmente a causa
dei vari processi chimici in atto. Non avevo letto qualcosa sul gas metano che si sprigiona nelle fosse
biologiche? E che si pu morire avvelenati se capita di inalarne troppo? A quel punto avevo toccato
terra e mi accovacciai. Le lacrime m'inondavano le guance e mi colava il naso. Mi appoggiai
all'indietro, mi assicurai che il tubo puntasse verso l'alto, chiusi gli occhi e cercai di rilassarmi in modo
da riuscire a controllare i conati. Poi, stando attento, mi rannicchiai. Le orecchie erano piene di merda e
silenzio. Mi imposi di respirare attraverso il tubo. Funzionava. Non avevo bisogno di sprofondare
ancora. Naturalmente sarebbe stato davvero simbolico morire affogato con la bocca e le orecchie piene
delle cacate mie e di Ove, ma non avevo nessuna voglia di morire in modo ironico. Volevo vivere.
Mi parve di sentire la porta che si apriva, molto lontano.
Era giunto il momento.
Avvertii le vibrazioni di passi pesanti che calpestavano il terreno. Poi silenzio. Passi pi leggeri.
Il cane. Il coperchio del water si apr. Sapevo che in quel momento Greve aveva abbassato lo sguardo
verso di me. Dentro di me. Stava guardando attraverso un tubo della carta igienica che portava
direttamente dentro di me. Respirai il pi piano possibile. Il tubo di cartone era bagnato e molle.
Sapevo che presto si sarebbe ondulato e accartocciato, diventando permeabile.
Sentii un tonfo. Cos'era stato?
Il suono successivo fu inconfondibile. Un'esplosione improvvisa che si trasform in un
lamentoso sibilo viscerale e alla fine si affievol. Si concluse con un grugnito di benessere.
Oh, merda, pensai.
E infatti. Pochi secondi dopo sentii il tonfo e avvertii qualcosa d'altro che andava a depositarsi
sul mio viso rivolto all'ins. Per un attimo la morte mi parve un'alternativa accettabile, ma non dur
molto. Di fatto, la situazione era paradossale: non avevo mai avuto cos pochi motivi per cui vivere,
eppure non l'avevo mai desiderato con tanta forza. Segu un grugnito pi lungo, evidentemente si stava
sforzando. Non nel tubo, per favore! Sentii il panico che aumentava. Era come se non stessi pi
ricevendo aria a sufficienza dal rotolo. Un altro tonfo.
Mi girava la testa e i quadricipiti cominciavano a farmi male a causa della posizione
accovacciata. Mi raddrizzai un pochino. Il viso emerse in superficie. Sbattei le palpebre una volta e poi
un'altra. Stavo fissando il bianco fondoschiena peloso di Clas Greve. E in quel biancore si distingueva
nettamente un cazzo considerevole, be', pi che considerevole, direi impressionante. E dato che
neanche la paura della morte riesce a scacciare l'invidia del pene altrui in un maschio, pensai a Diana.
Ed ebbi la certezza fulminea che se Greve non mi avesse ucciso per primo, io avrei ucciso lui. Greve si
alz, la luce filtr attraverso il buco e notai che qualcosa non andava, mancava qualcosa. Chiusi gli
occhi e mi reimmersi. Le vertigini erano pressoch insostenibili. Stavo morendo per avvelenamento da
metano?
Ci fu silenzio per un lungo tempo. Era tutto finito? Ero a met inspirazione quando mi resi
conto che all'improvviso non c'era pi ossigeno, che non stavo inspirando niente. Il flusso d'aria era
stato interrotto. Gli istinti primari prevalsero, stavo cominciando a soffocare. Dovevo alzarmi! Il viso
emerse in superficie nello stesso istante in cui sentii un rumore sordo. Battei le palpebre una volta e poi
un'altra. In alto era tutto buio. Poi udii dei passi pesanti, la porta che si apriva, passi pi leggeri e la
porta che si chiudeva. Sputai il tubo e vidi cosa era successo. C'era della roba bianca sopra l'apertura;
la carta igienica che Greve aveva usato per pulirsi.
Mi arrampicai fuori dal serbatoio e sbirciai dalle fessure tra le assi in tempo per vedere Greve
che spediva il cane nel bosco mentre entrava nello chalet. Il terrier si stava dirigendo verso la cima
della montagna. Lo seguii con lo sguardo finch non fu inghiottito dal bosco. E in quel momento 
forse perch per un attimo permisi al sollievo, alla speranza di salvezza, di fare capolino  mi sfugg
dalla gola un singhiozzo involontario. No, pensai. Niente speranze. Niente sentimenti. Nessun
coinvolgimento emotivo. Analitico. Forza, Brown. Pensa. Numeri primi. Panoramica della scacchiera.
Okay. Come mi aveva trovato Greve? Come diavolo era arrivato sin l? Diana non aveva mai neanche
sentito parlare di questo posto. Con chi aveva parlato? Non avevo risposte. Bene. Quali erano le mie
opzioni? Dovevo andarmene da l e due elementi mi erano favorevoli: aveva iniziato a imbrunire e,
coperto di merda dalla testa ai piedi, il mio odore si confondeva benissimo. Ma avevo mal di testa e le
vertigini stavano peggiorando, inoltre non potevo aspettare che facesse buio sul serio.
Mi lasciai scivolare all'esterno del serbatoio e atterrai sul pendio dietro il gabinetto. Mi chinai e
valutai la distanza dal bosco. Da l potevo farcela fino al fienile e poi continuare la fuga in auto. Avevo
le chiavi della Mercedes in tasca, vero? Rovistai. Nella tasca sinistra trovai alcune banconote, la carta
di credito di Ove, le mie chiavi di casa e quelle di Ove. A destra. Tirai un sospiro di sollievo quando le
dita avvertirono le chiavi dell'auto sotto il cellulare.
Il cellulare.
Naturalmente.
I cellulari vengono localizzati dai ripetitori. In un'area,  vero, non in un punto specifico, ma se
uno dei ripetitori di Telenor aveva registrato la presenza del mio telefono, c'era poco da sbizzarrirsi: la
casa di Aa era l'unica in un raggio di chilometri. Naturalmente ci significava che Greve doveva avere
un contatto nel reparto operativo di Telenor, ma oramai non mi sorprendeva pi niente. Stavo
cominciando a rendermi conto di quello che era successo. E Felsenbrink, che era parso come in attesa
della mia telefonata, non faceva che confermare i miei sospetti. Non si trattava di un triangolo amoroso
tra me, mia moglie e un olandese in fregola. Se ci avevo visto giusto, mi trovavo in guai ben peggiori di
quanto avessi immaginato.
Capitolo 14
Massey Ferguson
Sporsi cautamente la testa e guardai verso lo chalet. I riquadri della finestra erano scuri e non si
vedeva nulla. Quindi non aveva acceso la luce. Bene. Non potevo restare l. Rimasi immobile fin
quando gli alberi non iniziarono a stormire leggermente, poi mi misi a correre. Sette secondi pi tardi
avevo raggiunto il margine del bosco e mi ero nascosto dietro gli alberi. Ma quei sette secondi mi
avevano quasi sfinito, mi dolevano i polmoni e mi pulsava e girava la testa, come l'unica volta in cui
mio padre mi aveva portato al parco dei divertimenti. Era il mio nono compleanno, quello era il suo
regalo, e lui e io eravamo gli unici visitatori, eccezion fatta per tre adolescenti brilli che si dividevano
una Coca-Cola corretta con un superalcolico. Nel suo norvegese sgrammaticato e stizzoso, mio padre
aveva contrattato sul prezzo della sola attrazione aperta, una macchina infernale il cui unico scopo,
apparentemente, era quello di farti girare in tondo finch non vomitavi lo zucchero filato e i tuoi
genitori ti consolavano comprandoti i popcorn e una bevanda gassata. Mi ero rifiutato di rischiare la
vita su quell'apparecchio malsicuro, ma mio padre aveva insistito e allacciato lui stesso le cinture che
dovevano proteggermi. E ora, venticinque anni pi tardi, mi ritrovavo nello stesso sudicio e surreale
parco dei divertimenti, dove tutto puzzava d'urina e d'imbroglio e dove io provavo lo stesso terrore e
un forte senso di nausea.
Sentii un ruscello che gorgogliava l di fianco. Tolsi il cellulare dalla tasca e ve lo gettai dentro.
Prova a rintracciarmi adesso, maledetto indiano metropolitano. Poi corsi sul morbido tappeto del
sottobosco in direzione della fattoria. La notte era scesa tra i pini, ma non c'era altra vegetazione,
quindi riuscii facilmente a trovare la strada. Dopo alcuni minuti scorsi la luce all'esterno dell'edificio.
Mi avvicinai ancora un po', cos da nascondermi dietro il fienile prima di uscire allo scoperto. C'era da
scommettere che se Aa mi avesse visto in quello stato avrebbe chiesto immediatamente una
spiegazione e chiamato seduta stante la polizia locale.
Strisciai verso la porta del fienile e alzai il chiavistello. Spinsi il battente ed entrai. La testa. I
polmoni. Battei le palpebre nell'oscurit, riuscivo a malapena a distinguere l'auto e il trattore. Ma che
cazzo di effetto ha il metano sulle persone? Le fa diventare cieche? Metano. Metanolo. Doveva esserci
un collegamento.
Dietro di me, l'ansimare e il rumore in sordina, appena percettibile, dei passi di un animale. Poi
il rumore svan. Sapevo gi cos'era, ma non ebbi il tempo di girarmi. Aveva fatto un balzo. C'era un
silenzio assoluto, persino il mio cuore aveva cessato di battere. L'istante successivo caddi in avanti.
Non sapevo se un niether terrier sarebbe riuscito a conficcare i denti nel collo di un giocatore di basket.
Ma io, come credo di avervi gi detto, non sono affatto un giocatore di basket. Quindi caddi in avanti
nel momento stesso in cui il dolore mi esplodeva nella testa. Gli artigli mi lacerarono la schiena e udii il
rumore della carne che si disfaceva con un lamento, le ossa che scricchiolavano. Le mie ossa. Provai ad
afferrare il cane, ma le mie braccia non volevano saperne di obbedire, era come se le zampe che mi
stringevano il collo avessero bloccato qualsiasi forma di comunicazione col cervello, che non
trasmetteva pi i comandi. Ero prono, impossibilitato perfino a sputare la segatura che avevo in bocca.
La pressione sull'arteria principale. Il cervello in debito d'ossigeno. La vista che si offuscava. Di l a
poco avrei perso conoscenza. Ecco come sarei morto, tra le fauci di una palla di lardo. Era a dir poco
deprimente. Bastava e avanzava a farti impazzire dalla rabbia. La testa inizi ad andarmi in fiamme, un
calore gelido invase il mio corpo e si propag fino ai polpastrelli. Una maledizione certa e
un'improvvisa forza palpitante che d la vita e preannuncia la morte.
Mi rialzai con il cane che mi penzolava dal collo lungo la schiena come una stola di pelliccia
vivente. Traballando, agitai freneticamente le braccia, ma non riuscii comunque ad afferrarlo. Sapevo
che quell'esplosione di energia era l'ultimo tentativo disperato del mio corpo, la sua ultima chance;
l'arbitro che stava contando ben presto avrebbe decretato la mia sconfitta per knock out. Il mio campo
visivo si era ristretto a tal punto che mi sembrava di essere all'inizio di un film di James Bond quando
suonano il tema introduttivo, o nel mio caso conclusivo, e dove tutto  nero tranne quel cerchiolino in
cui si vede un tipo con lo smoking che vi punta addosso una pistola. E attraverso il cerchiolino vidi un
trattore azzurro Massey Ferguson. E un ultimo pensiero mi attravers il cervello: io odio i cani.
Barcollando mi girai dando la schiena al trattore, lasciai che il peso del cane mi sbilanciasse e
mi buttai pesantemente all'indietro. Caddi. I rebbi d'acciaio appuntiti del caricatore d'insilato ci
vennero incontro. E ascoltando il suono della pelle del cane che si squarciava, capii che non avrei
lasciato questo mondo da solo. Non vidi pi nulla e tutto intorno a me si fece nero.
Devo essere rimasto svenuto per un bel po'.
Quando mi risvegliai mi ritrovai a terra a fissare le fauci spalancate del terrier. Il suo corpo
sembrava essere sospeso a mezz'aria, come rannicchiato in posizione fetale. Due denti d'acciaio gli
avevano infilzato il dorso. Mi rialzai in piedi, la stanza prese a girarmi intorno e dovetti fare un paio di
passi per recuperare l'equilibrio. Mi misi la mano sul collo e avvertii un rivolo di sangue nel punto in
cui i denti del cane mi avevano lacerato la carne. Mi resi conto che stavo per perdere il lume della
ragione, visto che invece di salire in auto me ne rimanevo l in piedi a fissare lo spettacolo, affascinato.
Avevo creato un capolavoro. Infilzato il cane calidonio. Era davvero una meraviglia. Soprattutto il
muso, con le mascelle ancora spalancate nonostante fosse sopraggiunta la morte. Forse gli si erano
paralizzate per via dello shock, o forse era una razza che moriva cos. Qualunque fosse la ragione, mi
godetti la sua espressione furibonda e attonita per aver dovuto lasciare questo mondo anticipatamente e
sopportare anche quell'oltraggio finale, quella morte umiliante. Avrei voluto sputargli addosso, ma
avevo la bocca troppo secca.
Invece mi frugai in tasca alla ricerca delle chiavi dell'auto e mi diressi barcollando verso la
Mercedes di Ove, l'aprii e cercai di mettere in moto. Nessuna reazione. Attesi ancora e diedi gas una
seconda volta. Morta. Guardai fuori dal parabrezza. Mugolai. Poi uscii e alzai il cofano. Era cos buio
che riuscii soltanto a intravedere i cavi tagliati. Non sapevo bene a cosa servissero, ma probabilmente
erano indispensabili affinch si avverasse quel piccolo miracolo che si chiama accensione e che fa
partire un'auto. Che il diavolo si portasse via quel mezzo crucco! Speravo con tutte le mie forze che
Clas Greve fosse ancora nello chalet ad aspettare il mio ritorno, ma era verosimile che iniziasse a
chiedersi cosa ne fosse stato del suo cane. Calma, Brown. L'unico modo per allontanarmi da l era con
il trattore di Sindre Aa; per sarei andato piano e Greve mi avrebbe raggiunto. Quindi dovevo trovare
l'auto con la quale era arrivato fin l, la Lexus argento parcheggiata da qualche parte lungo la strada, e
manometterla nello stesso modo in cui lui aveva manomesso la mia Mercedes.
Mi diressi a rapidi passi verso la fattoria aspettandomi che Sindre Aa uscisse sulla scala, l'uscio
era socchiuso. Invece non successe nulla. Bussai e poi spalancai la porta. Nel portico c'era il fucile con
il mirino telescopico appoggiato al muro, di fianco a un paio di stivali di gomma infangati.
 Aa? Be'?
Pi che di chiamare una persona mi sembrava di chiedere come continuava la storia. E nel
nostro caso era proprio cos. Proseguii dentro casa mentre pronunciavo insistentemente quel nome
idiota. Ebbi l'impressione di cogliere un movimento e mi girai. Quel poco sangue che mi rimaneva si
gel nelle vene. Un mostro nero su due gambe, dall'aspetto animale, si era fermato nel medesimo
istante in cui mi ero fermato io, e adesso mi fissava con gli occhi spalancati che brillavano in tutta
quella oscurit. Alzai la mano destra. Lui alz la sinistra. Io alzai la sinistra, lui la destra. Mi stavo
vedendo in uno specchio. Sospirai di sollievo. Ero sporco ovunque, e la sporcizia mi si era seccata
addosso; scarpe, busto, faccia, capelli. Proseguii e spalancai la porta della sala.
Stava su una sedia a dondolo con un ghigno stampato sul volto. Il gatto grasso gli si era
acciambellato in grembo e mi sbirciava con gli stessi occhi a mandorla, da puttanella, di Diana. Spicc
un balzo e salt gi. Con i polpastrelli delle zampe atterr morbidamente sul pavimento e si mosse
verso di me dondolandosi per poi arrestarsi di colpo. Pi che comprensibile, non odoravo certo di rosa
e di lavanda. Ma dopo un attimo di esitazione continu a venirmi incontro facendo le fusa in modo
seducente. Animali adattabili i gatti, sanno benissimo quando devono trovare qualcun altro che gli dia
da mangiare. Perch il loro padrone  morto.
In realt sembrava che Sindre Aa sogghignasse perch gli angoli della bocca erano allungati dai
rivoli di sangue. La lingua nero-bluastra usciva da uno squarcio sulla guancia attraverso cui
intravedevo i denti e le gengive della mandibola inferiore. Quel contadino irascibile mi ricordava il
buon vecchio Pac-Man, ma era improbabile che il suo nuovo sorriso da un'orecchio all'altro fosse la
causa della morte. Due fendenti altrettanto sanguinanti gli disegnavano una X sulla gola.
Strangolamento da dietro con garrotamento, l'assassino aveva usato una sottile corda di nylon o un filo
d'acciaio. Soffiai rumorosamente dal naso mentre il mio cervello effettuava di sua iniziativa una veloce
ricostruzione. Greve era passato davanti alla fattoria e aveva visto che le tracce lasciate dagli
pneumatici della mia auto si arrestavano nel prato fangoso. Era probabile che avesse continuato a
guidare, avesse parcheggiato un po' pi in l, fosse ritornato e avesse sbirciato nella fattoria, ottenendo
la certezza che la mia auto era l. Sindre Aa doveva essere comparso sui gradini in quel momento.
Sospettoso e scaltro. Aveva scatarrato e risposto a Greve in modo evasivo sul mio conto. Greve gli
aveva offerto del denaro? Erano entrati in casa? In qualsiasi caso, Aa non doveva aver abbassato la
guardia perch, quando Greve gli aveva messo la garrota sopra la testa, era riuscito ad abbassare il
mento in modo da evitare che scendesse fino al collo. Avevano lottato, il filo gli era andato in bocca e
Greve aveva tirato, squarciandogli le guance. Siccome Greve era forte, alla fine era riuscito a far
scivolare il letale filo d'acciaio intorno al collo del vecchio disperato. Un testimone silenzioso, un
omicidio silenzioso. Ma perch Greve non aveva agito in modo pi semplice e usato una pistola? Dopo
tutto, la fattoria pi vicina si trovava a svariati chilometri di distanza. Forse per non farmi capire che
era arrivato? Poi compresi che la risposta, in realt, era assai banale: probabile che non si fosse portato
dietro un'arma. Imprecai tra me e me. Adesso per ne aveva una, visto che avevo lasciato la Glock sul
piano di lavoro della cucina nello chalet. Si poteva essere pi idioti di cos?
La mia attenzione fu attirata dal gocciolio e dal gatto che mi si era infilato tra le gambe. Con la
punta rosa della lingua che guizzava dentro e fuori leccava il sangue che stillava a terra dal lembo della
mia camicia. Una stanchezza anestetizzante aveva iniziato a impadronirsi di me. Feci tre profondi
respiri. Dovevo riuscire a concentrarmi. Continuare a pensare, agire, era l'unica cosa che potesse tenere
in scacco la paura che mi stava paralizzando. Innanzitutto dovevo trovare le chiavi del trattore.
Girovagai di stanza in stanza e rovesciai i cassetti. In camera da letto scovai un'unica scatola di
munizioni vuota. In corridoio c'era una sciarpa che mi misi intorno al collo cos da tamponare la ferita.
Ma delle chiavi del trattore nemmeno l'ombra. Guardai l'orologio. Greve probabilmente aveva iniziato
a chiedersi che fine avesse fatto il cane. Tornai in sala, mi chinai sul cadavere di Aa e frugai nelle sue
tasche. Eccole! Sul portachiavi c'era addirittura il simbolo della Massey Ferguson. Avevo poco tempo,
ma non era il momento di essere approssimativi, dovevo fare le cose per bene. Quando avessero trovato
Aa avrebbero passato al setaccio la scena del crimine e cercato le tracce di Dna. Mi precipitai in cucina,
inumidii uno straccio e tolsi il sangue dal pavimento di tutte le stanze in cui ero stato. Rimossi le
possibili impronte da tutti gli oggetti che avevo toccato. Mentre ero nel portico, pronto ad andarmene,
mi cadde l'occhio sulla carabina. E se finalmente la fortuna fosse girata dalla mia e ci fosse stato
magari un colpo in canna? Afferrai il fucile, provai a sganciarlo, tirai e spinsi finch non udii il clic
dell'otturatore e alla fine riuscii ad aprire la culatta dove, nel buio, intravidi una macchiolina di
ruggine. Niente cartucce. Udii un suono e alzai lo sguardo. Il gatto se ne stava sulla soglia della porta e
mi fissava con un'espressione in cui si leggevano dolore e accusa: non l'avrei lasciato l, vero? Con
un'imprecazione diedi una pedata a quella creatura malfidente, che corse via spaventata e and a
rifugiarsi in sala. Poi asciugai in fretta il fucile, uscii e richiusi con violenza la porta dietro di me.
Il trattore part con un rombo. E continu a ruggire mentre uscivo dalla rimessa. Non mi ero
preoccupato di richiudere la porta, perch il trattore stava gi borbottando: Clas Greve! Brown sta
cercando di scappare! Muoviti, forza!
Spinsi sull'acceleratore. Ripercorsi la via dell'andata. Ormai era buio pesto e la luce dei fanali
danzava sulla strada sconnessa. Cercai disperatamente la Lexus, doveva pure trovarsi parcheggiata da
qualche parte! Non riuscivo pi a pensare con lucidit, poteva benissimo averla lasciata un po' pi
distante. Mi presi a sberle. Batti le palpebre, inspira profondamente, non sei stanco, non sei a pezzi.
Cos.
A tutto gas. Un ruggito insistente, continuo. Dove andare? Lontano.
La luce dei fari diminu, stavo per sprofondare nell'oscurit. Mi si stava offuscando di nuovo la
vista. Di l a poco avrei perso conoscenza. Respirai il pi a fondo possibile. Ossigena il cervello.
Continua ad aver paura, rimani sveglio, rimani in vita!
Adesso il rombo monotono del motore era accompagnato da un tono pi alto.
Capii cosa stava succedendo e afferrai ancora pi saldamente il volante.
Un altro motore.
Vidi le luci riflesse nello specchietto.
L'auto dietro di me si stava avvicinando senza fretta. E perch mai avrebbe dovuto accelerare?
Eravamo l da soli in un posto sperduto, avevamo tutto il tempo che volevamo.
La mia unica speranza era di non farmi superare, cos che l'auto non potesse bloccarmi ogni via
d'uscita. Mi spostai al centro della sterrata e mi chinai il pi possibile sul volante per evitare di essere
colpito dalla Glock. Dopo una curva, la strada all'improvviso si raddrizz e si allarg. E Greve, come
se conoscesse la zona a menadito, aveva gi accelerato e mi aveva affiancato. Sterzai verso destra cos
da spingerlo nel fosso. Ma ormai era troppo tardi, mi aveva gi superato. Ero io che stavo per finire nel
fosso; girai disperatamente il volante e scivolai sulla ghiaia. Ero ancora in strada. Ma davanti a me
c'era una luce azzurra. O comunque due rosse. Vedendo le luci dei freni capii che la macchina si era
arrestata. Mi fermai anch'io, ma rimasi seduto con il motore acceso. Non volevo morire l, da solo, nel
campo di una maledetta fattoria, e far la fine di una pecora idiota. L'unica mia chance era quella di
indurlo a uscire dall'auto e investirlo, stenderlo con le gigantesche ruote posteriori e farne una
pastasfoglia sottile decorata con i ghirigori lasciati dagli pneumatici del trattore.
Si apr la portiera dal lato del guidatore. Premetti leggermente l'acceleratore con la punta del
piede per capire come avrebbe reagito il motore. Non in fretta. Mi venne un capogiro e mi si annebbi
di nuovo la vista, ma distinsi appena un uomo che era uscito dall'auto e avanzava verso di me. Alto,
magro. Alto, magro? Clas Greve non era alto e magro.
 Sindre?
 What?  risposi in inglese, anche se mio padre mi aveva ripetuto per anni che avrei dovuto
rispondere: I beg your pardon, Sorry sir?, oppure: How can I accomodate you, madam? Scivolai
a met sul sedile. Aveva proibito a mia madre di prendermi in braccio altrimenti sarei diventato uno
smidollato. Mi vedi adesso pap? Sono uno smidollato? Posso venire a sedermi in braccio a te, pap?
Udii una voce che mi chiedeva esitante, con la meravigliosa intonazione tipica del norvegese: 
Viene dal centro profughi?
 Dal centro profughi?  ripetei.
L'uomo adesso era di fianco al trattore: gli gettai un'occhiata in tralice mentre mi tenevo saldo
al volante.
 Mi scusi,  disse.  Mi sembrava un... un...  caduto in mezzo al letame?
 S, ho avuto un piccolo incidente.
 Vedo. L'ho fermata perch ho riconosciuto il trattore di Sindre e perch c' un cane che
penzola dal caricatore.
Quindi alla fine non ero riuscito a mantenere la concentrazione. Ah ah! Mi ero completamente
scordato quel cane fottuto, mi senti, pap? Troppo poco sangue al cervello. Troppo...
Persi la sensibilit alle dita e vidi che allentavano la presa sul volante. Poi svenni.
Capitolo 15
Orario di visita
Mi svegliai e mi trovai in paradiso. Era tutto bianco; un angelo mi guard con aria gentile in
mezzo alle nuvole, e mi chiese se sapevo dove fossi. Annuii e mi disse che un uomo desiderava parlare
con me, ma non c'era fretta, poteva attendere. S, pensai, pu attendere. Perch quando verr a sapere
cosa ho fatto mi caccer via di qui seduta stante, mi obbligher ad abbandonare questo biancore
morbido e tiepido e cadr, cadr, fino a sprofondare negli inferi ai quali appartengo, nella fucina, nella
fonderia, nell'acido eterno in cui scontare i miei peccati.
Chiusi gli occhi e sussurrai che per il momento preferivo non essere disturbato.
L'angelo annu con aria comprensiva, mi rimbocc ancora meglio le nubi e svan mentre sul
pavimento risuonavano i suoi zoccoli di legno. Prima che la porta si chiudesse udii in lontananza delle
voci in corridoio.
Toccai la benda che avevo intorno alla gola. La mia mente cerc di ricostruire alcuni
frammenti. La faccia dell'uomo alto e magro chino su di me, il sedile posteriore di un'auto che
procedeva a velocit sostenuta su una strada tortuosa, due uomini con la divisa bianca da infermiere
che mi aiutavano a salire su una barella. La doccia. La doccia calda mentre ero sdraiato, una sensazione
piacevolissima, poi ero svenuto di nuovo.
Mi sarebbe piaciuto lavarmi anche in quel momento, ma il cervello m'informava che tutto quel
lusso era temporaneo, che la clessidra continuava a funzionare, la Terra a girare, il corso degli eventi
era inarrestabile. Avevano solo deciso di temporeggiare un po', di prendersi una piccola pausa.
Pensare.
S, pensare era doloroso, era meglio lasciar perdere, rassegnarsi, non ribellarsi all'ineluttabilit
del proprio destino. Solo che il corso delle cose  talmente stupido e banale che non ci si pu non
incazzare.
Cos si pensa.
Era impossibile che il tipo l fuori in attesa fosse Clas Greve, mentre poteva benissimo darsi che
fosse un poliziotto. Guardai l'orologio. Le otto di mattina. Se la polizia aveva scoperto il cadavere di
Sindre Aa e sospettava di me, era abbastanza improbabile che inviasse un unico agente ad attendere
cortesemente in corridoio. Forse intendeva solo chiedermi cos'era successo, forse dipendeva dal
trattore rimasto in mezzo alla strada, forse... Forse sperai che fosse un poliziotto. Forse ne avevo
abbastanza, forse l'unica cosa che mi restava da fare era salvarmi la pelle, forse avrei fatto meglio a
vuotare il sacco. Rimasi l cercando di capire cosa provavo e sentii salirmi in gola una risata, una
sonora risata.
In quel medesimo istante la porta si apr, udii i rumori in corridoio e un uomo con un camice
bianco entr difilato nella stanza. Strizz gli occhi e lesse quanto c'era scritto sul bollettino medico.
 Morsi di cane?  chiese. Poi alz la testa e mi guard con un sorriso.
Lo riconobbi subito. Richiuse la porta dietro di s. Nella stanza c'eravamo solo noi due.
 Mi spiace, ma ero stufo di stare l fuori ad aspettare.
Il camice bianco si addiceva proprio a Clas Greve. Lo sapeva il diavolo come se l'era procurato.
E lo sapeva il diavolo come aveva fatto a trovarmi, visto che il mio cellulare se ne stava con ogni
probabilit in un torrente. Io e il diavolo non avevamo invece dubbi su cosa mi aspettava. E quasi a
confermarlo, Greve infil la mano in tasca e ne estrasse una pistola. La mia pistola. Per essere pi
precisi: la pistola di Ove. O, per essere dolorosamente precisi, una Glock 17 con proiettili in piombo da
nove millimetri che si deformano nell'impatto con i tessuti e si frantumano in modo tale che la massa di
piombo attiri a s una quantit esagerata di carne, muscoli, ossa e materia cerebrale. Questa, dopo aver
attraversato l'organismo, si distribuisce sulla parete dietro di voi pressappoco come succede nei quadri
di Barnaby Furnas. La canna della pistola era puntata verso di me.  stato detto spesso che in simili
situazioni la bocca si secca. Posso confermarlo.
 Spero non ci siano problemi se uso la tua pistola, Roger,  disse Clas Greve.  Non mi sono
portato la mia in Norvegia. Oggigiorno ci sono cos tanti problemi con i controlli negli aeroporti, e non
potevo immaginare...  spalanc le braccia  ... una situazione del genere. Comunque  un vantaggio
che non possano risalire a me tramite la pallottola, non ti pare Roger?
Non risposi.
 Non ti pare?  ripet.
 Perch...?  chiesi con una voce roca come il vento del deserto.
Clas Greve attese che io proseguissi con un'espressione di grande curiosit.
 Perch fai tutto questo?  sussurrai.  Solo per via di una donna che hai appena conosciuto?
Aggrott la fronte.  Stai parlando di Diana? Sapevi che io e lei...?
 S,  lo interruppi per risparmiarmi il seguito.
Fece un risolino.  Ma sei impazzito, Roger? Pensi davvero che tutta questa storia abbia a che
vedere con me, con te e con lei?
Non risposi. Non dissi che avevo capito. Che la posta in gioco non erano cose banali come la
vita, i sentimenti e le persone che amiamo.
 Diana era solo un tramite, Roger. L'ho usata per arrivare a te. Visto che non hai abboccato
alla prima esca.
 Arrivare a me?
 A te, s.  da quattro mesi che ci stiamo lavorando, ovvero da quando abbiamo saputo che
Pathfinder stava cercando un nuovo amministratore delegato.
 Noi?
 Indovina chi.
 Hote?
 E i nostri nuovi padroni americani. A dir la verit, quando questa primavera sono venuti da
noi, navigavamo in acque piuttosto cattive. Quindi abbiamo dovuto accettare una serie di condizioni
per quello che forse  sembrato un buyout, ma che in realt era un'operazione di salvataggio. Una delle
condizioni era che portassimo in dote anche Pathfinder.
 Portaste in dote Pathfinder? E in che modo?
 Tu sai come vanno le cose, Roger, proprio come lo so io. Anche se, sulla carta, sono gli
azionisti e il consiglio di amministrazione a prendere le decisioni all'interno di una societ, in pratica 
l'amministratore delegato ad avere l'ultima parola. E a decidere se e a chi la societ deve essere
venduta. Io, nel dirigere Hote, ho volutamente fornito al consiglio di amministrazione una quantit cos
esigua d'informazioni e ho creato un tale clima di incertezza da costringerlo in qualsiasi occasione a
fidarsi di me. Cosa, peraltro, che gli conveniva, qualunque cosa sia poi successa. Il punto  che
qualunque leader abbia una certa competenza e la fiducia del consiglio di amministrazione  in grado di
manipolare e convincere un gruppo di azionisti seminformati a fare esattamente ci che vuole lui.
 Esageri.
 Davvero? A quanto mi risulta tu ti guadagni da vivere facendo proprio la stessa cosa, ti lavori
cio i consigli di amministrazione.
Aveva ragione da vendere. E ci confermava il sospetto che avevo avuto dopo che il signor
Felsenbrink di Hote mi aveva raccomandato senza riserve Greve per la posizione di amministratore
delegato nell'azienda che era la loro principale concorrente.
 Quindi Hote vuole...  iniziai.
 S, Hote vuole assumere il controllo di Pathfinder.
 Perch gli americani l'hanno posta come condizione per tirarvi fuori dalle peste?
 I soldi che noi, azionisti di Hote, abbiamo ricevuto sui nostri conti correnti, sono stati
congelati fin quando non saranno state soddisfatte le condizioni del buyout. Anche se nulla di ci che ti
sto raccontando  mai stato messo per iscritto, chiaro.
Annuii pensierosamente.  Quindi tutta quella storia che ti eri dimesso come forma di protesta
contro i nuovi proprietari era solo una messinscena per farti apparire come un candidato credibile alla
guida di Pathfinder?
 Esatto.
 E quando saresti stato assunto come amministratore delegato di Pathfinder, il tuo compito
sarebbe stato quello di costringere la societ a passare in mani americane?
 Non sono sicuro che costringere sia la parola adatta. Quando Pathfinder avesse scoperto, da
qui a qualche mese, che la sua tecnologia non era pi un segreto per Hote, avrebbe capito che da sola
non aveva chance e che avrebbe fatto meglio a collaborare.
 Perch tu, in tutta segretezza, l'avresti passata a Hote, non  vero?
Il sorriso di Greve era sottile e bianco come un verme solitario:  Devo ripetermi: il loro
sarebbe stato un matrimonio perfetto.
 Un perfetto matrimonio forzato, non ti pare?
 Se vuoi. Ma con le tecnologie di Hote e Pathfinder saremmo riusciti ad accaparrarci tutti i
contratti militari per i servizi satellitari nell'emisfero occidentale. E anche un paio in quello orientale...
Non ti pare che la posta in gioco giustifichi un pizzico di manipolazione?
 E quindi avevate programmato che fossi io a raccomandarti per quella posizione?
 Io sarei comunque stato un candidato eccellente, non credi?  Greve si era spostato ai piedi
del letto, teneva la pistola all'altezza dell'anca e dava la schiena alla porta.  Ma non volevamo correre
rischi. Abbiamo scoperto ben presto a quali agenzie di reclutamento si era rivolta Pathfinder e abbiamo
svolto un paio di ricerche.  emerso che tu godi di una certa reputazione, Roger Brown. I candidati da
te consigliati vengono sempre assunti, almeno stando a quanto si dice in giro. Sembra che tu abbia
addirittura stabilito un record. Quindi  naturale che volessimo passare da te.
 Ne sono lusingato. Ma perch non hai contattato direttamente Pathfinder per dirlo a loro, che
eri interessato?
 Svegliati, Roger! Io sono l'ex amministratore delegato del grande lupo cattivo che potrebbe
effettuare un buyout, te ne sei gi dimenticato? Se mi fossi rivolto direttamente all'azienda avrei fatto
suonare tanti bei campanellini d'allarme. Dovevo essere trovato. Per esempio da un cacciatore di
teste. E in seguito farmi convincere. Era l'unico metodo credibile, che mi avrebbe permesso di
avvicinare Pathfinder senza cattive intenzioni.
 Capisco. Ma perch hai usato Diana, perch non mi hai contattato direttamente?
 Hai proprio deciso di passare per idiota, Roger? Se mi fossi presentato direttamente, tu avresti
avuto gli stessi sospetti, mi avresti tenuto lontano come fossi un appestato.
Era vero che facevo finta di essere un idiota. Ma l'idiota, a guardar bene, era lui. Idiota e cos
orgoglioso dei suoi piani geniali e ambiziosi da non riuscire a resistere alla tentazione di star l a
vantarsene fino a quando qualcuno non sarebbe entrato da quella maledetta porta. Perch qualcuno
sarebbe dovuto entrare prima o poi, e anche presto, dopo tutto mi trovavo in un letto d'ospedale ed ero
malato!
 Tu mi attribuisci princip troppo nobili nel mio lavoro,  gli dissi, mentre pensavo che di
solito non si ammazzano le persone con le quali ci si d del tu, no?  Io scelgo i candidati che, a mio
parere, verranno selezionati per quel lavoro, quindi non necessariamente i migliori.
 Davvero?  chiese Greve aggrottando la fronte.  Non credo che un headhunter sia cos
amorale, o sbaglio?
 Mi sa che non conosci a fondo il mondo dei cacciatori di teste. Avresti dovuto tenere Diana
fuori da questa storia.
Questa mia affermazione sembr divertirlo.  Avrei dovuto?
 Come sei riuscito a prenderla all'amo?
 Vuoi proprio saperlo, Roger?  Aveva sollevato la pistola. Di un metro. In mezzo agli occhi?
 Muoio dalla voglia di saperlo, Clas.
 Come vuoi . Riabbass appena la pistola.  Sono passato diverse volte da lei, in galleria. Ho
comprato un paio di quadri. Dopo un po' ne ho acquistati altri su suo consiglio. L'ho invitata a
prendere un caff. Abbiamo parlato di un sacco di cose, di questioni molto personali, come capita solo
tra estranei. E anche di problemi matrimoniali...
 Avete parlato del nostro matrimonio?  mi lasciai sfuggire.
 Eccome. Sono un uomo divorziato, quindi sono molto comprensivo. Capisco per esempio che
una donna bella, matura e in et fertile come Diana non possa accettare il fatto che suo marito non
voglia darle un figlio. Oppure che riesca a convincerla ad abortire perch il feto ha la sindrome di
Down . Clas Greve sfoder un sorriso che mi ricord quello di Aa sulla sedia a dondolo.  Soprattutto
perch io adoro i bambini.
Il sangue e la ragione abbandonarono di colpo il mio cervello e mi rimase un unico pensiero:
uccidere l'uomo che mi stava davanti.  Tu... tu le hai detto che volevi un figlio?
 No,  rispose Greve a voce bassa.  Le ho detto che volevo un figlio da lei.
Dovetti fare un grande sforzo per controllare la voce:  Diana non mi avrebbe mai lasciato per
un ciarlatano come...
 L'ho portata nel mio appartamento e le ho fatto vedere il presunto Rubens.
Ero confuso.  Presunto?
 S, il quadro ovviamente non  autentico,  solo un'ottima copia dipinta all'epoca di Rubens. I
tedeschi furono al tempo convinti del contrario. Mia nonna me lo mostr quando ero un ragazzo e
vivevo da lei. Mi spiace di averti mentito a riguardo. Ma  un falso.
La notizia avrebbe dovuto forse gettarmi nello sconforto, ma ero gi cos prosciugato
emotivamente che mi limitai a registrare l'informazione. E ad annotare mentalmente che Greve non
aveva scoperto che il quadro era stato sostituito.
 Ci nonostante la copia ha avuto l'effetto desiderato,  aggiunse Greve.  Quando Diana ha
visto quello che ancora crede essere un autentico Rubens, deve aver deciso l per l che non solo l'avrei
resa madre, ma che avrei provveduto a lei e al bambino in modo pi che adeguato. Detto in altre parole,
le avrei garantito la vita che sognava.
 E lei...
 Lei, ovviamente, ha acconsentito a fare in modo che il suo futuro marito ottenesse la
posizione di amministratore delegato, una posizione tale da fornire quella rispettabilit che 
auspicabile accompagni la ricchezza.
 Insomma mi stai dicendo che... quella sera, in galleria... avete recitato dall'inizio alla fine?
 Naturale. Per non abbiamo raggiunto il nostro obiettivo con la facilit che ci eravamo
immaginati. Quando Diana mi ha telefonato per dirmi che avevi deciso di eliminarmi dall'elenco dei
candidati papabili...  Sollev gli occhi al cielo con aria fintamente drammatica.  Ti puoi immaginare
lo shock, Roger? La delusione? L'incazzatura? Non riuscivo a capire perch non ti ero piaciuto. Perch,
Roger, perch, cosa ti ho fatto?
Deglutii. Aveva un'aria cos irragionevolmente rilassata, come se avesse a disposizione un
tempo illimitato per piantarmi una pallottola nel cranio, nel cuore o in qualsiasi altra parte del corpo a
sua scelta.
 Sei troppo basso.
 Scusa, puoi ripetere?
 Quindi sei riuscito a convincere Diana a piazzare la pallina di gomma col Curacit sul sedile
della mia auto? Il suo compito era uccidermi, cos non avrei potuto dire al cliente che non ti avrei
candidato?
Greve aggrott la fronte.  Curacit? Quindi secondo te tua moglie sarebbe stata disposta a farti
fuori per un bambino e un pugno di soldi? Interessante. Per quanto ne so, puoi anche aver ragione. Ma
io in realt non le ho chiesto niente del genere. La pallina di gomma conteneva una miscela di Ketalar e
Dormicum, anestetici a rapida azione che sono cos potenti da non essere del tutto innocui. Il piano era
anestetizzarti non appena salito in auto quella mattina e far guidare Diana fino al posto prestabilito.
 Che posto?
 Uno chalet che avevo preso in affitto. Non molto diverso da quello in cui speravo di trovarti
ieri sera. Con un proprietario pi simpatico e meno ficcanaso, per.
 E una volta l sarei stato...
 Persuaso.
 In che modo?
 Lo sai bene. Messo un po' sotto pressione. Sottoposto a piccole minacce, se necessario.
 Tortura?
 La tortura ha i suoi lati divertenti, ma odio infliggere dolore fisico ad altri che non sia io. E
poi, oltre un certo limite,  meno efficace di quanto si creda. No, non avrei esagerato. Mi sarei limitato
a darti un assaggio di cosa pu essere, a suscitare in te quell'incontrollabile paura del dolore che
abbiamo tutti. Perch  la paura, non il dolore, a renderci malleabili. Ecco perch quelli che conducono
gli interrogatori in modo consapevole, professionale, non abbandonano la pratica di una leggera tortura
di supporto,  sogghign,  perlomeno stando ai manuali della Cia. Migliori del modello dell'Fbi che
usi tu, vero Roger?
Oramai ero completamente sudato sotto la benda.  E cosa puntavi a ottenere?
 A farti scrivere e firmare una relazione di nostro gradimento. Ci saremmo persino offerti di
affrancarla e spedirla.
 E se avessi rifiutato? Mi avresti torturato di pi?
 Non siamo disumani, Roger. Se tu ti fossi rifiutato, ci saremmo limitati a tenerti l per un po'.
Fin quando Alfa non avrebbe affidato il compito di scrivere la relazione a uno dei tuoi colleghi. Con
tutta probabilit a Ferdinand, non si chiama cos?
 Ferdy,  risposi contrariato.
 Per l'appunto. E lui mi  sembrato molto favorevole. Come pure il presidente del consiglio di
amministrazione e il direttore commerciale. Non hai avuto anche tu la stessa impressione, Roger? Non
sei d'accordo che l'unico possibile elemento a mio sfavore sarebbe stata una presentazione negativa, e
solo se redatta da Roger Brown? Come avrai capito, non serviva farti del male.
 Stai mentendo,  dissi.
 Veramente?
 Tu non avevi nessuna intenzione di lasciarmi vivere. Perch mai avresti dovuto liberarmi e
correre il rischio che denunciassi i tuoi piani?
 Avrei potuto farti un'offerta interessante. La vita eterna in cambio del silenzio eterno.
 I mariti cornuti non sono dei partner commerciali ragionevoli, Greve. E tu lo sai.
Lui si pass la canna della pistola sul mento.  Esatto. S, hai ragione. Ti avrei ucciso. Ma
questo, in ogni caso,  il piano che ho raccontato a Diana. E lei mi ha creduto.
 Perch voleva crederti.
 Gli estrogeni rendono ciechi, Roger.
Non mi venne in mente nient'altro. Perch diavolo non entrava nes...?
 Ho trovato un cartello Non disturbare nello stesso guardaroba in cui c'era questo camice, 
disse Greve, come se mi avesse letto nel pensiero.  Credo che lo appendano sulla porta quando i
pazienti usano la padella.
La canna della pistola adesso era puntata direttamente contro di me. Vidi il dito che si curvava
sul grilletto. Non aveva sollevato la pistola, probabilmente avrebbe sparato all'altezza dell'anca come
faceva James Cagney nei film di gangster degli anni Quaranta e Cinquanta, in cui centrava con
precisione irrealistica l'obiettivo. Sfortunatamente, qualcosa mi diceva che anche Clas Greve era uno di
quei tiratori infallibili.
 Mi sembra che ci siamo detti tutto,  concluse Greve strizzando un po' gli occhi in attesa
dello scoppio.  In fondo la morte  una questione privata, non sei d'accordo?
Chiusi gli occhi. Avevo avuto ragione fin dal primo momento: mi trovavo in paradiso.
 Mi scusi, dottore!
La voce rimbomb nella stanza.
Aprii gli occhi. E vidi tre uomini dietro Greve, sulla soglia, vicino alla porta che stava per
richiudersi.
 Siamo della polizia,  disse la voce che apparteneva all'uomo in borghese.  Siamo qui per un
caso di omicidio, quindi purtroppo abbiamo dovuto ignorare il cartello sulla porta.
Notai che il mio angelo salvatore aveva un po' le fattezze di James Cagney, ma forse si trattava
di una suggestione dovuta all'impermeabile grigio. Oppure alle medicine che mi avevano dato, perch
gli altri suoi due colleghi in uniforme nera a riquadri bianchi e neri (ricordava un po' i tutoni invernali
che s'indossano all'asilo in Norvegia), sembravano altrettanto improbabili: si assomigliavano come due
gocce d'acqua, erano grassi come maiali e alti come pertiche.
Greve si era irrigidito e mi fissava stizzito senza girarsi. La pistola, nascosta alla vista dei
poliziotti, era ancora puntata contro di me.
 Speriamo di non disturbare con questo nostro insignificante omicidio, dottore,  disse il
poliziotto in borghese, visibilmente irritato perch l'uomo col camice pareva ignorarlo in toto.
 No, nessun problema,  rispose Greve dando sempre loro la schiena.  Io e il paziente
abbiamo appena finito . Scost il camice e infil la pistola nella cintura dei pantaloni.
 Io... io...  iniziai, ma fui interrotto da Greve.
 Si calmi, adesso. Terr io sua moglie Diana informata sul suo stato di salute. Non si
preoccupi, ci occuperemo noi di lei.  tutto chiaro?
Battei le palpebre diverse volte. Greve si chin sul letto e mi diede una pacca sul ginocchio
attraverso il piumone.
 Cercheremo di non spaventarla, va bene?
Annuii in silenzio. Doveva essere un'altra volta l'effetto delle medicine, ero certo che fosse solo
un'allucinazione.
Greve si raddrizz con un sorriso:  E comunque Diana ha ragione, lei ha davvero dei capelli
splendidi.
Si gir, fiss lo sguardo sul bollettino medico e sussurr ai poliziotti mentre usciva:   tutto
vostro. Almeno per il momento.
Dopo che la porta si fu richiusa, James Cagney si avvicin a me:
 Mi chiamo Sunded.
Annuii lentamente, mentre la benda sembrava tagliarmi la gola:   arrivato proprio al
momento giusto, Sundet.
 Sunded,  ripet con tono grave.  Ded, alla fine. Sono un investigatore della squadra Omicidi
e mi manda la Kripos di Oslo. La Kripos ...
 So benissimo cos' la Kripos,  risposi.
 Bene. Loro due sono Endride ed Eskild Monsen della polizia di Elverum.
Li osservai ammirato. Due trichechi gemelli che indossavano la medesima uniforme e che
avevano i medesimi baffi. Tanta roba, niente da dire.
 Per cominciare le leggo i suoi diritti,  mi disse Sunded.
 Aspetti!  esclamai.  Cosa significa tutto ci?
Sunded sorrise stancamente.  Significa che lei  in arresto, signor Kjikerud.
 Kji...  Mi morsi la lingua. Sunded mi sventol davanti qualcosa in cui riconobbi una carta di
credito. Una carta di credito blu. La carta di Ove. Tolta dalla mia tasca. Sunded sollev un sopracciglio
con aria interrogativa.
 Mer... da,  esclamai.  E perch mai?
 Per l'omicidio di Sindre Aa.
Fissai Sunded che, ricorrendo appositamente a parole quotidiane e non alla formula di rito che
si vede nei film americani, mi spiegava che avevo diritto a chiamare un avvocato e a tenere la bocca
chiusa. Concluse spiegandomi che il primario gli aveva dato il permesso di interrogarmi non appena
avessi riacquistato conoscenza. Dopo tutto avevo solo un po' di punti nel collo.
 Va bene,  dissi prima che avesse terminato la spiegazione.  Sono pi che felice di seguirvi.
Capitolo 16
Autopattuglia zero uno
Scoprii che l'ospedale sorgeva in una zona rurale piuttosto lontana da Elverum. Mi sentii
sollevato nel veder sparire dietro di noi quegli edifici bianchi simili a materassi. Ancora pi sollevato
perch non si vedeva la Lexus argento.
Eravamo su una vecchia Volvo ben tenuta, il motore aveva un suono favoloso tanto da farmi
sospettare che l'avessero truccato prima di riverniciare l'auto con i colori della polizia.
 Dove siamo?  chiesi dal sedile posteriore, incastrato tra i fisici imponenti di Endride ed
Eskild Monsen. I miei abiti, anzi quelli di Ove per essere precisi, erano stati spediti in tintoria, ma
un'infermiera mi aveva portato un paio di scarpe da tennis e una tuta da ginnastica verde con il logo
dell'ospedale dandomi precise istruzioni di restituirla pulita. Mi avevano anche ridato tutte le chiavi e il
portafoglio di Ove.
 Distretto di Hedmark,  rispose Sunded dal sedile del passeggero, quello che le gang dei
ghetti afroamericani definiscono il sedile del tiratore.
 E dove andiamo?
 Non sono affari tuoi,  ringhi il giovane autista brufoloso lanciandomi un'occhiata gelida
attraverso lo specchietto retrovisore. Bad cop. Giacca nera sintetica con una scritta gialla sulla schiena.
Elverum Ko-daw-ying Club. Immaginai si trattasse di una misteriosa e nuovissima, seppure antica,
arte marziale. E che la sua mascella sproporzionatamente grande in confronto al resto del corpo fosse
dovuta all'abitudine di masticare in modo frenetico gomma americana. Brufolone era cos magro e con
le spalle cos strette che le braccia formavano una V quando teneva le mani sul volante, come in quel
momento.
 Tieni gli occhi sulla strada,  disse Sunded a voce bassa.
Brufolone borbott qualcosa fissando in modo torvo il rettilineo che tagliava i terreni coltivati
piatti come una tavola.
 Andiamo alla stazione di polizia di Elverum, Kjikerud,  rispose Sunded.  Sono venuto da
Oslo per interrogarti oggi e, se necessario, domani. E dopodomani. Mi auguro che tu sia un tipo
ragionevole perch l'Hedmark non mi piace . Tamburellava con le dita su una valigetta tipo
beauty-case che Endride gli aveva dovuto passare davanti perch dietro, dov'eravamo seduti noi tre,
non c'era pi spazio.
 Sono ragionevole,  dissi mentre sentivo che mi si stavano addormentando le braccia. I
gemelli Monsen respiravano all'unisono, il che per me significava venire schiacciato come un tubetto
di maionese ogni quattro secondi. Mi chiesi se fosse il caso di domandare a uno di loro di cambiare il
ritmo della respirazione, ma mi astenni. Dopo essere stato tenuto sotto tiro da Greve, mi sentivo
relativamente al sicuro. La situazione mi riport alla mia infanzia, quando ero stato costretto ad andare
al lavoro con pap perch la mamma era ammalata e mi ero seduto sul sedile posteriore della limousine
dell'ambasciata tra due adulti seri, ma gentili. Erano vestiti in modo raffinato, ma nessuno come pap,
col cappello da chauffeur, che guidava con un'eleganza e una signorilit senza pari. E dopo lui mi
aveva comprato un gelato e mi aveva detto che mi ero comportato da vero gentiluomo.
La radio crepit.
 Shhh . Brufolone ruppe il silenzio.
 Messaggio a tutte le auto,  gracchi la voce nasale di una donna.
 A tutte e due le auto,  borbott Brufolone e alz il volume.
 Egmont Karlsen ha denunciato il furto di un Tir...
Il resto del messaggio fu soffocato dalle risate di Brufolone e dei gemelli Monsen. L'agitarsi dei
loro corpi mi procur un massaggio per molti versi piacevole. Probabilmente le medicine stavano
ancora facendo effetto.
Brufolone afferr il microfono e ci parl dentro:  Karlsen ti  parso sobrio? Passo.
 No, non del tutto,  rispose la voce della donna.
 Di certo si  sbronzato e non si ricorda pi dove ha lasciato il camion. Telefona al Bamse pub.
Scommetto che ha parcheggiato l fuori. Un camion a otto ruote con il logo delle cucine Sigdal su una
fiancata. Passo e chiudo.
Rimise il microfono al suo posto ed ebbi l'impressione che l'atmosfera si fosse visibilmente
alleggerita, quindi decisi di cogliere l'attimo favorevole:
 Mi sembra di capire che qualcuno  stato assassinato, ma posso chiedere cosa c'entro io?
La domanda fu accolta dal silenzio, per intuii dall'atteggiamento di Sunded che stava
pensando. Si volt verso il sedile posteriore e mi fiss con lo sguardo.  Bene. Potremmo anche finirla
qui subito. Sappiamo che sei stato tu, herr Kjikerud, e non hai modo di cavartela. Abbiamo il cadavere,
la scena del crimine e prove che ti collegano a entrambi.
Avrei dovuto essere sconvolto, profondamente turbato, sentire la morte nel cuore o il mondo
che mi crollava addosso o cos'altro si prova quando un poliziotto ti informa esultante che hanno le
prove per condannarti all'ergastolo. Ma non provai nulla di tutto ci. Perch non udii un poliziotto
esultante, udii Inbau, Reid e Buckley. Fase uno. Confronto diretto. O, parafrasando il manuale:
All'inizio dell'interrogatorio l'investigatore dovr affermare senz'ombra di dubbio che la polizia sa
tutto. Dovr utilizzare il pronome noi o il sostantivo la polizia, mai il pronome io. E il verbo
sapere, non il verbo credere. Dovr minare l'autostima dell'indagato, rivolgersi agli individui di
status inferiore con herr e agli individui di status superiore con il loro nome di battesimo.
 E detto tra noi,  continu Sunded abbassando la voce in modo che fosse chiaramente da
intendersi come un segnale di confidenzialit,  mi  parso di capire che Sindre Aa non sar rimpianto
da nessuno. Se non l'avessi strangolato tu, nel migliore dei casi l'avrebbe fatto qualcun altro...
Soffocai uno sbadiglio. Fase due. Simpatizzare con il sospettato relativizzando la gravit del
reato.
Visto che non rispondevo, Sunded prosegu:  La buona notizia  che con una confessione
veloce potrei ridurti la pena.
Oh, per carit, la Promessa Esplicita! Era uno stratagemma che Inbau, Reid e Buckley
vietavano nella maniera pi assoluta, una trappola legale a cui ricorrevano solo i pi disperati.
Quest'uomo aveva davvero fretta di tornarsene a casa dall'Hedmark.
 Allora, perch lo hai fatto, Kjikerud?
Guardai fuori dal finestrino. Campi. Fattorie. Campi. Fattorie. Campi. Ruscelli. Campi.
Meravigliosamente soporifero.
 Dunque, Kjikerud?  Sentii le dita di Sunded che tamburellavano sulla valigetta.
 Stai mentendo,  dissi.
Smise di tamburellare.  Vuoi ripetere?
 Stai mentendo, Sunded. Non ho idea di chi sia Sindre Aa e non hai niente contro di me.
Sunded scoppi in una breve risata che suon come un tosaerba.  Niente contro di te? Allora
dimmi dove sei stato nelle ultime ventiquattro ore. Vuoi farci questo favore, Kjikerud?
 Forse,  risposi.  Se mi dite di cosa si tratta.
 Dgli una sberla!  sput Brufolone.  Endride, dagliela...
 Zitto,  disse Sunded con voce tranquilla, poi si rivolse a me:  E perch dovremmo dirtelo,
Kjikerud?
 Perch in tal caso  possibile che parli con voi. Altrimenti terr la bocca chiusa fino all'arrivo
del mio avvocato. Da Oslo . Vidi Sunded serrare la bocca e alzai la posta:  Domani, se siamo
fortunati.
Sunded pieg la testa e prese a studiarmi come se fossi un insetto che non sapeva se aggiungere
alla sua collezione o semplicemente schiacciare.
 Bene, Kjikerud. Tutto ha avuto inizio quando la persona che siede al tuo fianco ha ricevuto
una telefonata che segnalava un trattore abbandonato in mezzo alla strada. L'hanno trovato insieme a
una banda di corvi che banchettavano sul caricatore posteriore. Si erano gi sbafati le parti pi tenere di
un cane. Il trattore apparteneva a Sindre Aa, che, per ovvie ragioni, non ha risposto al telefono quando
lo abbiamo chiamato, quindi uno di noi ha fatto un salto da lui e lo ha trovato sulla sedia a dondolo
dove tu lo avevi sistemato. Abbiamo scoperto una Mercedes con il motore defunto nel fienile e, tramite
la targa, siamo risaliti a te, Kjikerud. Alla fine i poliziotti di Elverum hanno collegato la bestia morta a
un rapporto di routine dell'ospedale che segnalava il ricovero di un uomo semisvenuto coperto di
letame e con un brutto morso di cane. Hanno telefonato e l'infermiera di turno ha detto che l'uomo era
in stato d'incoscienza; in tasca gli avevano trovato una carta di credito intestata a Ove Kjikerud. E
voil, eccoci qui.
Annuii. Adesso sapevo come mi avevano trovato loro. Ma come diavolo c'era riuscito Greve?
La domanda mi frullava nel cervello intontito, cos intontito che solo allora mi si affacci alla mente
un'altra domanda atroce: possibile che Greve avesse dei contatti anche nella polizia locale? Qualcuno
che gli aveva permesso di arrivare in ospedale prima di quei tre? No! I poliziotti erano entrati nella
stanza, in ospedale, e mi avevano salvato. Sbagliato! Chi mi aveva salvato era stato Sunded, l'outsider,
l'uomo della Kripos di Oslo. Avvertii un mal di testa lancinante non appena mi venne in mente un'altra
domanda ancora: se le cose stavano davvero come pensavo, quanto sarei stato al sicuro in una cella in
custodia cautelare? Improvvisamente il respiro sincronizzato dei gemelli Monsen non mi parve pi cos
rassicurante. Nulla era rassicurante. Mi pareva che non ci fosse nessuno al mondo di cui potermi fidare.
Nessuno. A parte forse una persona. L'outsider con il beauty-case. Dovevo mettere le carte in tavola,
confessare tutto a Sunded, assicurarmi che mi portasse in un'altra stazione di polizia, quella di Elverum
era corrotta, senza ombra di dubbio, probabilmente c'era almeno una talpa in quell'autopattuglia.
La radio gracchi di nuovo.  Pattuglia zero uno rispondete.
Brufolone afferr il microfono.  S, Lise.
 Non ci sono camion fuori dal Bamse pub. Passo.
Se avessi confessato tutto a Sunded, avrei dovuto anche dirgli che ero un ladro di opere d'arte.
E come avrei fatto a convincerlo che avevo sparato a Ove per legittima difesa, quasi senza volerlo? Un
uomo cos dopato dall'anestetico di Greve che probabilmente ci vedeva doppio.
 Lise, datti una mossa. Chiedi in giro. Impossibile che qualcuno riesca a nascondere un Tir
lungo diciotto metri, da queste parti.
La risposta trad una certa irritazione:  Karlsen dice che di solito glielo trovi tu il camion, visto
che sei un poliziotto e anche suo cognato. Passo.
 Digli di smetterla di scherzare! Lascia perdere, Lise.
 Sostiene che in fin dei conti potresti anche farglielo questo favore, visto che hai sposato la
meno brutta delle sue sorelle.
Venni scosso dalle risate a crepapelle dei gemelli Monsen.
 Di' a quell'idiota che una volta tanto abbiamo un'inchiesta vera di cui occuparci,  ringhi
Brufolone.  Passo e chiudo.
Non avevo la minima idea di come giocarmi la partita. Era solo questione di tempo prima che la
mia reale identit venisse scoperta. Avrei dovuto dirglielo io direttamente o tenermi l'asso nella manica
per un'altra occasione?
 Ora tocca a te, Kjikerud,  disse Sunded.  Ho fatto un po' di controlli. Sei una nostra vecchia
conoscenza. E in base ai nostri documenti non sei sposato. Quindi cosa intendeva il dottore quando ti
ha detto che si sarebbe occupato di tua moglie? Diana, vero?
L'asso nella manica era sfumato. Sospirai guardando dal finestrino. Terreni incolti, terreni
coltivati. Nessuna automobile in arrivo, niente case, solo una nuvola di polvere proveniente da un
trattore o da una macchina, lontano all'orizzonte.
 Non lo so,  risposi. Dovevo pensare in maniera pi lucida. Pi lucida. Dovevo vedere l'intera
scacchiera.
 In che rapporti eri con Sindre Aa, Kjikerud?
Essere chiamato con un nome che non era il mio stava iniziando a darmi sui nervi. Ero sul
punto di replicare quando mi resi conto che mi ero sbagliato. Di nuovo. La polizia credeva veramente
che io fossi Ove Kjikerud! Era il nome che era stato comunicato loro riguardo all'uomo ricoverato in
ospedale. Ma se avevano trasmesso la stessa informazione a Greve, perch era venuto a cercare questo
Kjikerud in ospedale? Lui non aveva mai sentito parlare di Kjikerud; nessuno al mondo sapeva che
Kjikerud aveva a che fare con me, Roger Brown! C'era qualcosa che non tornava. Di sicuro mi aveva
scovato attraverso un altro canale.
Vidi la nuvola di polvere sulla strada che si avvicinava.
 Hai sentito la domanda, Kjikerud?
Prima Greve mi aveva trovato allo chalet. Poi all'ospedale. Anche se non avevo con me il
cellulare. Greve non aveva nessun contatto, n in Telenor, n nella polizia. Dunque, com'era possibile?
 Kjikerud! Sveglia!
La nuvola di polvere sulla strada secondaria si muoveva pi in fretta di quanto mi fosse
sembrato da lontano. Vidi gli incroci davanti a noi ed ebbi l'improvvisa sensazione che avanzasse
minacciosamente nella nostra corsia e che fossimo in rotta di collisione. Mi augurai che quelli dell'altra
auto fossero consapevoli che avevamo noi la precedenza.
Ma forse Brufolone avrebbe dovuto dargli un avvertimento e suonare il clacson. Dargli un
avvertimento. Suonare il clacson. Cosa aveva detto Greve in ospedale? Diana ha ragione. Hai davvero
dei capelli splendidi. Chiusi gli occhi e sentii le mani di Diana che mi accarezzavano i capelli in
garage. L'odore. Mia moglie aveva un odore diverso. Aveva il suo odore, l'odore di Greve. No, non di
Greve. Di Hote. La nube avanzava minacciosamente verso di noi. E come al rallentatore tutti i pezzi
andarono al loro posto. Perch non l'avevo capito prima? Aprii gli occhi.
 Siamo in pericolo di vita, Sunded.
 L'unica persona che  in pericolo qui sei tu, Kjikerud. O come cavolo ti chiami.
 Cosa?
Sunded mi guard nello specchietto e alz la carta di credito che mi aveva mostrato
all'ospedale.
 Non assomigli al Kjikerud che c' sulla foto. E dai controlli effettuati nei nostri archivi
Kjikerud risulta essere alto un metro e settantatre. Tu invece... quanto? Un metro e sessantacinque?
Nell'auto si fece silenzio. Osservai la nuvola di polvere che si avvicinava a rotta di collo. Non si
trattava di un'auto. Era un camion con dietro un rimorchio. Adesso era cos vicino che riuscii a leggere
la scritta sul fianco. Cucine Sigdal.
 Uno e sessantotto,  risposi.
 E allora chi diavolo sei?  ringhi Sunded.
 Sono Roger Brown. E a sinistra c' il Tir rubato a Karlsen.
Tutte le teste si voltarono a sinistra.
 Cosa cazzo sta succedendo?  ringhi Sunded.
 Quello che sta succedendo,  risposi,   che l'uomo alla guida del camion si chiama Clas
Greve. Sa che mi trovo su quest'auto e sta cercando di uccidermi.
 Come...?
 Ha un rilevatore Gps, il che vuol dire che pu scovarmi ovunque. E lo sta facendo da quando
mia moglie mi ha accarezzato i capelli in garage. Con del gel in cui ci sono dei trasmettitori
microscopici che aderiscono ai capelli e sono impossibili da eliminare.
 Piantala di dire stronzate!  abbai l'investigatore della Kripos.
 Sunded...  attacc Brufolone.   proprio il Tir di Karlsen.
 Dobbiamo fermarci e fare un'inversione,  dissi,  altrimenti ci uccider tutti. Ferma!
 Tira dritto,  disse Sunded.
 Non ti rendi conto di cosa sta per succedere?  urlai.  Tra pochissimo sarai morto, Sunded.
Sunded, come al solito, inizi a ridere come un tosaerba, ma l'erba ormai era troppo alta. Ora lo
vedeva anche lui. Che era gi troppo tardi.
Capitolo 17
Cucine Sigdal
Una collisione tra due veicoli  un fenomeno puramente fisico. L'elemento decisivo  la
casualit, che si pu comunque spiegare con l'equazione Forza x Tempo = Massa x Variazione di
velocit. Date dei valori a queste variabili casuali e avrete una storia semplice, vera, senza via di
scampo, in cui si descrive cosa succede quando un Tir a pieno carico, del peso di venticinque tonnellate
e che procede agli ottanta all'ora, centra un'automobile del peso di milleottocento chili che va alla
stessa velocit. Tenendo conto delle variabili casuali applicabili al punto d'impatto, alla struttura della
carrozzeria e all'angolazione dei corpi all'interno dell'abitacolo, la storia potr essere raccontata in
mille modi diversi, ma due elementi saranno sempre gli stessi: la collisione finir in tragedia e sar
l'auto a farne le spese.
Quando, alle dieci e tredici, il camion e il rimorchio guidati da Greve piombarono frontalmente
sull'autopattuglia zero uno, centrarono il guidatore, il blocco motore, le ruote anteriori della Volvo 740
del 1989, e le gambe di Brufolone furono spinte di lato mentre il veicolo veniva catapultato in aria. Gli
airbag non entrarono in azione perch non erano in dotazione alle Volvo prodotte prima del 1990. La
macchina della polizia, che era gi un vero catorcio, attravers entrambe le corsie, vol oltre lo
spartitraffico e atterr sulla fila compatta di abeti rossi allineati in fondo alla scarpata che scendeva al
fiume. Prima di rovinare sulle cime degli alberi l'autopattuglia zero uno comp un doppio carpiato
all'indietro con un avvitamento e mezzo.
Non ci sono testimoni che possano confermare la mia versione, ma quanto vi racconto  un dato
di fatto. Come vi ho gi detto, si tratta di un fenomeno puramente fisico. Ed  sempre un dato di fatto
che il Tir, il quale non aveva quasi riportato danni, superato l'incrocio deserto fren con un stridio
spaventoso. Non appena si arrest, sbuff come un drago, ma la puzza di gomma e di freni bruciati
rimase nell'aria per diversi minuti.
Alle dieci e quattordici gli alberi avevano smesso di ondeggiare, la polvere si era depositata, il
Tir sostava a motore acceso e il sole continuava a splendere sui campi dell'Hedmark.
Alle dieci e quindici arriv una macchina, la prima a passare davanti alla scena del delitto, ma il
guidatore probabilmente non not nulla di strano, tranne il Tir sulla sterrata e forse dei frammenti di
vetro sotto le ruote. Nulla che per esempio stesse a indicare la presenza di un'autopattuglia che si era
cappottata ed era ammarata sugli alberi gi vicino al fiume.
So queste cose perch mi trovavo in una posizione dalla quale potevo constatare che eravamo
distesi sul tettuccio e che gli alberi lungo il fiume impedivano la visuale dalla strada. Gli orari che vi ho
fornito dovrebbero essere esatti, ammesso che l'orologio di Sunded, di cui sentivo il ticchettio davanti a
me, fosse giusto. Almeno credo fosse il suo; pendeva dal polso di un braccio tranciato che usciva da un
impermeabile grigio.
Una folata di vento m'invest portando con s l'odore resinoso dei cuscinetti dei freni e il
rumore di un motore diesel.
I raggi del sole filtravano tra i rami degli alberi in un cielo senza nuvole, ma intorno a me
pioveva. Benzina, olio e sangue. Gocciolava e scorreva via. Tutti i passeggeri erano morti. Brufolone
non aveva pi brufoli. N una faccia, a dire il vero. Ci che rimaneva di Sunded era schiacciato come
una figura di cartone e faceva capolino tra le sue stesse gambe. I gemelli mi sembravano pi o meno
interi, ma avevano smesso di respirare. Io ero ancora vivo solo perch i due Monsen, con il loro peso
corporeo, mi avevano fatto da airbag. Ma i corpi che mi avevano salvato la vita ora stavano per
togliermela. L'intera carrozzeria dell'auto era accartocciata e io mi trovavo a testa in gi rispetto al
sedile. Avevo un braccio libero, ma ero cos compresso tra i due poliziotti che non riuscivo n a
muovermi, n a respirare. Purtroppo, per, i miei sensi funzionavano alla perfezione. A tal punto che
vedevo la benzina gocciolare, corrermi lungo le gambe dei pantaloni e lungo il tronco, per poi uscire
dal collo della tuta. Inoltre udivo il Tir sulla strada che sbuffava, borbottava, scoppiettava. Sapevo che
Greve era seduto l dentro e che stava meditando il da farsi. Il Gps segnalava che ero immobile. Greve
stava pensando che, a scanso di equivoci, avrebbe fatto meglio a scendere fino al fiume e accertarsi che
fossimo tutti morti. Per contro, era piuttosto difficile calarsi per quella scarpata e ancor pi difficile
risalire. Impossibile che qualcuno fosse sopravvissuto allo scontro, no? Comunque per esserne proprio
sicuri sarebbe stato meglio accertarsene con i propri occhi...
Vattene, implorai. Vattene!
Il grande svantaggio dell'essere cos lucidi era che sapevo benissimo che fine avrei fatto se
Greve mi avesse trovato inzuppato di benzina.
Vattene. Vattene!
Il motore diesel del Tir chiocciava, come conversando con s stesso.
Adesso mi era tutto chiaro. Greve non aveva raggiunto Sindre Aa fuori dalla fattoria per
chiedergli dov'ero, visto che poteva visualizzarmi sul display del suo localizzatore satellitare. Aa
andava eliminato solo perch era un testimone scomodo. Ma mentre Greve imboccava il sentiero che
portava allo chalet, io mi ero spostato e rifugiato nel cesso esterno; quando lui non mi aveva trovato
nello chalet, aveva controllato di nuovo il localizzatore Gps e scoperto, con suo grande stupore, che il
segnale era sparito. I trasmettitori nei miei capelli si trovavano infatti immersi nel letame, e come ho
gi spiegato, i trasmettitori di Hote non sono abbastanza potenti da penetrare lo sporco. Idiota com'ero,
avevo avuto pi fortuna di quella che mi meritavo.
Greve mi aveva sguinzagliato dietro il cane mentre mi aspettava nello chalet. Sempre senza un
segnale. Perch mentre mi recavo alla fattoria, scoprivo il cadavere di Aa e fuggivo sul trattore, i
trasmettitori continuavano a essere inutilizzabili per via del letame che si era seccato sui miei capelli.
Era stato solo nel cuore della notte che il localizzatore satellitare di Greve aveva
improvvisamente ripreso a ricevere i segnali. In quel momento io ero disteso su una barella nella doccia
dell'ospedale e mi stavano lavando; dai miei capelli era venuto via tutto lo sporco. Greve era balzato in
auto ed era arrivato in ospedale all'alba. Solo Dio sa come fosse riuscito a rubare il Tir; ci che era
certo era che non aveva avuto nessun problema a trovare un'altra volta quel mentecatto balbuziente di
Brown che quasi supplicava di essere preso.
Le dita del braccio tranciato di Sunded stringevano ancora la maniglia della valigetta.
L'orologio da polso ticchettava. Le dieci e sedici. Fra un minuto avrei perso conoscenza. Fra due sarei
morto soffocato. Deciditi, Greve.
E lui ubbid.
Udii il Tir che ruttava. Il numero dei giri per minuto che diminuiva. Aveva spento il motore, di
certo stava venendo verso di me!
Oppure... aveva ingranato la marcia?
Un rombo sordo. Lo scricchiolio della ghiaia su cui sgomma un Tir che trasporta un carico di
venticinque tonnellate. Un rombo pi forte. Ancora di pi. Che poi scem, fino a dissolversi nel
paesaggio.
Chiusi gli occhi ed elevai una preghiera di ringraziamento. Perch non sarei morto bruciato, ma
solo per asfissia. Che non  la morte peggiore. Il cervello chiude le camere a una a una, si rimane
storditi per la mancanza d'ossigeno, ci si sente come sotto narcosi, si smette di pensare, i problemi non
esistono pi. Non  molto diverso dalla sensazione che si prova quando si beve un superalcolico.
L'idea mi fece quasi ridere.
Io, che avevo trascorso tutta la vita a cercare di differenziarmi da mio padre, sarei morto come
lui in un incidente d'auto. Ma ero davvero riuscito a essere diverso da lui? Quand'ero ormai troppo
grande perch il vecchio ubriacone potesse picchiarmi, ero passato al contrattacco. Avevo iniziato a
colpirlo nello stesso modo in cui colpiva mia madre, senza lasciare segni visibili. Quando per esempio
si era offerto di insegnarmi a guidare, avevo gentilmente rifiutato e gli avevo detto che non intendevo
prendere la patente. Avevo corteggiato quella racchia viziata della figlia dell'ambasciatore che lui
portava a scuola tutti i giorni solo per invitarla a casa nostra a cena e umiliarlo.
Me n'ero poi pentito quando avevo trovato mia madre che piangeva in cucina tra il secondo e il
dolce. Avevo fatto domanda a un istituto di Londra che mio padre aveva definito una maledetta scuola
di snob parassiti. Ma non l'aveva presa cos male come avevo sperato. Quel brutto bastardo era persino
riuscito ad abbozzare un sorriso e a sembrare orgoglioso della mia scelta. Quando poi in autunno mi
aveva chiesto se lui e mia madre potevano venirmi a trovare al campus, dalla Norvegia, avevo risposto
di no perch non volevo che i miei compagni scoprissero che non era un diplomatico, ma un semplice
chauffeur. Avevo avuto l'impressione di essere riuscito a colpirlo in uno dei suoi punti deboli, e non
dov'era pi indifeso, ma dove gli bruciava di pi.
Avevo telefonato a mia madre due settimane prima del matrimonio per informarla che mi sarei
sposato con una ragazza che avevo conosciuto l a Londra, ma che la cerimonia sarebbe stata intima,
solamente gli sposi e due testimoni. Lei era ovviamente la benvenuta, a patto per che non la
accompagnasse mio padre. Mia madre aveva perso le staffe e si era rifiutata di venire senza il marito.
Le anime nobili e fedeli nutrono purtroppo sentimenti di lealt anche nei confronti degli uomini pi
meschini, anzi, soprattutto nei loro confronti.
Diana avrebbe dovuto incontrare i miei genitori dopo la fine del semestre estivo, ma tre
settimane prima che partissimo da Londra avevo ricevuto la notizia dell'incidente d'auto. Di ritorno
dallo chalet, mi aveva spiegato un poliziotto al telefono che udivo a fatica per via della linea
disturbatissima. Era sera, pioveva, l'auto andava a una velocit sostenuta. La strada era stata
temporaneamente modificata per via di alcuni lavori stradali. Una nuova curva, magari un po' illogica,
segnalata tuttavia da cartelli di pericolo. L'asfalto appena steso che aveva assorbito la luce. Una
macchina per asfaltare parcheggiata. Avevo interrotto il poliziotto e gli avevo chiesto di effettuare dei
prelievi su mio padre per verificare l'eventuale presenza di alcol. Avevo poi ricevuto la conferma di ci
che gi sapevo: l'aveva uccisa lui mia madre.
Quella sera, da solo in un pub in Baron's Court, avevo assaggiato l'alcol per la prima volta in
vita mia. E avevo pianto in pubblico. Quando mi ero asciugato le lacrime in un orinatoio puzzolente,
uno specchio crepato aveva riflesso l'immagine della faccia ubriaca e flaccida di mio padre. E mi era
tornato in mente il bagliore gelido e attento nei suoi occhi quando aveva rovesciato gli scacchi e colpito
la regina, che era volata in aria e che, prima di finire a terra, aveva eseguito un doppio carpiato
all'indietro con un avvitamento e mezzo. Poi mio padre aveva colpito me. Solo quella volta, ma mi
aveva colpito. Dietro l'orecchio. E avevo visto nel suo sguardo ci che mia madre chiamava la
Malattia. Il mostro repellente, imperturbabile e assetato di sangue che si celava dietro i suoi occhi. Ma
era anche mio padre, carne della mia carne e sangue del mio sangue.
Sangue.
Qualcosa che si celava in fondo a me, che per lungo tempo era rimasto sepolto sotto numerosi
strati di negazione, risal alla superficie. Il ricordo sfocato di un pensiero che non avrebbe pi potuto
essere ricacciato indietro stava prendendo una forma pi concreta, si articolava in modo doloroso,
assumeva i contorni della verit. Quella verit che fino ad allora ero riuscito a nascondere mentendo a
me stesso. Non  che non volessi avere figli per la paura di essere soppiantato da un bambino, ma per
paura della Malattia. La paura di averla ereditata. La paura che si celasse dietro i miei occhi. Avevo
mentito a tutti. Avevo detto a Lotte che non volevo il bambino perch aveva un difetto, una sindrome,
un'irregolarit cromosomica. Ma il difetto, in realt, era dentro di me.
Ora tutto fluttuava. Avevo vissuto l'intera vita all'ombra di un'eredit, e adesso il mio cervello
aveva coperto i mobili con dei teli, chiuso le porte, era pronto a staccare la corrente. I miei occhi
gocciolavano, si svuotavano e si riempivano di nuovo di lacrime che scivolavano sulla fronte,
inzuppavano la radice dei capelli. Stavo per morire soffocato da due palloni umani. Pensai a Lotte. E l,
sulla soglia, ebbi una folgorazione. Vidi la luce. Vidi... Diana? Cosa ci faceva l quella traditrice? I
palloni...
La mia mano libera e penzolante si spost verso il beauty-case. Con le dita intorpidite staccai
quelle di Sunded dall'impugnatura. Aprii la valigetta. Le gocce di benzina vi piovevano dentro mentre
rovistavo e toglievo una camicia, un paio di calze, delle mutande e un ncessaire. Non c'era altro. Presi
il ncessaire con l'unica mano libera e ne svuotai il contenuto sul tettuccio interno. Dentifricio, rasoio
elettrico, cerotti, shampoo, una borsettina trasparente di plastica da usare probabilmente ai controlli in
aeroporto. Vaselina... eccole, finalmente! Un paio di forbici, quelle piccoline con la punta ricurva che
alcune persone, per qualche strano motivo, preferiscono ai moderni tagliaunghie.
La mia mano brancic a tentoni uno dei gemelli, tast il panzone e il torace alla ricerca di una
cerniera o di bottoni. Ma stavo per perdere la sensibilit e le dita non sarebbero riuscite a obbedire agli
ordini, n a inviare informazioni al cervello. Poi afferrai le forbici e feci un buco nella pancia di...
diciamo di Endride.
Il tessuto sintetico cedette con uno strappo liberatorio, scivol all'indietro e rivel una pancia
imponente costretta dalla camicia azzurra della polizia. Mi affrettai a slacciare i bottoni; la pancia,
azzurrognola e pelosa, debord senza ritegno. Adesso arrivava la parte che temevo di pi. Ma il
pensiero del premio finale  vivere, respirare  fece passare in secondo piano tutti gli altri, e io brandii
le forbici con tutta la forza che avevo e le affondai nella pancia del poliziotto appena sopra l'ombelico.
Poi le ritrassi. Non accadde nulla.
Strano. C'era un buco ben visibile, ma, a differenza di quanto avevo sperato, non ne usc nulla,
nulla che allentasse la pressione su di me. Il pallone era gonfio come prima.
Colpii ancora. Un altro buco. Un altro pozzo asciutto.
Brandii nuovamente le forbici come in preda a un raptus. Frup, frup. Niente. Ma di cosa cazzo
erano fatti quei gemelli? Solo di lardo? Quell'epidemia di obesit avrebbe presto ucciso anche me?
Lungo la strada pass un'altra automobile.
Cercai di urlare, ma non avevo aria.
Con le ultime forze conficcai le forbici nel panzone, ma questa volta non le ritrassi, non avevo
pi energia. Dopo un po' iniziai a muoverle. Allargai il pollice e l'indice e poi richiusi le forbici.
Praticai un'incisione. Incredibile quanto fosse facile. A quel punto accadde qualcosa. Un rivolo di
sangue sgorg dal buco per colare sulla pancia, scomparve sotto i vestiti, riapparve sulla gola coperta
dalla barba, prosegu lungo il mento, sulle labbra e poi svan in una narice. Continuai a tagliare. Quasi
con furia. E scoprii che gli esseri umani sono in realt creature fragili perch il loro corpo si apre con la
stessa facilit con cui si tranciano le balene, l'avevo visto fare una volta in tv. E il tutto con un paio di
minuscole forbicine per unghie. Non mi fermai fin quando il poliziotto non ebbe uno squarcio che
andava dalla vita alle costole. Tuttavia la massa di sangue e viscere che prevedevo si sarebbe riversata
fuori non usc. Improvvisamente persi forza nel braccio, le forbicine mi caddero e mi si appann di
nuovo la vista. Non riuscivo a vedere che l'interno del tettuccio. Sembrava una scacchiera grigia.
Dappertutto pedine rovinate. Chiusi gli occhi. Era bellissimo aver rinunciato a vivere. Sentii la forza di
gravit che prendendomi per la testa mi trascinava verso il centro della terra, un po' come accade a un
bambino che esce dall'utero della madre. Sarei stato espulso, la morte era una rinascita. Potevo
addirittura avvertire i dolori del parto, le contrazioni dolorose che mi massaggiavano. Vidi la regina
bianca. Sentii il suono e poi il liquido amniotico che si riversava per terra.
E l'odore.
Mio Dio, l'odore!
Ero nato, e la mia nuova vita iniziava con una caduta, una botta in testa e poi l'oscurit totale.
L'oscurit totale.
L'oscurit.
L'ossigeno?
La luce.
Aprii gli occhi. Ero supino e sopra di me vidi i sedili posteriori sui quali io e i gemelli eravamo
stati stretti come sardine. Era probabile che fossi sdraiato sull'interno del tettuccio, sulla scacchiera. E
stavo respirando. C'era un odore rivoltante di morte, di viscere umane. Mi guardai intorno. Sembrava
di essere in un mattatoio, in una fabbrica di salsicce. Ma la cosa strana era che invece di fare quello che
mi sarebbe stato pi congeniale, ovvero reprimere, negare, fuggire, assecondavo il cervello, che
sembrava essersi espanso per assorbire tutte quelle impressioni sensoriali. Decisi di rimanere l.
Respirai quell'odore. Guardai. Ascoltai. Raccolsi gli scacchi da terra. Li rimisi al loro posto, uno a uno.
Alla fine raccolsi anche la regina bianca. La studiai. Poi la misi direttamente di fronte al re nero.
Parte quarta
Selezione
Capitolo 18
La regina bianca
Ero seduto nella carcassa dell'auto e fissavo il rasoio. A volte si hanno pensieri cos bizzarri. La
regina bianca era a pezzi. Colei che avevo usato per dare scacco matto a mio padre, alle mie origini,
alla mia vita. Che aveva dichiarato di amarmi e alla quale avevo promesso, anche se era una bugia, che
una parte di me le sarebbe stata riconoscente in eterno. Che avevo definito la parte migliore di me
perch ero convinto nel profondo che fosse il lato buono del mio Giano bifronte. Ma mi ero sbagliato.
E l'odiavo. No, non c'era nemmeno spazio per l'odio: Diana Strom-Eliassen non esisteva pi per me.
In quel momento mi trovavo comunque nella carcassa di un'auto circondato da quattro cadaveri, con un
rasoio in mano e un unico pensiero in testa.
Diana mi avrebbe amato anche senza capelli?
Come ho gi detto, a volte si hanno pensieri cos bizzarri. Che scacciai premendo il pulsante on.
Il rasoio, appartenuto all'uomo che aveva il nome profetico di Sunded, soon dead, mi vibr in mano.
Dovevo cambiare i miei connotati. Sarei cambiato. Il vecchio Roger Brown non sarebbe pi
esistito. Mi misi all'opera.
Un quarto d'ora pi tardi mi osservai nei frammenti dello specchietto. Come avevo temuto,
facevo piuttosto paura. La mia testa sembrava una nocciolina avvolta ancora nel guscio, allungata e
leggermente ondulata al centro. Il cranio rasato, bianco e pallido, spiccava rispetto alla pelle del viso,
pi scura. Ma quello ero io: il nuovo Roger Brown.
Le ciocche di capelli mi erano cadute in mezzo alle gambe. Le raccolsi e le misi nella bustina di
plastica trasparente che infilai nella tasca posteriore dei pantaloni di Eskild Monsen. Dove trovai un
portafoglio contenente dei soldi e una carta di credito. Decisi di prenderlo perch non avevo intenzione
di farmi rintracciare utilizzando la carta di Ove Kjikerud. Avevo trovato un accendino nella tasca del
giubbotto sintetico nero di Brufolone e fui tentato nuovamente di dar fuoco al rottame marinato nella
benzina. Cos avrei reso pi difficile il lavoro d'identificazione dei cadaveri e forse avrei avuto un
giorno di respiro. Per contro, il fumo avrebbe potuto segnalare la mia presenza prima che riuscissi ad
allontanarmi dalla zona; se per non si fosse sprigionato e io avessi avuto un po' di fortuna, sarebbero
forse passate diverse ore prima che qualcuno trovasse quel groviglio di lamiere. Guardai la poltiglia di
carne che un tempo era stato il volto di Brufolone e presi una decisione. Impiegai quasi venti minuti a
sfilargli i pantaloni e la giacca e a fargli indossare la mia tuta verde. Ed  incredibile con quale facilit
ci si abitui a tagliar la gente. Quando gli spellai entrambi gli indici (non mi ricordavo se prendessero le
impronte digitali dalla mano sinistra o destra), lo feci con l'efficienza e la concentrazione di un
chirurgo. Da ultimo tagliuzzai anche un po' del pollice in modo che le ferite apparissero un po' pi
casuali. Quando ebbi finito feci due passi indietro e studiai il risultato. Sangue, morte, silenzio. Persino
il fiume bruno di fianco al bosco ceduo sembrava congelato in una muta immobilit. Pareva quasi
un'installazione di Morten Viskum. Se avessi avuto una macchina fotografica avrei scattato una foto da
mandare a Diana, proponendole di appenderla in galleria. Come monito di ci che stava per succedere.
Perch, com' che aveva detto Greve?  la paura, non il dolore, a rendere malleabili.
M'incamminai lungo la strada principale. Ovviamente poteva darsi che lui arrivasse dalla
direzione contraria e mi vedesse. Per non  che la cosa mi preoccupasse pi di tanto. Primo, non
avrebbe riconosciuto il tipo rapato a zero che indossava un giubbotto sintetico nero con lo stemma
dell'Elverum Ko-daw-ying Club sulla schiena. Secondo, il tipo camminava in modo diverso dal Roger
Brown che aveva conosciuto; con la schiena pi eretta e pi lentamente. Terzo, il localizzatore
satellitare indicava con ogni probabilit che mi trovavo ancora nella carcassa dell'auto e che non mi ero
mosso di un centimetro da l. Il che era piuttosto logico. Dopotutto ero morto.
Superai una fattoria, ma continuai per la mia strada. Un'auto mi sorpass, rallent un poco, si
chiese forse chi fossi, ma acceler e scomparve nell'abbacinante luce autunnale.
C'era un buon odore. Terra ed erba, conifere e letame. Le ferite al collo mi facevano un po'
male, ma mi sentivo meno indolenzito. Procedevo di buon passo e respiravo profondamente, come per
riappropriarmi della vita.
Dopo un'ora e mezza mi trovavo ancora sulla stessa strada che sembrava non finire mai, ma
scorsi un cartello blu e una pensilina. Era una fermata.
Quindici minuti pi tardi salii su un autobus grigio, pagai in contanti con i soldi trovati nel
portafoglio di Eskild Monsen e scoprii che stavo andando a Elverum, dove avrei potuto prendere un
treno per Oslo. Mi sedetti di fronte a due donne platinate sulla trentina. Non mi degnarono di uno
sguardo.
Mi appisolai, ma mi risvegliai quando udii il suono di una sirena e l'autobus che rallentava ed
accostava. Una volante della polizia a sirene spiegate ci super. L'autopattuglia zero due, pensai; e
notai che una delle due bionde mi stava osservando. Quando incrociai il suo sguardo, mi resi conto che
d'istinto avrebbe voluto guardare da un'altra parte, l'impatto visivo era troppo forte, mi trovava brutto.
Ma non ci riusc. Le sorrisi beffardamente e mi girai verso il finestrino.
Il sole splendeva anche sulla citt natale del vecchio Roger Brown quando il nuovo scese dal
treno alle quindici e dieci. Mentre attraversavo la piazza in direzione di Skippergata, c'era per un
vento gelido che soffiava nelle fauci ringhianti delle sculture sfigurate delle tigri davanti alla stazione
centrale.
Gli spacciatori e le prostitute in Tollbugata mi guardarono, ma non mi proposero la loro merce
come avrebbero fatto col vecchio Roger Brown. Mi fermai davanti all'ingresso dell'hotel Leon e
osservai la facciata rovinata nei punti in cui il muro era scrostato. Sotto una delle finestre c'era un
manifesto che pubblicizzava camere a quattrocento corone a notte.
Entrai e mi recai alla reception. O meglio, recepcion, com'era scritto sul cartello appeso in
alto dietro il bancone.
 S?  mi disse l'addetto al ricevimento invece del tradizionale Desidera? al quale ero
abituato negli hotel frequentati dal vecchio Roger Brown. Il suo viso era coperto da una patina di
sudore, come se stesse svolgendo un lavoro faticoso. Aveva bevuto troppo caff. Oppure era nervoso di
suo. Lo sguardo inquieto mi fece propendere per la seconda ipotesi.
 Ha una camera singola?  chiesi.
 S. Quanto si ferma?
 Un giorno.
 Intero?
Non ero mai stato all'hotel Leon, ma ci ero passato davanti diverse volte, e avevo avuto
l'impressione che offrisse camere a ore a chi dispensava amore a pagamento. Ovvero a quelle donne
che non avevano abbastanza bellezza o presenza di spirito da usare il proprio corpo per procurarsi una
casa progettata da Ove Bang o una galleria d'arte a Frogner.
Annuii.
 Quattrocento,  rispose l'uomo.  Pagamento anticipato . Aveva una specie di accento
svedese, quello preferito, per qualche ignota ragione, dai cantanti di musica popolare e dai predicatori.
Misi sul bancone la carta di credito, che poteva essere usata anche come bancomat e che era
appartenuta a Eskild Monsen. So per esperienza che gli hotel non controllano mai la firma, ma per
sicurezza mi ero esercitato a riprodurne una simile mentre ero in treno. Il problema era la fotografia1.
Mostrava un uomo con le guance cascanti, i capelli lunghi e ricci e una barba nera. Nemmeno il fatto
che fosse sottoesposta poteva giustificare l'assoluta mancanza di somiglianza con la persona alla
reception, il volto scavato e il cranio appena rasato. L'addetto al ricevimento studi attentamente la
carta di credito.
 Lei non assomiglia al tipo della foto,  disse senza sollevare gli occhi.
Aspettai. Fin quando alz gli occhi e fu costretto a guardarmi in faccia.
 Cancro.
 Cosa?
 Chemioterapia.
Sbatt le palpebre tre volte.
 Tre cicli,  proseguii.
Il suo pomo d'Adamo fece un balzo mentre deglutiva. Vidi che dubitava fortemente delle mie
parole. Non fare il difficile! Avevo un bisogno pazzesco di sdraiarmi su un letto, la gola mi bruciava
da morire. Non abbassai lo sguardo, ma lui abbass il suo.
 Mi spiace,  disse tendendomi la carta di credito.  Non posso permettermi di finire nei guai,
mi stanno gi addosso. Ha contanti?
Scossi la testa. Dopo aver pagato il biglietto del treno mi rimaneva solamente una banconota da
duecento corone e una monetina da dieci.
 Mi spiace,  ripet allungando un braccio, quasi come stesse chiedendo l'elemosina, al punto
che la carta mi sfior il petto.
La presi e uscii.
Non valeva nemmeno la pena di provare in altri alberghi; se non avevano accettato la carta al
Leon, figuriamoci negli altri. E, nell'ipotesi peggiore, avrebbero dato l'allarme.
Passai allora al piano B.
Ero una persona nuova, uno straniero in citt. Senza denaro, senza amici, senza un passato o
un'identit. Le facciate, le strade e la gente che vi camminava mi apparivano diverse rispetto a
com'erano apparse a Roger Brown. Una sottile coltre di nubi aveva steso una cortina davanti al sole e
la temperatura era scesa di qualche altro grado.
Alla stazione centrale di Oslo mi ero informato sugli autobus che andavano a Tonsenhagen e
quando salii su uno il conducente, chiss perch, mi parl in inglese.
Dalla fermata di Tonsenhagen alla casa di Ove c'erano solo un paio di salite ripide, eppure
quando arrivai alla meta ero intirizzito. Gironzolai per il quartiere qualche minuto per essere sicuro che
non ci fosse la polizia nei paraggi. Infine mi diressi rapidamente all'ingresso ed entrai in casa.
Dentro faceva caldo. Caloriferi con i cronotermostati.
Inserii la password Natasha per disattivare l'allarme e poi entrai nella stanza adibita a sala e a
camera da letto. Aveva lo stesso odore dell'ultima volta. Di piatti abbandonati nel lavello, lenzuola
sporche, olio lubrificante per armi e zolfo. Ove era sul letto cos come l'avevo lasciato il giorno prima.
Mi sembrava invece che fosse passata una settimana.
Trovai il telecomando, mi sdraiai sul letto di fianco a lui e accesi il televisore. Lessi le notizie
sul televideo, ma non si parlava affatto di poliziotti morti o scomparsi. La polizia di Elverum era di
sicuro in allerta e probabilmente aveva organizzato delle ricerche, ma di certo preferiva non
pubblicizzare subito la scomparsa di un'autopattuglia nel caso in cui poi il tutto si sgonfiasse e si
scoprisse che c'era stato solo un banale fraintendimento. Prima o poi, per, li avrebbero trovati. Quanto
ci avrebbero messo a scoprire che il corpo con i polpastrelli abrasi e con indosso una tuta verde non era
quello dell'uomo arrestato, Ove Kjikerud? Minimo ventiquattr'ore. Massimo quarantotto.
Non m'intendevo affatto di queste cose. E non  che il nuovo Roger Brown sapesse molto di pi
sulle procedure adottate dalla polizia; per si rendeva conto che la situazione richiedeva decisioni
rapide basate su informazioni incerte, che era necessario affrontare i rischi invece di temporeggiare e
che doveva rimanere con tutti i cinque sensi all'erta, evitando che la paura lo paralizzasse
completamente.
Per questo motivo chiusi gli occhi e mi addormentai.
Quando mi risvegliai l'orologio sul televideo indicava le venti e tre minuti. E sotto quelle cifre
scorreva una notizia riguardo al fatto che almeno quattro persone, di cui tre poliziotti, erano morte in un
incidente automobilistico vicino a Elverum. La scomparsa dell'autopattuglia era stata denunciata la
mattina e la carcassa era stata ritrovata nel pomeriggio in un bosco vicino al fiume Trekk. Una quinta
persona, anche lui un agente, era scomparso. Secondo le forze dell'ordine era possibile che il corpo
fosse stato sbalzato fuori dall'auto e finito nel fiume, dove erano in corso delle ricerche. La polizia
chiedeva inoltre alla popolazione di inviare segnalazioni riguardo all'autista di un Tir rubato con la
scritta Cucine Sigdal che era stato trovato parcheggiato in una stradina secondaria a circa venti
chilometri dal luogo dell'incidente.
Non appena scoperto che la persona scomparsa era Kjikerud, l'uomo arrestato, la polizia
sarebbe venuta a cercarlo a casa sua. Dovevo trovare un altro posto dove dormire.
Feci un profondo respiro. Poi mi piegai nuovamente sul cadavere di Ove, presi il telefono sul
comodino e composi l'unico numero di telefono che sapevo a memoria.
Lei alz il ricevitore al terzo squillo.
Invece di rispondere come al solito con un ciao timido, ma caloroso, Lotte rispose con un s
quasi impercettibile.
Riagganciai. Volevo solo sapere se era in casa. Speravo di trovarcela anche pi tardi.
Spensi il televisore e mi alzai.
Dopo due minuti avevo trovato due pistole; una nell'armadietto del bagno e l'altra incastrata
dietro la tv. Scelsi quest'ultima, piccola e nera, aprii il cassetto della cucina, tolsi due scatole, una di
munizioni normali e una di munizioni a salve, riempii il caricatore con quelle normali, lo inserii nella
pistola e misi la sicura. Poi la infilai nella cintura dei pantaloni come avevo visto fare a Clas Greve.
Entrai in bagno e risistemai al suo posto la prima pistola. Dopo aver chiuso l'anta dell'armadietto restai
l in piedi e mi studiai allo specchio: la bella forma del viso e le rughe marcate, la nudit brutale del
cranio, lo sguardo intenso, la pelle e la bocca quasi febbrili, rilassate e determinate, silenziose ed
espressive.
Ovunque mi fossi svegliato la mattina seguente avrei avuto un omicidio sulla coscienza. Un
omicidio premeditato.
1 In Norvegia tutte le carte di credito hanno la fotografia sul retro e vengono pertanto utilizzate
anche come documento d'identit [N.d.T.].
Capitolo 19
Omicidio premeditato
Cammini nella tua via. Te ne stai al buio sotto un gruppo di alberi e osservi casa tua, le luci alla
finestra, un movimento delle tende dietro le quali forse c' tua moglie. Un vicino che sta facendo la
passeggiatina serale con il suo setter inglese ti passa davanti e ti guarda, vede un estraneo in una strada
dove quasi tutti si conoscono. L'uomo  sospettoso e il setter brontola sommessamente, entrambi
fiutano il tuo odio per i cani. Perch gli animali, cos come gli uomini, si coalizzano contro gli estranei
e gli indesiderati in questo buen retiro sulla collina, lontano dalla confusione della citt e dal mix
caotico d'interessi e appuntamenti. Qui in alto si desidera solo che tutto proceda come sempre perch le
cose vanno bene cos come sono, non c' bisogno di rimescolare le carte. No, lasciamo gli assi e i re in
mano a chi li ha ora, l'incertezza danneggia gli investitori, la stabilit economica garantisce la
produttivit che, a sua volta, va a vantaggio della collettivit. Per poter distribuire, si deve prima creare.
 strano pensare che la persona pi spiccatamente conservatrice che abbia mai conosciuto fosse
uno chauffeur che trasportava passeggeri con uno stipendio quattro volte pi alto del suo e che lo
trattavano con la condiscendenza tipica di chi  cos cortese da risultare imbarazzante.
Mio padre mi disse una volta che se fossi diventato socialista non sarei pi stato il benvenuto in
casa sua, e che lo stesso valeva per mia madre. Non  da escludere che in quel momento non fosse del
tutto sobrio, ma forse, proprio per questo, la sua dichiarazione andava presa ancor pi sul serio. Lui
sosteneva che il sistema delle caste in India aveva un suo perch, che appartenevamo a un determinato
ceto per volere divino e che avevamo il dovere di trascorrere la nostra misera esistenza dov'eravamo
stati collocati. Un po' come aveva risposto il sagrestano quando il prete Sigismund gli aveva proposto
che si dessero del tu: Le campane sono campane, e i preti sono preti.
Io, figlio di uno chauffeur, avevo sfidato la sorte facendomi una posizione, sposando la figlia di
un uomo ricco, comprandomi vestiti firmati da Ferner Jacobsen e una casa a Voksenkollen. Era andata
male. Mio padre aveva avuto l'impudenza di perdonarmi; era stato addirittura cos scaltro da recitare la
parte di quello che  orgoglioso del proprio figlio. Se avevo singhiozzato come un bambino ai funerali
non era stato per il dolore di aver perso mia madre, ma perch ero incazzato con mio padre.
Il setter e il vicino di casa  strano, ma non mi ricordavo pi come si chiamasse  furono
inghiottiti dall'oscurit; a quel punto attraversai la strada. Non vidi auto sconosciute nei pressi e quando
premetti il volto contro il vetro del garage vidi che era vuoto.
Entrai di soppiatto nel giardino immerso in un'oscurit totale, quasi palpabile, e mi appostai
sotto i meli, perch l non potevo essere visto.
Ma io potevo vedere lei.
Diana camminava avanti e indietro per la stanza. I suoi movimenti impazienti e il cellulare
Prada premuto contro l'orecchio mi fecero giungere alla conclusione che stava cercando di telefonare a
qualcuno che non rispondeva. Indossava dei jeans. Nessuno sapeva portarli come lei. Nonostante il
maglione bianco di lana, si teneva il braccio libero contro il petto come se stesse congelando. Quando
fuori cala bruscamente la temperatura, ci vuole del tempo per riscaldare una grande casa costruita negli
anni Trenta, anche se i caloriferi sono al massimo.
Attesi fin quando non fui sicuro che fosse sola. Controllai di avere l'arma carica infilata nella
cintura. Trassi un profondo respiro. Quella sarebbe stata la cosa pi difficile che avessi mai fatto. Ma
sapevo che ci sarei riuscito. L'uomo nuovo ce l'avrebbe fatta. Forse era per quello che mi venne da
piangere, perch il risultato era gi scontato. Non feci nulla per trattenere le lacrime. Scorrevano come
carezze brucianti lungo le guance mentre mi sforzavo di rimanere in silenzio, di controllare il respiro,
di non singhiozzare. Dopo cinque minuti avevo esaurito le lacrime e mi asciugai le guance. Poi
camminai rapidamente fino alla porta e m'introdussi in gran silenzio. Dentro, nel corridoio, rimasi in
ascolto. Era come se la casa trattenesse il respiro, il silenzio era interrotto solamente dal rumore dei
passi di Diana sul parquet in sala. E presto sarebbero cessati anche quelli.
Erano le dieci di sera, e dietro la porta socchiusa scorsi un viso pallido e due occhi castani.
 Posso dormire qui?  chiesi.
Lotte non rispose. Di solito diceva almeno qualcosa. Invece mi fissava come se fossi un
fantasma. E poi, in genere non aveva quello sguardo imbambolato o spaventato.
Sorrisi beffardamente e mi passai una mano sul cranio rasato.
 Mi sono liberato di...  Cercai la parola giusta.  ...tutto.
Lotte batt due volte le palpebre. Poi apr la porta e io scivolai in casa.
Capitolo 20
Resurrezione
Mi svegliai e guardai l'orologio. Le otto. Era ora di mettermi al lavoro. Avevo davanti una
lunga giornata. Lotte era sdraiata sulla schiena di fianco a me, avvolta nelle lenzuola, che preferiva al
piumone. Scesi dal letto e mi vestii in fretta. Faceva un freddo polare ed ero intirizzito. Sgattaiolai in
corridoio, mi misi la giacca, il cappello e i guanti e andai in cucina. In uno dei cassetti trovai un
sacchetto di plastica che infilai nella tasca posteriore dei pantaloni. Poi aprii il frigorifero e pensai che
quella era la prima giornata in cui mi svegliavo da omicida. Un uomo aveva sparato a una donna.
Sembrava una di quelle notizie che si leggono sui giornali e che in genere saltavo a pi pari perch i
casi descritti erano invariabilmente dolorosi e banali. Presi un cartone con del succo di pompelmo rosa
e feci per bere a canna. Ma poi cambiai idea e tolsi un bicchiere da uno dei pensili. Non  che uno
smette di comportarsi in maniera civile solo perch  diventato un assassino. Dopo aver svuotato il
bicchiere, lo risciacquai e rimisi a posto il succo di frutta, andai in sala e mi sedetti sul divano. La
piccola pistola nera che avevo infilato nella cintura premeva sullo stomaco e quindi la tolsi. Puzzava
ancora, e sapevo che da quel momento in poi avrei sempre associato quell'odore all'omicidio.
All'esecuzione. Era morta al primo colpo. Vicinissima a me, mentre stava per abbracciarmi. Le avevo
sparato durante l'abbraccio e l'avevo colpita all'occhio sinistro. Intenzionalmente? Chiss. Forse avevo
voluto portarle via qualcosa, cos come lei aveva cercato di portarmi via tutto.
E la bugiarda traditrice aveva abbracciato la pallottola, il proiettile di forma fallica l'aveva
penetrata come un tempo avevo fatto io. Non sarebbe successo mai pi. Adesso era morta. I pensieri
sopraggiungevano cos, con frasi brevi che confermavano i fatti. Bene, dovevo continuare a pensare in
modo logico, mantenere il sangue freddo, non farmi prendere dalle emozioni. Avevo ancora qualcosa
da perdere.
Presi il telecomando e accesi la tv. Non c'erano novit sul televideo, probabilmente la redazione
non era ancora arrivata in ufficio a quell'ora. Lessi che i quattro cadaveri sarebbero stati identificati
l'indomani, ovvero oggi, e che c'era ancora un disperso.
Un disperso. Prima avevano parlato di un poliziotto disperso. Avevano forse scoperto che il
disperso era la persona arrestata? Forse s, forse no, comunque non c'era scritto se fossero o meno in
corso delle ricerche.
Mi chinai sul bracciolo della poltrona e presi la cornetta del telefono giallo che, quando la
chiamavo, mi faceva pensare alle labbra rosse di Lotte. Alla punta della sua lingua vicino al mio
orecchio mentre lo leccava. Chiamai le informazioni, chiesi due numeri e interruppi la centralinista
quando mi disse che sarebbero stati letti da una voce registrata.
Le risposi che avrei preferito che me li leggesse personalmente nel caso in cui la dizione fosse
stata poco chiara e avessi avuto problemi a capirli.
Lei me li lesse, li memorizzai e le chiesi di chiamarmi il primo. Il centralino della Kripos
rispose al secondo squillo.
Dissi che mi chiamavo Runar Bratli e che ero un parente di Endride ed Eskild Monsen. La
famiglia mi aveva incaricato di passare a ritirare i loro vestiti, ma non mi aveva detto dove andare e di
chi chiedere.
 Un attimo,  rispose la centralinista della Kripos mettendomi in attesa.
Rimasi in ascolto di una versione bellissima di Wonderwall eseguita con il flauto di Pan e
pensai a Runar Bratli. Era un candidato che una volta avevo preferito non consigliare per una posizione
dirigenziale anche se era decisamente il pi qualificato. Era alto. Cos alto che durante l'ultima
intervista si era lamentato di dover stare curvo mentre guidava la sua Ferrari. Un investimento che,
aveva ammesso con un sorriso adolescenziale, forse era frutto di un capriccio infantile, della crisi dei
quarant'anni e cose del genere.
E io avevo annotato: Aperto, ha una tale fiducia in s stesso da far vedere i suoi lati deboli.
Tutto come da manuale. Se non fosse stato per il commento finale.  Quando con la testa sfioro il
tettuccio dell'auto, quasi la invid...
Non aveva concluso la frase, aveva distolto lo sguardo e si era rivolto a uno dei rappresentanti
del cliente dicendo che la Ferrari adesso sarebbe stata sostituita da un Suv, un'auto che poteva anche
dar in mano alla moglie. Tutte le persone intorno al tavolo erano scoppiate a ridere. Anch'io. E senza
tradire la minima emozione avevo concluso la frase per lui:  ... la invidio per la sua bassa statura . E
avevo eliminato il suo nome dalla rosa dei papabili. Purtroppo non possedeva alcun quadro di valore.
 Si trovano all'istituto di Medicina legale . Era di nuovo la voce della centralinista. 
Rikshospitalet, Oslo.
 Ah s?  dissi cercando di non suonare troppo ingenuo.  Come mai?
 Ci sono delle procedure da seguire quando si sospetta che sia stato commesso un crimine.
Sembra che l'auto sia stata investita da un Tir.
 Capisco,  risposi.  Ecco perch i miei parenti mi hanno chiesto una mano. Io abito a Oslo.
La donna non rispose. Immaginai che avesse alzato gli occhi al cielo e che stesse tamburellando
impazientemente sulla scrivania con le unghie smaltate di nero. Essere un headhunter non significa per
forza saper giudicare bene le persone o essere particolarmente empatici. Anzi, se si vuole davvero far
carriera, caratteristiche simili possono addirittura essere un ostacolo.
 Glielo dice al responsabile dell'istituto di Medicina legale che sto per venire da lui? Ripeto,
mi chiamo Runar Bratli.
Percepii una certa esitazione. Quel compito non doveva rientrare tra quelli descritti nel
mansionario. I mansionari della pubblica amministrazione sono in genere parecchio incasinati,
lasciatelo dire a uno che li legge tutti i giorni.
 Io non c'entro niente con questa faccenda, sto solo cercando di rendermi utile,  dissi.  Spero
di essere ricevuto da qualcuno e di sbrigarmi in fretta.
 Prover,  mi disse.
Riagganciai e composi l'altro numero. Rispose al quinto squillo.
 S?  La sua voce tradiva una certa impazienza, addirittura una punta d'irritazione.
Cercai di capire dai rumori di sottofondo dove si trovasse, se in casa mia o nel suo
appartamento.
 Buh!  gridai e riappesi.
Clas Greve era stato avvertito.
Non so come avrebbe reagito, ma di certo avrebbe acceso il Gps e controllato dove si trovava il
fantasma.
Ritornai vicino alla porta aperta. In camera da letto scorsi a malapena il profilo del suo corpo
sotto il lenzuolo. Resistetti all'impulso improvviso di spogliarmi, ritornare a letto, stringermi di nuovo
a lei. Ebbi la stranissima sensazione che quanto era accaduto non riguardasse Diana, ma me. Chiusi
piano la porta della stanza da letto e uscii. Come quand'ero arrivato, non incontrai nessuno sulle scale
al quale poter dire Buongiorno o Buonasera. Anche quando scesi in strada non trovai nessuno che
rispondesse ai miei cortesi cenni di saluto; nessuno mi guard o conferm la mia esistenza. In quel
momento capii che cosa mi pesava: il fatto di non esistere.
Era giunto il momento di ritrovare me stesso.
Il Rikshospitalet sorge su uno dei tanti costoni di roccia degradanti che si trovano a Oslo. Prima
che venisse costruito, al suo posto c'era solo un piccolo istituto per malati di mente. Poi aveva
cambiato nome ed era diventato ricovero per matti, quindi manicomio, infine struttura psichiatrica. E
aveva continuato a cambiar nome tutte le volte che la gente, dopo un po', comprendeva che l si
curavano comunque dei disturbi mentali. Personalmente, non ho mai capito il senso di questo
escamotage, anche se  probabile che i responsabili della struttura fossero convinti che l'opinione
pubblica sia costituita da idioti pieni di pregiudizi ai quali bisogna tener nascosta la verit. Non che
avessero tutti i torti, ma mi sentii comunque sollevato quando la donna dietro il vetro mi disse:  Deve
scendere al piano di sotto e andare nel locale dove tengono i cadaveri, Bratli.
Sembra che i cadaveri non creino invece problemi. Nessuno ha da ridire sul fatto che sia
oltraggioso chiamare una persona morta cadavere, che anche i morti possiedano diverse qualit oltre
a quella di essere morti, che la parola cadavere riduca la persona a un ammasso di carne in cui,
casualmente, non batte pi il cuore. Forse  perch i cadaveri non possono sostenere di avere un ruolo
minoritario, purtroppo rappresentano una dolorosa maggioranza.
 Deve prendere quelle scale,  disse indicandomele.  Telefono per avvisare che sta arrivando.
Feci come mi aveva detto. I miei passi risuonarono tra le pareti bianche e vuote, per il resto
regnava un gran silenzio. In fondo a un corridoio lungo, stretto e bianco, fermo sulla soglia di una
stanza c'era un uomo con indosso il camice verde dell'ospedale. Avrebbe potuto essere un chirurgo, ma
a giudicare dal suo atteggiamento assai rilassato, oppure dalla barba, era probabile che ricoprisse
qualche ruolo molto meno importante.
 Bratli?  grid a voce cos alta che sembr un insulto intenzionale a coloro che dormivano su
quel piano. L'eco rimbomb minacciosa lungo il corridoio.
 S,  risposi e mi affrettai a raggiungerlo per evitare che urlasse ancora.
Mi tenne aperta la porta e io mi infilai dentro. Era una specie di guardaroba. L'uomo mi
precedette e poi apr un armadio.
 Hanno telefonato dalla Kripos e mi hanno detto che sarebbe passato lei a ritirare gli effetti
personali dei fratelli Monsen,  disse sempre con quella voce baritonale.
Annuii. Il cuore inizi a battermi in petto molto pi velocemente di quanto avessi sperato. Ma
non cos all'impazzata come avevo temuto. Ero in una fase cruciale, la fase pi debole del mio piano.
 E chi ha detto che ?
 Un cugino di terzo grado,  risposi sollevato.  I familiari mi hanno chiesto di passare a
ritirare i vestiti. Solo quelli, non gli oggetti di valore.
Avevo deciso, dopo un'attenta valutazione, di optare per familiari. Sapevo che avrebbe
potuto suonare eccessivamente formale, ma ignorando se i gemelli Monsen fossero sposati o avessero
ancora i genitori, dovevo utilizzare un termine che coprisse tutte le possibilit.
 E perch la signora Monsen non li ritira personalmente?  chiese il portantino.  Sar qui a
mezzogiorno.
Deglutii.  Immagino non sopporti la vista di tutto quel sangue.
Sogghign.  Lei s, invece?
 S,  risposi con semplicit, e sperai intensamente che non mi facesse altre domande.
Il portantino alz le spalle e mi porse un foglio su un sottomano.  Firmi qui per l'avvenuta
consegna.
Firmai con una R e uno svolazzo, seguita da una B con un altro svolazzo e da un puntino
conclusivo sulla I.
Il portantino osserv pensosamente la firma.  Ha con s un documento d'identit, Bratli?
Avevo temuto una simile eventualit. Il mio piano stava scricchiolando.
Tastai con la mano le tasche dei pantaloni e sorrisi con un'espressione di scusa.  Devo aver
dimenticato il portafoglio in auto, gi al parcheggio.
 Intende dire su al parcheggio.
 No, gi. Ho lasciato l'auto al parcheggio del dipartimento di Ricerca.
 Cos lontano?
Vidi che esitava. Ovviamente mi ero gi immaginato tutta la scena. Se fossi stato mandato a
recuperare il documento d'identit, sarei uscito dall'ospedale e non vi avrei pi fatto ritorno. Non
sarebbe stata una tragedia, ma avrei fallito. E capii dalle prime due parole che il verdetto mi era
sfavorevole.
 Mi spiace, Bratli, ma non possiamo correre rischi. Non la prenda come un'offesa personale,
ma gli omicidi attraggono molti strani individui. Con interessi altrettanto strani.
Feci finta di essere assai stupito.  Intende dire... che c' gente che colleziona vestiti
appartenuti alle persone ammazzate?
 Non ha idea di cosa non s'inventa la gente,  rispose.  Per quanto ne so lei potrebbe anche
non avere mai conosciuto i fratelli Monsen, ma aver letto la notizia dell'accaduto sul giornale. Mi
spiace, il mondo ormai va cos.
 Nessun problema, faccio in un attimo,  dissi dirigendomi verso la porta. L mi bloccai, come
se mi fosse venuto in mente qualcosa, e giocai la mia ultima carta. Anzi, a essere precisi, la mia carta di
credito.
 Ora che mi ricordo,  dissi infilando la mano nella tasca posteriore.  L'ultima volta che
Endride  stato a casa mia, ha dimenticato la carta di credito. Magari pu consegnarla alla signora
Monsen quando sar qui...
La diedi al portantino che guard il nome e la foto del giovanotto con la barba. Presi tempo, ma
ero gi quasi fuori dalla stanza quando finalmente udii la sua voce:
 A me basta, Bratli. Porti pure via tutto.
Mi girai sollevato. Tolsi il sacchetto di plastica che avevo infilato nell'altra tasca dei pantaloni e
v'infilai i vestiti.
 Ha preso tutto?
Controllai che la bustina con i miei capelli tagliati fosse ancora l. Annuii.
Dovetti fare uno sforzo per non mettermi a correre. Ero gi resuscitato, esistevo di nuovo, e
dentro di me avvertii uno strano moto di esultanza. Ero di nuovo in pista, il cuore mi batteva in petto, il
sangue circolava nelle vene e la fortuna stava girando. Salii le scale a balzi, rallentai il passo quando
passai davanti alla donna allo sportello e stavo mettendo la mano sulla maniglia della porta quando
sentii una voce familiare dietro di me.
 Capo, scusi! Aspetti un attimo.
Ovvio. Era andato tutto troppo liscio.
Mi girai lentamente. Un uomo, uno che avevo gi visto, mi veniva incontro. Teneva in mano un
cartellino identificativo. L'amore segreto di Diana. E mi pass per la mente il pensiero pi eretico: 
arrivata la mia fine.
 Kripos,  disse lui con una voce profonda da primo pilota. Crepitio di una radio, interruzioni
da mancanza di corrente.  Posso pa-lare un attimo con lei, capo?  Come una macchina per scrivere
con una lettera un po' consunta.
Si dice che inconsciamente c'immaginiamo le persone viste nei film o in tv pi grosse di quanto
non siano in realt. Con Brede Sperre non fu cos. Era ancora pi gigantesco di quanto pensassi. Mi
costrinsi a stare fermo mentre si dirigeva verso di me. Poi mi sovrast. Mi guard dall'alto in basso con
occhi grigio acciaio sotto una frangia da adolescente, tagliata e addomesticata in modo da sembrare
convenzionalmente ribelle. Una delle voci che avevo raccolto sul suo conto era che avesse una
relazione con un politico norvegese molto famoso e molto mascolino. Oggigiorno le voci di una
presunta omosessualit sono la prova definitiva che si  diventati una celebrit,  una specie di
consacrazione della fama. Solo che la persona che mi aveva raccontato questo pettegolezzo  uno dei
modelli utilizzati da uno stilista, Baron von Bulldog , che elemosinava sempre un invito ai vernissage
di Diana, sosteneva di essersi fatto anche lui sodomizzare dal dio della polizia, come l'aveva definito
con una sorta di timore reverenziale.
 Sono solo voci,  avevo risposto con un sorriso tirato sperando che nei miei occhi non si
leggesse la paura della penetrazione.
 Bene, capo, mi hanno appena detto che lei  un cugino di terzo grado dei fratelli Monsen e
che li conosceva bene. Potrebbe essere cos gentile da aiutarci a identificare i cadaveri?
Deglutii. La formula di cortesia e il termine gergale capo nella medesima frase. Ma gli occhi
di Sperre erano neutrali. Stava facendo valere la propria posizione o era solo un modo di procedere
automatico, quasi un riflesso professionale? Mi sentii ripetere, anzi quasi balbettare identificare,
come se il concetto mi fosse totalmente sconosciuto.
 La loro mamma arriver fra qualche ora,  continu Sperre.  Ma se riuscissimo a
rispa-miarle... lo apprezzeemmo molto. Ci vorranno solo pochi secondi.
Non ne avevo per niente voglia. Il mio corpo era in agitazione e il mio cervello insisteva
affinch rifiutassi e me ne andassi da l. Perch oramai avevo ripreso a vivere. Io, cio la bustina di
plastica di capelli che avevo addosso, ero infine rintracciabile dal localizzatore satellitare di Greve. Era
solo una questione di tempo prima che lui riprendesse la caccia; potevo gi sentire l'odore del cane
nell'aria, il panico che saliva. Ma un'altra parte del mio cervello, quella con una nuova voce, mi diceva
che non dovevo rifiutare. Che avrei suscitato dei sospetti.
 Naturalmente,  risposi, e stavo per sorridere quando mi bloccai: forse, di fronte all'invito di
identificare i cadaveri dei propri parenti, sarebbe parsa una reazione inopportuna.
Rifeci lo stesso percorso.
Il portantino mi salut con un sorriso quando entrammo nel guardaroba.
 Si prepari al fatto che i morti sono piuttosto malconci,  mi avvis Sperre e apr una pesante
porta di metallo. Entrammo nell'obitorio. Tutta la stanza faceva pensare all'interno di una cella
frigorifera: pareti, soffitto e pavimento bianchi, pochi gradi sopra lo zero e odore di carne andata a
male. I quattro cadaveri erano disposti in fila, ognuno su un tavolo di metallo. Da sotto i lenzuoli
spuntavano dei piedi diafani e mi resi conto che i clich dei film non erano clich, ogni cadavere aveva
una targhetta di metallo all'alluce.
  pronto?  chiese Sperre.
Annuii.
Tolse di colpo i due lenzuoli come se fosse un mago.  Gli incidenti d'auto,  disse
dondolandosi sui tacchi,  sono i peggiori. Come vede,  difficile identificare i cadaveri . Ebbi di
colpo l'impressione che Sperre stesse parlando con una lentezza anomala.  Dovevano esserci cinque
persone in auto, ma abbiamo trovato solo questi quattro cadaveri. Il quinto deve essere finito nel fiume
e la corrente lo ha trascinato via.
Fissai, deglutii e respirai pesantemente dal naso. Stavo recitando, ovvio. Perch persino da nudi
i gemelli Monsen erano pi belli che nella carcassa dell'auto. Inoltre, in quella stanza non si sentiva
alcun odore. Niente feci gassose, odore di sangue e benzina o il fetore delle interiora umane. Mi ero
reso conto che in genere si d un peso eccessivo alle impressioni visive, che i suoni e gli odori hanno
un effetto molto pi devastante sull'apparato sensoriale, come per esempio lo scricchiolio della testa di
una donna che cade sul parquet dopo che le si  sparato in un occhio.
 Sono i gemelli Monsen,  mormorai.
 S, questo lo sappiamo anche noi. La domanda ...
Sperre fece una una pausa a effetto davvero molto lunga. Mio Dio.
 Quale dei due  Endride e qual  Eskild?
Nonostante la temperatura invernale, ero in un bagno di sudore. Lo faceva apposta a parlare
cos lentamente? Era un nuovo metodo d'interrogatorio che non conoscevo?
Osservai da cima a fondo i corpi nudi e riconobbi i segni del mio intervento. Lo squarcio che
avevo praticato dalle costole alla pancia era ancora aperto e c'erano delle croste nere lungo i bordi.
 Questo  Endride,  dissi indicando uno dei due.  L'altro  Eskild.
 Mhm,  esclam Sperre con una nota soddisfatta nella voce e appuntandosi l'indicazione. 
Doveva conoscerli davvero bene! Nemmeno i loro colleghi sono riusciti a distinguerli.
Annuii mestamente.  Io e i gemelli eravamo molto uniti, soprattutto negli ultimi tempi. Posso
andare adesso?
 Ci mancherebbe,  rispose Sperre, continuando a prendere appunti in un modo che non
invitava a congedarsi.
Guardai l'orologio dietro di lui.
 Gemelli monozigoti,  comment Sperre, continuando a scrivere.   un'ironia del destino, o
cosa?  Che cazzo stava scrivendo? Uno era Endride, l'altro Eskild, quante parole stava usando per
questo semplice concetto?
Sapevo che avrei dovuto starmene zitto, ma non ce la feci.  E dove sarebbe, l'ironia?
Sperre smise di scrivere e mi guard.  Nati nello stesso secondo dallo stesso uovo. Morti nello
stesso secondo nella stessa auto.
 Non ci vedo nessuna ironia, lei s?
 Nessuna?
 No, nessuna.
 Mhm. Ha ragione. Paradossale  forse la parola che stavo cercando . Sperre sorrise.
Sentii il sangue che iniziava a ribollire.  Non si tratta nemmeno di un paradosso.
  comunque strano. C' una specie di logica universale in quanto  successo, non le pare?
Persi il controllo, vide le nocche sbiancare, e mentre strizzavo la bustina di plastica dissi con
voce tremante:  Nessuna ironia, nessun paradosso, nessuna logica universale . Alzai il volume. 
Solo una simmetria arbitraria tra la vita e la morte, che non  nemmeno tanto arbitraria visto che anche
loro, come molti altri gemelli monozigoti, avevano scelto di trascorrere gran parte del loro tempo a
stretto contatto. Il fulmine ha colpito e li ha trovati insieme. Fine della storia.
Avevo quasi gridato l'ultima parte.
Sperre mi guard con aria pensierosa. Prima si massaggi gli angoli della bocca con il pollice e
il medio, poi si stropicci il mento. Conoscevo quello sguardo. Ce l'avevano in pochi. Era lo sguardo
dell'investigatore, gli occhi di chi  in grado di individuare se uno sta mentendo.
 Eh, Bratli!  esclam.  Vedo che c' qualcosa che la turba, o sbaglio?
 Mi scusi,  risposi con un sorriso fiacco, e capii che adesso era il momento di dire una
qualche verit, qualcosa che non venisse smascherato dal rilevatore di bugie che mi stava scrutando in
quel momento.  Ho litigato con mia moglie ieri sera, e poi ho saputo di questo incidente. Sono un po'
scombussolato. Le mie scuse pi sincere. Tolgo subito il disturbo.
Mi girai e uscii.
Sperre disse qualcosa, forse arrivederci, ma il saluto fu soffocato dal rumore della porta di
metallo che si chiudeva dietro di me e che fece rimbombare tutta la stanza.
Capitolo 21
Invito
Presi il tram alla fermata del Rikshospitalet e chiesi al conducente un biglietto per il centro.
Sorrise mentre mi dava il resto, probabilmente il prezzo era lo stesso per qualsiasi destinazione. Di
sicuro avevo preso il tram altre volte quand'ero ragazzo, ma non mi ricordavo le regole pi elementari.
Scendere dalla porta posteriore, tener pronto il biglietto nel caso in cui passasse il controllore, premere
il pulsante di prenotazione della fermata con il giusto anticipo, non parlare al conducente. Erano
cambiate molte cose. Il rumore delle rotaie era meno assordante, la pubblicit pi urlata ed estroversa. I
passeggeri, per contro, pi introversi.
In centro cambiai mezzo di trasporto e presi un autobus che mi avrebbe portato in direzione
nord-est. Avevo scoperto che potevo utilizzare lo stesso biglietto. Fantastico. Pagando pochi spiccioli
potevo spostarmi per tutta la citt in un modo che non avrei mai creduto possibile. Ero in movimento.
Un puntino lampeggiante sul Gps di Clas Greve, mi sembrava quasi di percepire il suo smarrimento.
Cosa cazzo stava succedendo, stavano spostando il cadavere?
Scesi dall'autobus a rvoll e iniziai a salire per la collina in direzione di Tonsenhagen. Sarei
potuto scendere a una fermata pi vicina alla casa di Ove, ma ogni mia mossa era stata ben calcolata.
Un'anziana signora ingobbita camminava a fatica sul marciapiede spingendo un carrello della spesa
con le ruote cigolanti. Ci nonostante mi sorrise come se la giornata fosse stupenda, il mondo fantastico
e la vita meravigliosa. A cosa stava pensando Clas Greve in quel momento?
Forse che un carro funebre mi stava riportando alla casa in cui ero nato o qualcosa del genere,
ma perch cazzo, all'improvviso, andava cos piano, c'era forse coda?
Vidi venire verso di me due adolescenti pesantemente truccate che ruminavano una gomma da
masticare, con lo zaino e pantaloni aderenti che evidenziavano ancora di pi i chili di troppo. Mi
gettarono una breve occhiata, ma continuarono a blaterare a proposito di un qualche argomento che le
indignava da morire. Quando le incrociai, le sentii dire:  ...  davvero ingiusto, cazzo!  Ebbi come
l'impressione che avessero marinato la scuola e fossero dirette in una pasticceria di rvoll, e che
l'ingiustizia non riguardasse il fatto che l'ottanta per cento degli adolescenti del pianeta non poteva
permettersi le brioche alla crema su cui loro si sarebbero buttate di l a poco. E pensai che se io e Diana
avessimo avuto quella bambina  perch ero convinto che fosse una femmina anche se Diana gi lo
chiamava Eyolf , lei un giorno mi avrebbe guardato con gli stessi occhi bistrati di mascara e mi
avrebbe gridato in faccia che era un'ingiustizia, che lei e la sua amica volevano andare a Ibiza visto che
ormai erano alle superiori! E io... io credo che me ne sarei fatto una ragione.
La strada super un parco con un grande stagno al centro e io imboccai uno dei sentieri che
portavano verso un filare di alberi dalla parte opposta. Non perch intendessi prendere una scorciatoia,
ma perch cos il sistema satellitare di Greve avrebbe rilevato che non ero pi su una strada. I cadaveri
possono anche essere trasportati sui carri funebri, ma non vanno in giro per la campagna. Avrebbero
cos trovato conferma i sospetti che la mia telefonata dall'appartamento di Lotte aveva instillato nella
mente del cacciatore di teste olandese, ovvero che Roger Brown era risuscitato dai morti, che non si
trovava tra i cadaveri all'obitorio del Rikshospitalet come aveva segnalato il sistema satellitare ma che
forse era stato solo ricoverato l. Se per al notiziario avevano detto che tutti gli occupanti dell'auto
erano morti, com'era possibile che...?
Pu anche darsi che non sia particolarmente empatico, ma so valutare bene l'intelligenza delle
persone, al punto tale che si rivolgono a me quando devono assumere i top manager delle pi
importanti aziende norvegesi. Cos, mentre camminavo lentamente lungo il laghetto, cercai di
immaginare un'altra volta quali sarebbero state le prossime mosse di Greve. Non era difficile. Sarebbe
stato costretto a venire a cercarmi, doveva eliminarmi, anche se ci voleva dire esporsi a rischi ancora
maggiori.
Perch io, oramai, non ero pi solamente colui che si era messo di traverso frustrando le
ambizioni di Hote riguardo a un takeover di Pathfinder, ma anche il testimone che avrebbe potuto farlo
sbattere in galera per l'omicidio di Sindre Aa. Sempre che lui non mi ammazzasse prima che il caso
approdasse in tribunale.
In breve, gli avevo spedito un invito che non poteva rifiutare.
Ero arrivato dall'altra parte del parco, e mentre superavo il boschetto mi fermai di fianco a una
betulla, passai le dita sulla corteccia bianca e sottile che si sfaldava subito, le premetti sul tronco e vi
strofinai contro le unghie. Annusai i polpastrelli, mi fermai, chiusi gli occhi e ne respirai l'aroma
mentre mi tornavano alla mente i ricordi dell'infanzia, i giochi, le risate, lo stupore, gli spaventi e le
scoperte piene di allegria. Tutte quelle piccole cose che pensavo di aver dimenticato per sempre ma che
ovviamente esistevano ancora, incapsulate; non erano scomparse, erano bambini d'acqua. Il vecchio
Roger Brown non sarebbe riuscito a farle riaffiorare, ma quello nuovo s. Per quanto tempo sarebbe
sopravvissuto il nuovo Roger? Non molto. Ma non era importante, avrebbe comunque vissuto le sue
ultime ore pi intensamente di quanto avesse fatto il vecchio Roger in trentacinque anni.
Quando infine arrivai alla casa di Ove Kjikerud ero accaldato. Salii fino al margine del bosco e
mi sedetti sul ceppo di un albero; da l godevo un'ottima visuale delle villette a schiera e dei condomini
lungo la via. E mi resi conto che le persone della zona est di Oslo godono pi o meno dello stesso
panorama di noi che stiamo nella zona ovest. Tutti, indistintamente, vediamo il palazzo delle Poste e
l'hotel Plaza. La citt da l non appariva pi bella o pi brutta. L'unica differenza era che si poteva
vedere tutta la zona ovest. E mi venne in mente, per analogia, che quando Gustave Eiffel aveva
costruito la sua famosa torre per l'esposizione universale di Parigi nel 1889, i critici avevano sostenuto
che la pi bella vista di Parigi era proprio quella dalla torre Eiffel perch era l'unico luogo della citt da
cui non si vedeva la struttura di ferro. E mi chiesi se non fosse cos anche per Clas Greve, ovvero se il
mondo non gli sembrasse un posto un po' meno orribile perch non poteva vedere s stesso attraverso
gli occhi degli altri. Attraverso i miei, per esempio. Io lo vedevo. E lo odiavo. Lo odiavo con
un'intensit sorprendente e con una passione che quasi mi spaventava. Ma non era un odio torbido, al
contrario, era un odio puro, giusto, quasi innocente, l'odio forse nutrito dai crociati contro gli infedeli.
E per questo motivo potevo condannare a morte Greve con lo stesso odio misurato e naf con cui i
ferventi cristiani americani spediscono il loro prossimo sulla sedia elettrica. E tale sentimento, per molti
aspetti, aveva su di me un effetto purificante.
Capii, per esempio, che ci che avevo provato per mio padre non era odio. Rabbia? S.
Disprezzo? Forse. Compassione? Certamente. E perch? Di sicuro per diverse ragioni. Ma mi
accorgevo ora che il mio astio era dovuto alla consapevolezza, celata nell'intimo, di assomigliargli, di
avere i difetti che avrebbero potuto farmi diventare uguale a lui, un ubriacone senza un soldo che
picchiava sua moglie e per cui l'est era l'est e non avrebbe mai potuto essere l'ovest. E adesso ero
diventato proprio tale e quale a lui.
Mi venne da ridere e non feci nulla per trattenermi. Almeno fin quando la mia risata non
risuon fra i tronchi degli alberi, mettendo in fuga un uccello su un ramo sopra di me, e finch non vidi
arrivare un'auto lungo la strada.
Una Lexus GS 430 color argento.
Aveva fatto pi in fretta di quanto mi aspettassi.
Mi alzai di scatto e scesi verso la casa di Kjikerud. Mentre ero sulla scala e stavo per infilare le
chiavi nella toppa, vidi che la mano mi tremava. La vibrazione era quasi impercettibile, ma non mi
sfugg.
Era l'istinto, la paura primordiale. Clas Greve era uno di quegli animali che fanno paura agli
altri animali.
Trovai la toppa al primo colpo. Girai la chiave, aprii la porta ed entrai subito nell'appartamento.
Non c'era ancora odore di morte. Mi sedetti sul letto e arretrai fin quando non mi trovai con la schiena
contro la testiera e vicino alla finestra. Controllai che il cadavere di Ove, l di fianco a me, fosse ben
coperto dal piumone.
Attesi. I secondi ticchettavano. Cos come il cuore. Due pulsazioni al secondo.
Clas Greve si sarebbe di sicuro mosso con circospezione. Voleva accertarsi che fossi da solo. E
anche in tal caso, sapeva ormai che non ero cos innocuo come gli ero apparso in un primo momento.
Senz'altro c'entravo con la sparizione del cane. E poi era probabile che fosse stato da lei, ne avesse
trovato il cadavere, e si fosse reso conto che ero capace di uccidere.
Non udii la porta che si apriva. N i suoi passi. Me lo trovai all'improvviso di fronte. La sua
voce era gentile e mi sorrise con un'espressione autenticamente costernata:
 Mi spiace irrompere in questo modo, Roger.
Clas Greve era vestito di nero. Pantaloni neri, scarpe nere, dolcevita nero, guanti neri. In testa
portava un cappellino nero di maglia. L'unica cosa che non era nera era la Glock color argento.
 Nessun problema,  risposi.   orario di visita.
Capitolo 22
Film muto
Si sostiene che le mosche abbiano una strana percezione del tempo  per esempio avrebbero
l'impressione che il palmo della mano diretto verso di loro si muova a una lentezza esasperante 
perch le informazioni trasmesse dai loro occhi sfaccettati sono cos numerose che la natura ha dovuto
dotarle di un processore superveloce per elaborare tutti i dati in tempo reale.
Per diversi secondi nella stanza regn un silenzio totale. Quanti, non saprei dirlo. Ero una
mosca e la mano stava per colpirmi. La Glock di Kjikerud era puntata contro il mio petto. Gli occhi di
Greve sul mio cranio rasato.
 Ah!  esclam alla fine.
Quella parola spiegava tutto. Come noi esseri umani fossimo riusciti a conquistare la terra,
dominare gli elementi, sopraffare creature a noi superiori per velocit e potenza. Capacit di
elaborazione. L'ah di Greve era la sintesi di una valanga di pensieri, d'ipotesi elaborate e filtrate, di
svariate deduzioni che, complessivamente, portavano a un'inevitabile conclusione:
 Ti sei rasato i capelli, Roger.
Clas Greve era, come ho gi detto, una persona intelligente. Di certo non si era limitato
banalmente a constatare che mi ero rasato i capelli, ma si era anche chiesto quando, dove e perch. Cos
avrebbe sgombrato il campo da ogni dubbio, trovato una risposta a tutti i suoi quesiti. Ecco perch
aggiunse, non tanto come interrogativo ma pi come conclusione:
 Nella carcassa dell'auto.
Annuii.
Si sedette sulla sedia ai piedi del letto dondolandosi avanti e indietro contro il muro, senza
spostare di un centimetro la pistola puntata contro di me.
 E poi cosa hai fatto? Hai trapiantato i capelli a uno dei cadaveri?
Infilai la mano nella tasca dei pantaloni.
 Fermo!  url e vidi che stava per premere il grilletto. Niente cani in erezione. Era una Glock
17. Una signorina.
 Sto usando la mano sinistra.
 Okay. Lentamente.
Ubbidii e appoggiai sul tavolo la bustina di plastica con i capelli. Greve annu senza togliermi
nemmeno per un istante gli occhi di dosso.
 Allora ci sei arrivato,  disse.  Hai capito di avere i trasmettitori in testa. E anche che era
stata lei a metterteli su mio ordine.  per questo che l'hai uccisa, non  vero?
 Ti manca, Clas?  gli chiesi appoggiandomi allo schienale. Il cuore mi batteva all'impazzata,
ma adesso che mi stavo congedando dal mondo mi sentivo stranamente tranquillo. L'angoscia
corporale della morte e la serenit dello spirito.
Non rispose.
 O  stato un mezzo per raggiungere un fine, come hai detto tu una volta? Un sacrificio
necessario per un obiettivo superiore?
 Perch vuoi saperlo, Roger?
 Perch voglio capire se quelli come te esistono sul serio o sono solo una finzione.
 Quelli come me?
 Quelli incapaci di amare.
Greve rise.  Se vuoi avere una risposta, basta che ti guardi allo specchio, Roger.
 Io ho amato qualcuno,  puntualizzai.
 Tu forse hai imitato l'amore,  ribatt Clas.  L'hai mai amata veramente? Che prove hai? Io
vedo solo dimostrazioni del contrario; hai negato a Diana l'unica cosa che desiderasse oltre a te, un
bambino.
 Gliel'avrei dato.
Rise di nuovo.  Quindi avresti cambiato idea? E quando sarebbe successo? Quand' che sei
diventato un marito pentito? Quando hai scoperto che andava a letto con un altro uomo?
 Io credo nel pentimento,  dissi quietamente.  Nel pentimento e nel perdono.
 Adesso  troppo tardi,  ribatt.  Diana non ha avuto n il tuo perdono, n i tuoi figli.
 Nemmeno i tuoi, se  per questo.
 Non  mai stata mia intenzione dargliene, Roger.
 No, infatti, ma anche se avessi voluto non avresti potuto, non  vero?
 S che avrei potuto. Sono impotente, secondo te?
Lo disse in fretta. Cos in fretta che solo una mosca avrebbe potuto captare il nanosecondo in
cui aveva esitato. Feci un profondo respiro.  Ti ho visto, Clas Greve. Ho visto i tuoi genitali...
inquadratura dal basso.
 Di cosa cazzo stai parlando adesso, Brown?
 Ho osservato i tuoi organi riproduttivi da molto pi vicino di quanto avrei voluto.
Vidi che apriva lentamente la bocca, e proseguii:
 In un cesso esterno a poca distanza da Elverum.
Greve parve sul punto di dire qualcosa, ma non spiccic nemmeno mezza parola.
  cos che sono riusciti a farti parlare mentre eri prigioniero in quello scantinato nel
Suriname? Ti hanno torturato ai testicoli? Con una mazza? Un coltello? Non ti hanno privato del
piacere sessuale, ma solo della possibilit di riprodurti, non  vero? Se ho visto bene, quel che  rimasto
dei tuoi organi genitali  stato cucito con del filo grosso.
La bocca di Greve adesso si era chiusa. Era una linea sottile in un viso impietrito.
 Ci spiega la caccia forsennata nella giungla a quello che, stando al tuo racconto, era uno
spacciatore di poca importanza, Clas. Sessantacinque giorni, giusto? Perch si trattava di lui, non 
vero? Dell'uomo che ti aveva privato della tua mascolinit. Della capacit di riprodurre copie di te
stesso. Ti aveva portato via tutto. Quasi tutto. Quindi tu gli hai tolto la vita. E lo capisco benissimo.
Va be', quello era il sottopunto tre della fase due di Inbau, Reid e Buckley. Proporre un alibi
moralmente accettabile che giustifichi il reato. Ma la sua confessione non m'interessava pi. Invece gli
offrii io la mia. In anticipo.  Ti capisco, Clas, perch ho pensato di ucciderti per lo stesso motivo. Mi
hai portato via tutto. Quasi tutto.
La bocca di Greve produsse un suono che capii essere una risata.  Chi  di noi due che
impugna una pistola, Roger?
 Ti ammazzer nello stesso modo in cui ho ammazzato la tua dannata bestiaccia.
Vidi i muscoli delle sue guance irrigidirsi mentre serrava i denti, le nocche diventare bianche.
 Non l'hai pi rivisto, vero? Ha finito i suoi giorni in pasto ai corvi. Infilzato sui rebbi di un
caricatore d'insilato. Quello del trattore di Aa.
 Mi di la nausea, Roger Brown. Ti permetti di farmi la morale, tu, un animalicida e un
infanticida.
 Hai ragione. Ma hai commesso un errore quando in ospedale mi hai detto che il nostro
bambino aveva la sindrome di Down. Niente affatto, tutti i test hanno dimostrato che il feto era sano.
Ho convinto Diana ad abortire solo perch non volevo dividerla con nessuno. Hai mai sentito niente di
cos puerile? Una gelosia totale e viscerale nei confronti di un bambino non nato. Immagino di non
essere stato amato abbastanza da piccolo, cosa ne pensi? Forse  stato lo stesso per te, Clas? O sei
cattivo dalla nascita?
Non credo che mi seguisse, perch mi fissava con quell'espressione esterrefatta che si dipinge
sul volto di chi sta spremendo al massimo le meningi. Stava ricostruendo quant'era successo,
ripercorreva a ritroso i rami dell'albero delle decisioni fino al tronco, verso la verit, verso il punto in
cui tutto aveva avuto inizio. E a un certo punto lo trov. Una semplice frase detta all'ospedale. Che lui
stesso aveva pronunciato: ... ad abortire perch il feto ha la sindrome di Down.
 Di' un po',  gli dissi quando capii che c'era arrivato.  Hai mai amato qualcuno oltre al tuo
cane?
Sollev la pistola. Fra pochi secondi la nuova, breve vita di Roger Brown sarebbe giunta al
capolinea. Gli occhi azzurro ghiaccio di Greve scintillavano e la sua voce morbida si ridusse a un
sussurro:
 Avevo pensato di finirti con un semplice colpo alla testa, in segno di rispetto per essere stata
una preda all'altezza del suo cacciatore, Roger. Ma a questo punto, mi atterr invece al piano originale.
Ovvero ti sparer nella pancia. Ti ho mai raccontato cosa succede? Ti ho mai detto che il proiettile
perfora la milza? Che l'acido gastrico fuoriesce e, al suo passaggio, brucia le viscere? E poi aspetter
che sia tu stesso a supplicarmi di finirti. E ti assicuro che lo farai, Roger.
 Forse sarebbe meglio che la smettessi di menar il can per l'aia e che sparassi, Clas. Meglio
non aspettare quanto in ospedale, no?
Greve rise di nuovo.  Non credo proprio che tu abbia invitato qui la polizia, Roger. Hai
ammazzato una donna. Tu sei un assassino cos come lo sono io. Detto tra noi.
 Fai lavorare il cervellino, Clas. Secondo te perch ho corso il rischio di andare fino al
Rikshospitalet e di farmi consegnare con l'inganno la bustina con i capelli?
Greve alz le spalle.  Semplice. Test del Dna. Probabilmente l'unica prova che la polizia
avrebbe potuto usare contro di te. Credono che la persona a cui stanno dando la caccia si chiami Ove
Kjikerud. A meno che tu non abbia voluto riprenderti la tua meravigliosa capigliatura. Volevi farne una
parrucca? Diana mi aveva raccontato che per te i capelli sono molto importanti. Che li usi come
compensazione per l'altezza. O dovremmo forse dire per la tua bassezza?
 Giusto,  risposi.  Ma anche sbagliato. A volte il cacciatore di teste si dimentica che la testa
alla quale sta dando la caccia  in grado di pensare. Non so se pensi meglio o peggio senza capelli, ma
in questo caso  riuscita ad attirare il cacciatore in trappola . Greve batt lentamente le palpebre, e
notai al contempo che il suo corpo s'irrigidiva, aveva capito che c'era qualcosa di strano.
 Non vedo nessuna trappola, Roger.
 Eccola qui,  dissi togliendo il piumone e lasciandomelo scivolare di fianco. Vidi il suo
sguardo spostarsi sul cadavere di Ove Kjikerud. E poi sulla mitraglietta Uzi appoggiata sul suo petto.
Reag in modo fulmineo e punt la pistola contro di me.  Non provarci, Brown.
Feci per prendere la mitraglietta.
 No!  url.
Sollevai l'arma.
Greve spar. L'esplosione riemp la stanza.
Puntai la Uzi contro Greve. Lui si sollev un poco dalla sedia e spar un'altra volta. Premetti il
grilletto e lo rilasciai. Una raffica rauca di piombo invest la stanza, le pareti della casa di Ove, la sedia,
i pantaloni neri di Clas Greve, la perfetta muscolatura delle cosce, e si conficc nell'inguine; sperai che
penetrasse anche nel pene che aveva penetrato Diana, nei fasci di muscoli e negli organi che quei fasci
avrebbero dovuto proteggere.
Greve ripiomb sulla sedia e la pistola cadde a terra con un tonfo. Era sceso un improvviso
silenzio, si sent solo il rumore di una cartuccia che rotolava sul pavimento. Piegai la testa verso di lui e
lo guardai. Ricambi lo sguardo con gli occhi neri per lo shock.
 Mi sa tanto che non passerai pi la visita medica di Pathfinder, Greve. Sono proprio
dispiaciuto. Non potrai pi trafugare la loro tecnologia. Nonostante tu sia un gran perfezionista. A voler
ben guardare,  stato il tuo maledetto perfezionismo a fregarti.
Greve grugn in olandese qualcosa che udii a malapena.
  stato il tuo perfezionismo ad attirarti qui,  dissi,  per l'ultima intervista. Devo dirtelo? Tu
sei proprio la persona che stavo cercando per questo lavoro. Un lavoro per il quale tu, ne sono
assolutamente convinto, sei perfetto. E ci significa che il lavoro  perfetto per te. Credimi, herr Greve.
Greve non rispose, abbass lo sguardo sul suo grembo. Il sangue faceva apparire il suo golf
nero ancora pi nero. Quindi proseguii:
 L'assumo seduta stante come capro espiatorio, herr Greve. Come assassino di Ove Kjikerud,
l'uomo disteso qui di fianco a me . Diedi un colpetto sullo stomaco del cadavere.
Greve gemette e alz la testa.  Che cazzo dici?  La sua voce suonava disperata e al tempo
stesso malferma, assonnata.  Chiama un'ambulanza, almeno non diventi un'altra volta un assassino,
Brown. Pensaci bene, sei un dilettante, non riuscirai mai a sfuggire alla polizia. Telefona adesso, e
anch'io ti risparmier.
Guardai Ove. Aveva l'aspetto di un uomo in pace con s stesso.  Ma non sono io che ti sto
uccidendo, Greve.  Kjikerud, non lo capisci?
 No. Mio Dio, chiama quella cazzo di ambulanza, non vedi che sto per morire dissanguato?
 Spiacente, ma ormai  troppo tardi.
 Troppo tardi? Intendi lasciarmi morire?
La sua voce tradiva qualcos'altro. Che fosse pianto?
 Per favore, Brown. Non qui, non in questo modo! Ti supplico, t'imploro.
S, era proprio pianto. Le lacrime gli scesero lungo le guance. Non era cos strano, dopo tutto, se
quel che aveva detto sui proiettili in pancia era vero. Vedevo il sangue che colava dall'interno dei
pantaloni fin sulle scarpe Prada lucidissime. Aveva supplicato. Non era riuscito a mantenere la sua
dignit al momento della morte, addestrato nei corpi speciali oppure no. Avevo sentito dire che nessuno
ci riesce, e che quelli che apparentemente ce la fanno  perch sono storditi dallo shock. L'aspetto pi
umiliante per Greve era che altre persone stavano assistendo alla sua resa. E ce ne sarebbero state
ancora di pi.
Quindici secondi dopo che ero entrato nella casa di Ove Kjikerud senza inserire la password
Natasha, le telecamere di sorveglianza avevano iniziato a filmare nello stesso istante in cui l'allarme
era scattato alla centrale di Tripolis. M'immaginavo i tecnici radunati davanti al monitor guardare con
incredulit il film muto in cui Greve era l'unico protagonista visibile, lui apriva la bocca ma loro non
sentivano cosa diceva. L'avevano visto sparare, cadere a terra, e avevano maledetto Ove per non essersi
preoccupato di piazzare una telecamera che inquadrasse chi era seduto sul letto.
Guardai l'orologio. Erano trascorsi quattro minuti da quando era scattato l'allarme e
probabilmente tre minuti da quando quelli di Tripolis avevano chiamato la polizia che, a sua volta,
aveva allertato il gruppo Delta, l'unit speciale d'assalto. Ci sarebbe voluto un po' di tempo per
mobilitarne gli uomini. E poi Tonsenhagen era piuttosto distante dal centro. Ovvio che si trattasse solo
di supposizioni, ma era probabile che le prime autopattuglie non sarebbero arrivate prima di un quarto
d'ora. Comunque non c'era nessun motivo per non chiudere immediatamente la faccenda. Greve aveva
sparato due dei diciassette colpi che c'erano nel caricatore.
 Va bene, Clas,  gli dissi aprendo la finestra dietro il letto.  Ti offro un'ultima possibilit.
Prendi la pistola. Se riesci a spararmi, riuscirai anche a chiamare l'ambulanza.
Mi guard con gli occhi spenti. Entr una folata di vento gelido. Era proprio arrivato l'inverno.
 Di, su,  lo provocai.  Cos'hai da perdere?
Ebbi l'impressione che il suo cervello, intontito dallo shock, afferrasse la logica dietro la mia
proposta. E con un rapido movimento, molto pi rapido di quanto avrei creduto possibile da parte di un
uomo con ferite tanto gravi, Greve si butt per terra su un lato e afferr la pistola. I proiettili della
mitraglietta  plumbum, metallo morbido, pesante, tossico  fecero esplodere le schegge del parquet tra
le sue gambe. Ma prima di essere raggiunto da una nuova gragnuola di proiettili, che risparmiarono il
torace ma gli si conficcarono nel cuore bucandogli entrambi i polmoni, prima di esalare l'ultimo
respiro, Greve riusc a sparare un colpo. Un unico colpo. Il cui frastuono rimbomb tra le pareti. Poi
scese di nuovo il silenzio. Un silenzio di tomba. Si sentiva solo il mormorio del vento. Il film muto era
ormai diventato un fermo immagine dove ogni elemento si era come cristallizzato per via del freddo
polare che s'infilava nella stanza. Tutto era compiuto.
Parte quinta
Un mese dopo.
L'ultima intervista
Capitolo 23
Stasera con noi
La sigla musicale di apertura del programma d'informazione Stasera con noi era un semplice
ritornello alla chitarra che doveva evocare nella mente degli spettatori bossa nova, fianchi ondeggianti
e bibite coloratissime, non episodi cruenti di attualit, temi politici o deprimenti problemi sociali.
Oppure, come sarebbe stato in quella puntata, una drammatica pagina di cronaca nera. La sigla era
breve per far capire agli spettatori che Stasera con noi era privo di leziosaggini, uno spazio dove si
privilegiava il contenuto e si andava dritti al punto.
Probabilmente era per questo motivo che il programma, girato nello Studio 3, si apr con
un'inquadratura dall'alto degli spettatori: la gru per le riprese video scese poi con ampi movimenti e
fin per soffermarsi sul volto del conduttore, Odd G. Dybwad. E come sempre, proprio in quel
momento, lui alz lo sguardo dai fogli sulla scrivania e si tolse gli occhiali. Forse era stato un
suggerimento del regista, convinto di dare cos l'impressione che l'argomento della serata fosse di
scottante attualit, al punto che G. Dybwad aveva appena fatto in tempo a leggerlo.
Odd G. Dybwad aveva capelli fitti, tagliati corti, grigi intorno alle tempie, e una di quelle facce
che sembrano fermarsi ai quarant'anni. Dimostrava quell'et sia all'epoca in cui ne aveva trenta, sia
adesso che ne aveva cinquanta. Odd G. Dybwad era laureato in Scienze politiche, era un tipo analitico,
sapeva esprimersi con intelligenza e aveva una spiccata predilezione per i tabloid. Era probabile che la
direzione non gli avesse offerto la conduzione del programma d'attualit per queste sue caratteristiche,
ma per come svolgeva il lavoro di anchorman da met della sua esistenza. Il suo compito consisteva
sostanzialmente nel legger testi scritti da altri con la giusta intonazione ed espressione del viso, con il
vestito giusto e la cravatta giusta, ma nel suo caso l'intonazione, l'espressione del viso e la cravatta
erano state sempre cos impeccabili da dargli una credibilit senza eguali. E ci voleva credibilit per
condurre un programma come Stasera con noi. Stranamente, le sue dichiarazioni entusiastiche
sull'audience delle sue trasmissioni, o la confessione che era lui, e non la direzione, a spingere alle
riunioni di redazione perch si scegliessero i temi pi nazionalpopolari, sembravano averlo reso ancor
pi inattaccabile. Odd G. Dybwad voleva argomenti che facessero salire la temperatura e
appassionassero il pubblico, non che suscitassero dubbi, pluralit di opinioni o contrasti dialettici;
quella era materia per gli articoli dei giornali. Ogniqualvolta gli venivano fatte delle domande in
merito, rispondeva invariabilmente: Perch lasciare le discussioni sulla famiglia reale, sui genitori
adottivi omosessuali e sugli abusi dello stato sociale a professionisti poco seri quando possiamo
parlarne a Stasera con noi?
Stasera con noi era un programma di grandissimo successo e Odd G. Dybwad una stella del
giornalismo. Cos luminosa che dopo un divorzio molto doloroso, e molto pubblico, aveva potuto
risposarsi con una donna pi giovane, anche lei in ascesa, e che lavorava nello stesso canale.
 Stasera parleremo di due argomenti,  disse il conduttore con la voce che gi gli tremava un
poco per l'emozione mentre fissava gli spettatori a casa con occhi penetranti.  Innanzitutto
affronteremo uno dei casi di omicidio pi drammatici della storia norvegese. Dopo un mese d'intense
indagini la polizia  convinta di essere riuscita finalmente a venire a capo del cosiddetto caso Greve, in
cui sono stati compiuti ben otto omicidi. Un uomo  stato strangolato nella sua fattoria nelle campagne
di Elverum. Quattro poliziotti sono stati investiti da un Tir rubato. Una donna  stata uccisa nel suo
appartamento a Oslo. Infine i due protagonisti si sono ammazzati a vicenda in un'abitazione di
Tonsenhagen, sempre a Oslo. L'ultimo dramma, come sappiamo,  stato filmato perch la casa era
dotata di un allarme collegato a un sistema di videosorveglianza; le copie pirata di questo video sono
gi in circolazione e nelle ultime settimane hanno imperversato su internet.
Dybwad aument la dose di pathos.
 E come se non bastasse, al centro di questa bizzarra vicenda c' un quadro notissimo in tutto
il mondo, La caccia al cinghiale calidonio di Peter Paul Rubens, che dalla fine della Seconda guerra
mondiale si pensava fosse andato distrutto. Fino a quando, quattro settimane fa,  stato ritrovato in un
...  Qui G. Dybwad si emozion al punto da mettersi a balbettare...  Un ga-gabinetto esterno...
norvegese!
Dopo quest'introduzione Odd G. Dybwad dovette atterrare un attimo per poi librarsi di nuovo
in volo.
 Abbiamo qui con noi un ospite che ci aiuter a farci un'idea di questo caso. Brede Sperre...
G. Dybwad fece una piccola pausa a effetto: era il segnale affinch il regista, nella cabina di
regia, passasse alla camera due. Il regista opt per un primo piano dell'unico ospite in studio, un uomo
biondo, alto, aitante con un abito piuttosto costoso per essere quello di un ispettore della polizia, una
camicia con il collo slacciato e bottoni di madreperla. Probabilmente la mise era stata decisa dallo
stilista di Elle che lui si scopava in segreto, o quasi segreto. Per il momento nessuna delle
telespettatrici avrebbe fatto zapping.
 Lei ha condotto le indagini su questo omicidio per la Kripos. Oramai sono quindici anni che
lavora nella polizia. Le  mai capitato un caso del genere prima d'ora?
 Tutti i casi sono diversi,  rispose Brede Sperre con grande nonchalance. Non era necessario
essere indovini per sapere che, di l a poco, il suo cellulare sarebbe stato tempestato di sms. Una donna
che gli chiedeva se fosse single e se avesse voglia di prendere un caff con una persona interessante,
una ragazza madre che viveva appena fuori Oslo, con auto propria, e con tantissimo tempo libero la
settimana successiva. Un giovanotto al quale piacevano gli uomini maturi e risoluti. Qualcuna che
saltava a pi pari i preliminari e che spediva una propria foto. Una di cui era soddisfatta, bel sorriso,
fresca di parrucchiere, bei vestiti, scollatura profonda. Oppure senza la faccia. O senza i vestiti.
 Ma  evidente che otto omicidi non sono cosa di tutti i giorni,  prosegu Sperre. E aggiunse,
rendendosi conto che l'understatement poteva rischiare di farlo apparire spocchioso:  N qui da noi,
n in altri paesi con i quali verrebbe natu-ale confrontarci.
 Brede Sperre,  disse G. Dybwad, che era solito ripetere il nome degli ospiti un paio di volte
all'inizio del programma in modo che si fissasse nella mente degli spettatori.  Questo caso ha suscitato
vasta eco anche a livello internazionale. E nonostante siano morte ben otto persone, non sar che tanta
attenzione si deve soprattutto al fatto che al centro del caso c' un quadro di fama planetaria?
 Be', certamente si tratta di un quadro molto noto agli esperti d'arte.
 Be', io oserei dire, senza paura di essere contraddetto, che si tratta di un quadro noto in tutto il
mondo!  esclam Odd G. Dybwad cercando di incrociare lo sguardo di Sperre, forse per ricordargli
che avevano parlato di quel punto prima del programma, che loro due erano una squadra, e che quindi
dovevano collaborare in modo da raccontare una storia fantastica. Sminuire l'importanza del quadro
significava sminuire la sensazionalit dell'accaduto.
 In ogni caso il quadro di Rubens  stato fondamentale per consentire alla Kripos di risolvere il
caso, visto che non c'erano n sopravvissuti, n testimoni. Non  cos, Sperre?
 S,  cos.
 La polizia presenter il rapporto investigativo finale solo domattina, ma lei pu gi anticipare
ai nostri ascoltatori ci che  successo nel caso Greve e qual  stato il corso degli eventi dall'inizio alla
fine.
Brede Sperre annu. Ma invece di iniziare a parlare, bevve un sorso d'acqua. G. Dybwad, a
destra dello schermo, fece un sorriso raggiante. Forse avevano concordato quel piccolo intermezzo
teatrale, quella pausa che induceva gli spettatori a sedersi sull'orlo del divano in spasmodica attesa.
Forse Sperre aveva addirittura assunto la regia. Il poliziotto appoggi il bicchiere e inspir
profondamente.
 Come sa, prima di passare alla Kripos ho fatto parte della divisione investigativa e mi sono
dedicato ai molti furti d'opere d'arte avvenuti a Oslo negli ultimi due anni. Viste le analogie tra di loro,
avevamo pensato che fossero opera di una banda. Gi allora ci eravamo concentrati sulla societ di
vigilanza Tripolis, perch la maggior parte degli appartamenti svaligiati disponeva di quel sistema
d'allarme. E adesso sappiamo che uno degli autori dei furti lavorava proprio a Tripolis. Ove Kjikerud
aveva accesso alle chiavi degli appartamenti depositate presso la societ di vigilanza e quindi poteva
disattivare gli allarmi. Ed  evidente che aveva trovato anche il modo di cancellare i rapporti sulle
effrazioni nel database del sistema.  probabile che sia stato sempre lui a effettuare la maggior parte dei
fu-ti. Per aveva bisogno di un complice che fosse addentro al mondo dell'arte, che frequentasse gli
altri appassionati d'arte di Oslo e che sapesse chi possedeva cosa e dove.
 Ed  qui che entra in scena Clas Greve.
 Esatto. Lui stesso aveva una bella collezione di quadri nel suo appartamento in Oscars gate e
frequentava il mondo degli esperti d'arte, soprattutto quelli che gravitano intorno alla Galleri E., dove 
stato osservato in numerose occasioni. L ha avuto la possibilit di parlare con persone che
possedevano dipinti preziosi o che potevano dirgli chi li collezionava. Greve, a sua volta, trasmetteva
queste info-mazioni a Kjikerud.
 E Kjikerud cosa se ne faceva dei quadri dopo averli rubati?
 Grazie a una segnalazione anonima siamo riusciti a rintracciare un ricettatore a Gteborg, una
vecchia conoscenza della polizia, che ha gi ammesso di essere stato in affari con Kjikerud. Durante
l'interrogatorio ha raccontato ai nostri colleghi svedesi di aver ricevuto da lui una telefonata in cui lo
avvisava che stava per arrivare con un quadro di Rubens. Il ricettatore era molto scettico al riguardo. E
n il quadro, n Kjikerud, sono mai arrivati a Gteborg...
 No,  ripet G. Dybwad con un'enfasi tragica.  Perch, cos'era successo?
Sperre sorrise in modo ironico prima di continuare, come se trovasse un po' comica la verve
melodrammatica del conduttore.  Sembra che Kjikerud e Greve abbiano deciso di scaricare il
ricettatore. Forse hanno preferito vendere direttamente il quadro. Ricordiamoci che il ricettatore incassa
il cinquanta per cento della somma, e in questo caso si trattava di una somma a molti zeri. Greve, in
qualit di ex amministratore delegato di una societ olandese che commerciava tra l'altro con la Russia
e diversi paesi dell'ex blocco sovietico, aveva una ma-ea di contatti, non necessariamente legali. E
Kjikerud e Greve, con questo colpo, non avrebbero pi avuto preoccupazioni economiche per il resto
della loro vita.
 A giudicare dalle apparenze, per, Greve sembrava una persona benestante.
 La societ di cui era comproprietario navigava in cattive acque, e lui aveva appena perso il
posto di amministratore delegato. Aveva uno stile di vita piuttosto dispendioso che richiedeva
determinate entrate. Sappiamo tra l'altro che si era appena candidato per una posizione in un'azienda
norvegese con sede a Horten.
 Kjikerud quindi non si  presentato all'incontro con il ricettatore perch lui e Greve volevano
vendere il quadro per conto loro. E poi cos' successo?
 In attesa di un acquirente, dovevano nascondere il quadro da qualche parte e metterlo al
sicuro. Perci sono andati allo chalet che da anni Kjikerud affittava da Sindre Aa.
 Fuori Elverum.
 S. I vicini dicono che lo chalet non veniva usato spesso, ma che di tanto in tanto ci vedevano
due uomini. Nessuno di loro li ha mai incontrati per, sembrava quasi che si nascondessero.
 E secondo voi erano Greve e Kjikerud?
 Erano dei gran professionisti, molto acco-ti. Guai a farsi vedere insieme, non volevano
lasciare tracce che permettessero di stabilire un collegamento tra di loro. Nessuno li ha mai visti
insieme nemmeno una volta, e non ci sono tabulati telefonici che riportino loro telefonate.
 Ma poi c' stato un imprevisto?
 S. Quale, non lo sappiamo con esattezza. Erano andati allo chalet per nascondere il quadro.
Succede abbastanza spesso che, quando la posta in gioco  alta, si tenda a sospettare del partner di cui
ci si fidava fino a poco prima... Forse hanno iniziato a litigare. Probabile che fossero drogati, abbiamo
trovato tracce di stupefacenti nel sangue.
 Stupefacenti?
 Un mix di Ketalar e Dormicum. Roba piuttosto forte e poco diffusa tra i tossicomani di Oslo,
quindi supponiamo che se la fosse portata dietro Greve da Amsterdam. Forse per via di quel mix hanno
cominciato ad agire in modo poco accorto e alla fine hanno perso totalmente il controllo. Al punto da
ammazzare Sindre Aa. Dopo...
 Un momento,  lo interruppe G. Dybwad.  Pu spiegare ai nostri spettatori cosa  successo
nel caso del primo omicidio?
Sperre alz un sopracciglio, come a esprimere un certo fastidio di fronte all'evidente interesse
del conduttore del programma per i particolari pi macabri. Poi fin per assecondarlo:
 No, in realt possiamo solo fare ipotesi. Forse Kjikerud e Greve hanno deciso di festeggiare
gi allo chalet di Sindre Aa e poi si sono vantati del famoso quadro che avevano rubato. Aa ha cercato
di chiamare la polizia oppure li ha minacciati. A questo punto Clas Greve lo ha ucciso con una garrota.
 E una garrota ...?
 Un filo sottile di metallo o di nylon che viene stretto intorno al collo della vittima in modo che
non arrivi pi ossigeno al cervello.
 E la vittima muore?
 Eh... s.
In sala regia venne premuto un tasto e sul monitor apparve ci che vedevano anche migliaia di
spettatori. Odd G. Dybwad annu lentamente mentre fissava Sperre con un'espressione di orrore e
gravit. Gli spettatori dovevano avere il tempo di digerire la notizia. Uno, due, tre secondi. Tre anni,
per la tv. Probabile che il regista stesse sudando in quel momento. Quindi Odd G. Dybwad ruppe il
silenzio.  Come fate a sapere che  stato Greve ad ammazzarlo?
 Prove forensi. Abbiamo trovato la garrota in tasca alla giacca dell'olandese, con suoi lembi di
pelle e tracce del sangue di Sindre Aa.
 E voi quindi sapete che sia Greve, sia Kjikeud si trovavano nella sala di Sindre Aa all'ora in
cui  stato commesso il delitto?
 S.
 Come fate a esserne sicuri? Altre prove forensi?
Sperre si agit, a disagio.  S.
 Quali?
Brede Sperre tossicchi e gett una rapida occhiata a G. Dybwad. Forse erano stati in
disaccordo su questo punto. Forse Sperre aveva chiesto che non si soffermassero sui singoli particolari,
ma G. Dybwad aveva insistito, sostenendo che erano importanti per rendere avvincente la storia.
Sperre prese coraggio.  Sul cadavere di Sindre Aa, e anche intorno a esso, abbiamo trovato
delle tracce. Tracce di escrementi.
 Escrementi!  esclam G. Dybwad.  Umani?
 S. Abbiamo sottoposto le feci al test del Dna. Per la maggior parte mostrano una
corrispondenza con il profilo genetico di Ove Kjikerud. In alcuni casi con quello di Clas Greve.
G. Dybwad fece un gesto di disappunto.  Ma che cosa  successo, Sperre?
 Difficile saperlo nel dettaglio, ma sembra che Greve e Kjikerud si siano...  Prese
nuovamente coraggio.  ... spalmati addosso i loro escrementi. Alcuni lo fanno, no?
 In altre parole stiamo parlando di persone fortemente disturbate?
 Come abbiamo gi detto, avevano assunto stupefacenti. Comunque ci troviamo sicuramente di
fronte a un comportamento... deviante.
 Concordo, anche perch... c' dell'altro, no?
 Infatti.
Sperre fece una pausa quando G. Dybwad alz l'indice, il segnale concordato che doveva
indicare una brevissima interruzione. Sufficiente perch gli spettatori riuscissero a digerire le
informazioni ricevute e si preparassero a quelle successive. Poi l'investigatore prosegu.
 In piena allucinazione da stupefacenti, Ove Kjikerud decide di giocare uno scherzo crudele al
cane che Clas Greve ha portato con s. Lo infilza sui rebbi di un caricatore d'insilato, ma ha
sottovalutato che si tratta di un cane da combattimento e quindi si ritrova con morsi assai profondi nel
collo. Dopodich va in giro per la zona alla guida del trattore a cui  agganciato il caricatore con il
cane. Probabilmente  cos drogato che per miracolo non finisce fuori strada e viene fermato da un
automobilista che, non avendo idea dei guai in cui si sta cacciando, fa quello che farebbe ogni cittadino
coscienzioso, ovvero carica Kjikerud, cos malconcio, sulla sua auto e lo porta in ospedale.
 Che differenza... qualitativa pu esserci tra gli uomini!  esclam G. Dybwad.
 Davvero!  stato questo automobilista a raccontarci di aver notato che Kjikerud era ricoperto
di escrementi. All'inizio ha pensato che fosse caduto nel deposito del letame, ma il personale
infermieristico che l'ha lavato ci ha detto che quella era me-da umana, non animale. E loro hanno una
certa esperienza con... con...
 Cos'hanno fatto a Kjikerud quando  arrivato in ospedale?
 Kjikerud era semisvenuto, ma gli hanno fatto la doccia, gli hanno bendato le ferite e l'hanno
messo in un letto.
 Ed  stato l, grazie agli esami del sangue, che hanno scoperto tracce di stupefacenti?
 No, quando abbiamo richiesto i risultati era ormai troppo tardi, erano gi stati distrutti come di
prassi. La presenza degli stupefacenti  emersa durante l'autopsia.
 Bene, ma ora facciamo un passo indietro. Siamo arrivati a quando Kjikerud si trova in
ospedale e Greve  ancora alla fattoria. Cosa succede a questo punto?
 Clas Greve non vede tornare Kjikerud e s'insospettisce. Scopre che il trattore  sparito, prende
la sua auto e inizia a girare per la zona alla ricerca del complice. Siamo arrivati alla conclusione che
Greve sia riuscito a captare le frequenze radio della polizia in auto e abbia cos scoperto che i poliziotti
avevano ritrovato il trattore e poi, qualche ora pi tardi, il cadavere di Sindre Aa.
 Esatto, quindi adesso Greve  nei guai. Non sa dove sia il suo complice, la polizia ha scoperto
il cadavere di Aa  nella fattoria  stato commesso un delitto  ed  alla ricerca dell'arma, quindi c'
anche il rischio che scopra il quadro di Rubens. Quali pensieri attraversano la mente di Greve in questo
momento?
Sperre ebbe un attimo di esitazione. Perch una simile domanda? Nei rapporti della polizia si
evita sempre di descrivere cosa si crede pensino le persone; ci si attiene a ci che, in base alle prove, le
persone coinvolte hanno fatto o detto, al massimo si riporta quello che sostengono di aver pensato. Ma
in questo caso nessuno aveva detto nulla. D'altro canto Sperre sapeva di dover offrire qualche
particolare agli spettatori, doveva contribuire a vendere la storia, perch... perch... Forse non aveva
mai osato confessarlo nemmeno a s stesso, perch sapeva quale sarebbe stata la conclusione. Gli
piaceva essere contattato dai media, intervistato quando c'era qualcosa da commentare o da spiegare,
riconosciuto per strada, fotografato coi cellulari dalla gente. Ma se lui avesse smesso di collaborare, i
media avrebbero smesso di cercarlo. Alla fine a cosa si riduceva il tutto? A una scelta fra integrit
morale e attenzione da parte dei media, tra rispetto dei colleghi e popolarit presso l'uomo della strada.
 Greve sta pensando...  rispose Brede Sperre,  che si trova in una situazione difficile. Si
aggira in auto, cerca e cerca finch viene mattina. A questo punto sente alla radio della polizia che Ove
Kijkerud sar arrestato, prelevato in ospedale e tradotto al distretto per un interrogatorio. E adesso la
situazione per lui non  pi solo difficile, ma disperata. Sa bene che Kijkerud non  un duro, che la
polizia lo metter sotto torchio, che forse gli offrir uno sconto di pena se denuncer il suo complice,
che ovviamente non si addosser la colpa dell'omicidio di Sindre Aa.
 Logico,  convenne G. Dybwad, chinandosi su di lui e incitandolo.
 A questo punto Greve si rende conto che l'unico modo che ha per cavarsela  quello di
liberare Ove Kjikerud dalla polizia prima dell'interrogatorio. Oppure...
A Sperre non serv l'indice discretamente alzato di Dybwad per capire che era giunto il
momento di fare un'altra piccola pausa.
 Oppure ammazzarlo nel tentativo di liberarlo.
Il segnale tv sembr crepitare nell'aria dello studio, cos secca per via delle luci che pareva
potesse incendiarsi da un momento all'altro. Sperre continu:
 Quindi Greve inizia a cercare un'altra macchina. E in un parcheggio trova un Tir. Vista
l'esperienza che ha maturato in un corpo speciale olandese, sa come metterlo in moto. Tanto conosce le
frequenze radio della polizia e di certo ha studiato a fondo la cartina, quindi sa qual  il tragitto che far
l'autopattuglia diretta a Elverum con Kjikerud a bordo. E l'aspetta seduto sul Tir, in sosta in una strada
laterale...
G. Dybwad intervenne facendo un gesto che invitava l'ispettore ad anticipare la conclusione. 
E a questo punto abbiamo l'episodio pi drammatico dell'intera vicenda.
 S,  conferm Sperre abbassando lo sguardo.
 So che per lei  molto doloroso parlarne, Brede,  aggiunse G. Dybwad.
Brede. L'aveva chiamato per nome. Quello era il segnale.
 Fate un primo piano di Sperre adesso,  disse il regista in cuffia alla camera uno.
Sperre trasse un profondo sospiro.  Quattro validi poliziotti sono rimasti uccisi nell'incidente,
tra cui un caro collega che lavorava insieme a me alla Kripos, Joar Sunded.
La regia aveva zoomato con tale cautela che lo spettatore medio non si era accorto che il volto
di Sperre occupava ora uno spazio leggermente pi grande nell'inquadratura dello schermo televisivo;
notava solo l'atmosfera pi tesa, il maggior clima d'intimit, la sensazione di entrare sotto la pelle di
quel poliziotto cos emotivo e cos aitante.
 L'autopattuglia si cappotta oltre lo spartitraffico e finisce tra gli alberi vicino al fiume, 
spieg G. Dybwad.  Ma Ove Kjikerud sopravvive, il che ha del miracoloso.
 S . Sperre intanto si era ripreso.  Riesce a uscire dalla carcassa della macchina, da solo
oppure con l'aiuto di Greve. E torna con lui a Oslo dopo che hanno lasciato l il Tir. Quando la polizia
pi tardi scopre l'autopattuglia e vede che manca un cadavere, pensa che sia finito nel fiume. Kjikerud
tra l'altro ha infilato i propri vestiti a uno dei cadaveri, e questo causa una certa confusione su chi
manchi all'appello.
 Ma anche se Greve e Kjikerud in questo momento si trovano al sicuro, sono tutti e due vittime
di un attacco di paranoia, vero?
 S. Kjikerud sa che quando Greve ha centrato l'autopattuglia con il Tir, non si  preoccupato
del fatto che lui sopravvivesse o meno. Si rende conto di essere in pericolo di vita, e Greve ha almeno
due buoni motivi per liberarsi di lui. Innanzitutto  un testimone scomodo dell'omicidio di Aa, e poi
non dovrebbero pi dividere il bottino, ovvero i soldi ottenuti dalla vendita del quadro di Rubens. Sa
che Greve colpir non appena ne avr l'occasione.
G. Dybwad si sporse in avanti, eccitato.  E ora entriamo nell'ultimo atto del dramma. I due
arrivano a Oslo, e Kjikerud torna a casa. Ma non per riposare. Sa che la prima mossa deve essere sua,
che o mangia, o sar mangiato. Quindi dal suo ricco arsenale preleva una piccola pistola nera, una...
una...
 Rohrbaugh R9,  rispose Sperre.  Nove millimetri, semiautomatica, sei proiettili nel
caricat...
 E quindi la porta con s dove pensa di trovare Clas Greve. Ovvero dalla sua amante. Non 
vero?
 Non siamo sicuri del tipo di rapporto che Greve aveva con quella donna, ma sappiamo che
erano sempre in contatto e che si vedevano spesso; le impronte di Greve sono presenti un po'
dappertutto nella camera da letto di lei.
 Kjikerud si dirige quindi a casa dell'amante di Greve e si prepara a sparare quando lei viene
ad aprirgli,  disse G. Dybwad.  Lei lo fa entrare in corridoio e lui la uccide a bruciapelo. Poi va in
cerca di Clas Greve, ma lui non c'. Kjikerud sistema il cadavere della donna sul letto e torna nella sua
abitazione. Fa in modo di avere comunque sempre un'arma a portata di mano, anche quando va a
dormire. Ed  ora che spunta Clas Greve.
 S. Non sappiamo come sia riuscito a entrare, forse ha usato un grimaldello. In ogni caso non
sa di aver attivato l'allarme silenzioso nel momento in cui ha messo piede in casa. Non sa nemmeno
che, cos, ha fatto partire le telecamere di sorveglianza installate in casa.
 E questo significa che la polizia  in possesso dei filmati di quanto  accaduto da quel
momento in poi, ovvero il regolamento di conti tra i due criminali. Potrebbe raccontare in breve cos'
successo a coloro che non hanno avuto il fegato di andarli a vedere su internet?
 I due iniziano a spararsi. Greve esplode per primo due colpi con la sua Glock 17. Strano a
dirsi, fa cilecca in entrambi i casi.
 Strano a dirsi?
 A cos breve distanza, s. Greve aveva comunque fatto parte delle forze speciali olandesi.
 Quindi colpisce il muro?
 No.
 No?
 Non c'erano proiettili nel muro vicino alla pediera del letto. Colpisce la finest-a. A essere
precisi, non la colpisce nemmeno, visto che  spalancata. Spara fuori.
 Fuori? Come fate a esserne sicuri?
 Perch abbiamo trovato i proiettili della pistola all'esterno.
 Eh?
 Nel bosco dietro casa. In una voliera per civette appesa sul ramo di un albero . Sperre sorrise
ironicamente, come fanno spesso gli uomini quando sono convinti di aver minimizzato una storia
sensazionale.
 Capisco. E quindi?
 Kjikerud risponde al fuoco con una mitraglietta Uzi che ha l sul letto. Come vediamo nel
filmato, colpisce Greve all'inguine e alla pancia. All'olandese cade la pistola, ma poi riesce in extremis
a recuperarla e spara un terzo e ultimo colpo che centra Kjikerud in fronte, sopra l'occhio destro. Il
proiettile provoca estesi danni cerebrali. Ma non capita ci che in genere si vede nei film, ovvero che la
persona colpita muore all'istante. Kjikerud riesce in realt a sparare un'ultima raffica prima di tirare le
cuoia. E a uccidere Clas Greve.
Segu un lungo silenzio. Il regista probabilmente alz un dito, era il segnale che mancava un
minuto e che quindi era giunto il momento di riassumere e concludere l'argomento.
Odd G. Dybwad si appoggi allo schienale, ma adesso aveva un'aria pi rilassata.  Quindi la
Kripos non ha mai avuto dubbi su come si sono svolti i fatti?
 No,  rispose Sperre guardando G. Dybwad negli occhi. Poi spalanc le braccia.  Ma  ovvio
che ci rimarr qualche dubbio sui particolari. E che non tutto sar chiarito. Tanto per fare un esempio,
l'anatomopatologo che  arrivato sulla scena del crimine ha detto che la temperatura corporea di
Kjikerud era scesa velocissimamente, e questo  un dato piuttosto strano: in base alle normali tabelle
avrebbe dovuto fissare il momento della morte a quasi ventiquattr'ore prima. Ma poi ai poliziotti l
presenti  venuto in mente che quand'erano arrivati avevano trovato la finestra spalancata. E quello era
stato il primo giorno in cui la temperatura a Oslo era scesa sotto lo zero. Questo genere di incongruenze
si verificano in continuazione, fanno parte del nostro lavoro.
 S, infatti anche se nei filmati non si vede Kjikerud, nella sua testa  stato comunque trovato
un proiettile...
 ... esploso dalla Glock con cui ha sparato Greve . Sperre sorrise di nuovo.  Le prove
forensi, come amate dire voi della stampa, sono schiaccianti.
G. Dybwad fece un sorriso di circostanza mentre radunava i fogli davanti a lui, il segnale che
l'intervista era finita. Gli rimaneva solo da ringraziare Brede Sperre, guardare nella camera uno e
annunciare il secondo argomento della serata: un altro pacchetto di sussidi agli agricoltori. Ma si ferm
con la bocca socchiusa, gli occhi rovesciati. Qualcuno gli aveva sussurrato qualcosa all'orecchio?
Aveva dimenticato un particolare?
 Un'ultima domanda, Sperre,  disse, in tono tranquillo, abile, professionale.  Cosa sapete in
realt della donna che  stata uccisa?
Sperre alz le spalle.  Non molto. Come accennavo prima, immaginiamo sia stata l'amante di
Greve. Uno dei vicini ci ha detto di averlo visto diverse volte entrare e uscire dal suo appartamento. La
donna aveva la fedina penale pulita, ma abbiamo saputo dall'Interpol che era stata coinvolta in una
faccenda di droga molti anni fa, quando lei e i suoi genito-i abitavano nel Suriname. Era la fidanzatina
di uno dei trafficanti, ma quando lui fu ucciso dalle truppe speciali olandesi, lei le aiut a catturare il
resto della banda.
 Quindi non fu mai condannata?
 Era troppo giovane per essere penalmente perseguibile. Ed era incinta. Le autorit la
rispedirono con la famiglia al suo paese natale.
 E cio...?
 In Danimarca. Da allora, a quanto ne sappiamo, ha sempre vissuto una vita tranquilla. Si era
trasferita a Oslo tre mesi fa. Dove ha fatto una tragica fine.
 E a proposito di fine, purtroppo ora dobbiamo concludere. Ringraziamo l'ispettore Sperre per
essere stato con noi e l'attendiamo presto di nuovo nel nostro programma . Dybwad si tolse gli
occhiali, guard nella camera uno.  La Norvegia dovr coltivare i suoi pomodori a qualunque prezzo?
Qui a Stasera con noi incontreremo fra poco...
Quando, col pollice sinistro, premetti il pulsante off, lo schermo della tv implose. In genere
spegnevo il televisore con il destro, ma avevo il braccio occupato. E anche se mi si stava per
addormentare perch il sangue circolava male, non l'avrei spostato per tutto l'oro del mondo: sosteneva
la pi bella testa che conoscessi. La testa si gir verso di me e una mano spost il piumone che mi
copriva cos da vedermi meglio.
 Davvero hai dormito nel suo letto quella notte dopo averla uccisa? Ti sei sdraiato di fianco a
lei? Quanto hai detto che era largo il letto?
 Stando al catalogo Ikea centouno centimetri,  risposi.
I grandi occhi blu di Diana mi fissarono con orrore. Ma, se non mi sbagliavo, anche con una
certa ammirazione. Indossava un nglig di Yves Saint Laurent che al contatto con la pelle mi faceva
venire i brividi, mentre m'incendiava quando, come in quel momento, il mio corpo premeva contro
quello di mia moglie.
Si iss sui gomiti.
 Dove le hai sparato?
Chiusi gli occhi e gemetti.  Diana! Eravamo d'accordo che non ne avremmo parlato.
 Lo so, ma adesso sono pronta, Roger, te lo prometto.
 Tesoro, ascolta...
 No! Domani uscir il rapporto della polizia e verr comunque a sapere tutti i dettagli.
Preferirei che me li raccontassi tu stesso.
Sospirai.  Sicura?
 Sicurissima.
 In un occhio.
 Quale?
 Questo . Indicai con il dito il suo sopracciglio sinistro, cos ben formato.
Abbass le palpebre e fece dei respiri profondi e lenti. Inspir ed espir.  Con cosa le hai
sparato?
 Una piccola pistola nera.
 Dove...?
 L'avevo trovata a casa di Ove . Passai il dito lungo il sopracciglio, le accarezzai gli zigomi
alti.  E il proiettile  finito proprio qui. Senza le mie impronte, ovviamente.
 E dov' che lei ha sparato?
 In corridoio.
Il respiro di Diana si era fatto pi frequente.  Ha detto qualcosa? Era spaventata? Si  resa
conto di cosa stava succedendo?
 Non so. Le ho sparato a bruciapelo.
 Che cosa hai provato?
 Dispiacere.
Abbozz un sorriso.  Dispiacere? Davvero?
 S.
 Anche se aveva cercato di attirarti nella trappola di Clas?
Smisi di accarezzarla. Anche adesso che era passato un mese da quando si era conclusa l'intera
faccenda, mi dava fastidio che lo chiamasse per nome. Ma aveva ragione. Lotte aveva avuto il compito
di diventare la mia amante, era lei che avrebbe dovuto presentarmi Clas Greve e convincermi a
convocarlo a un colloquio di lavoro per Pathfinder e poi controllare che lo assumessi. Quanto tempo ci
aveva messo a farmi abboccare all'amo? Tre secondi? E io mi ero dimenato invano fin quando lei
aveva riavvolto completamente il filo. Ma poi era successo qualcosa di sorprendente. L'avevo mollata.
Ero un uomo che amava a tal punto sua moglie da avere, di sua spontanea volont, rinunciato a
un'amante che si sacrificava e non chiedeva nulla. Davvero sorprendente. E loro avevano dovuto
cambiare piano.
 S, mi faceva pena,  aggiunsi.  Penso di essere stato solo l'ultimo di una lunga serie di
uomini che hanno deluso Lotte.
Vidi Diana trasalire quando mi sent pronunciare il suo nome. Bene.
 Preferisci che parliamo di qualcos'altro?  proposi.
 No, voglio parlarne adesso.
 Okay. Spiegami come ha fatto Greve a sedurti. E a convincerti ad assumere il ruolo di quella
che avrebbe dovuto manipolarmi.
Rise sommessamente.  Per me va bene.
 Lo amavi?
Si gir verso di me e mi guard a lungo.
Ripetei la domanda.
Sospir e mi si rannicchi addosso.  Ne ero innamorata.
 Innamorata?
 Mi avrebbe dato un figlio. Quindi me ne sono innamorata.
 Cos semplice?
 S. Ma non  affatto semplice, Roger.
Aveva ragione, come sempre. Non era semplice.
 E tu eri disposta a tutto per quel bambino? Anche a sacrificare me?
 S, anche te.
 Anche se dovevo pagare con la vita?
Sfreg appena la tempia contro la mia spalla.  No, quello no. Sai bene che pensavo solo di
doverti convincere a scrivere la lettera in cui si raccomandava la sua assunzione.
 Ci hai creduto davvero, Diana?
Non rispose.
 Davvero, Diana?
 S. Almeno penso. Devi capire che volevo crederci.
 Al punto di andare a sistemare la pallina di gomma con il Dormicum sul sedile dell'auto?
 S.
 E quando sei scesa in garage era per portarmi dove lui avrebbe dovuto convincermi?
 Di questo abbiamo gi parlato, Roger. Lui mi ha detto che era la soluzione meno rischiosa per
tutti. Avrei dovuto capire che era una follia. E forse l'ho anche capito. Non so cos'altro dirti.
Rimanemmo sdraiati cos, assorbiti dai nostri pensieri, ascoltando il silenzio. D'estate
riuscivamo a sentire la pioggia e il vento tra gli alberi del giardino, ma non ora. Tutto era ormai
spoglio. E silenzioso. L'unico conforto era sapere che la primavera sarebbe tornata. Forse.
 E per quanto tempo sei stata innamorata?  le chiesi.
 Fino a quando non mi sono resa conto di cosa stavo facendo. La sera che non sei tornato a
casa...
 S?
 Avrei voluto morire.
 Non ti ho chiesto quanto sei stata innamorata di lui,  precisai,  ma di me.
Rise piano.  Non posso risponderti, perch lo sono ancora.
Diana non mentiva quasi mai. Non perch non ne fosse capace. Era una bugiarda fantastica.
Non mentiva perch non ne aveva voglia. Le persone belle non hanno bisogno di un guscio, non
devono imparare tutti i meccanismi di difesa che sviluppiamo noi altri per proteggerci dai rifiuti e dalle
delusioni. Ma quando donne come Diana decidono di mentire, lo fanno in modo sistematico ed
efficace. Non perch siano pi amorali degli uomini, ma perch sono pi abili nel gestire questo aspetto
del tradimento. Ecco perch mi ero rivolto a lei l'ultima sera. Perch sapevo che sarebbe stata la
candidata perfetta per quel lavoro.
Dopo essere entrato in casa, ero rimasto in corridoio e avevo ascoltato per un po' i suoi passi sul
parquet, poi ero salito su per le scale ed ero entrato in sala. Avevo sentito i suoi passi fermarsi, il
telefono le era caduto sul tavolino, l'avevo sentita sussurrare con voce soffocata Roger, avevo visto i
suoi occhi riempirsi di lacrime. E non avevo fatto nulla per fermarla quando lei mi si era buttata al
collo.  Grazie a Dio sei vivo! Ho provato a telefonarti tutto ieri e tutto oggi... Dove sei stato?
E non mentiva. Piangeva perch era convinta di avermi perso. Perch aveva eliminato me e il
mio amore dalla sua vita e li aveva spediti dal veterinario come si fa con un cane che deve essere
soppresso. No, non stava mentendo. Me lo diceva la pancia. Ma come ho gi detto, io non conosco le
persone, e Diana  bravissima a mentire. Cos, quando era andata in bagno ad asciugarsi le lacrime,
avevo preso il suo telefono e controllato se avesse in effetti cercato di chiamarmi. Tanto per eliminare
ogni dubbio.
Quand'era ritornata dal bagno le avevo raccontato tutto. Ma proprio tutto. Dov'ero stato, chi ero
stato, cos'era successo. Le avevo parlato dei furti dei quadri, del suo telefono che avevo trovato sotto il
letto nell'appartamento di Clas Greve, della danese Lotte che mi aveva ingannato. Della conversazione
con Greve all'ospedale. Da cui avevo capito che conosceva Lotte, che era lei la sua pi fedele alleata,
che non era stata Diana a spalmarmi sui capelli la gelatina con i trasmettitori, ma la ragazza diafana dai
capelli castani e dalle dita magiche, la traduttrice che parlava spagnolo e preferiva le storie degli altri
alle sue. E che avevo avuto la gelatina sui capelli gi quando avevo trovato Kjikerud in auto. Diana mi
aveva ascoltato con gli occhi sgranati, ma in silenzio, per tutto il mio racconto.
 Greve mi ha detto in ospedale che ti avevo convinta ad abortire perch il bambino aveva la
sindrome di Down.
 Down?  era la prima cosa che Diana aveva detto in tanti minuti.  Come gli era venuta
un'idea simile? Io non gli avevo detto...
 Lo so. Era una cosa che mi ero inventato parlando con Lotte dell'aborto. Lei mi aveva
raccontato che i suoi genitori l'avevano costretta ad abortire quand'era adolescente. Cos avevo trovato
la scusa della sindrome di Down pensando che forse mi avrebbe messo in una luce migliore.
 Quindi lei.. lei...
 S,  avevo detto.  Lei era l'unica che poteva averlo rivelato a Clas Greve.
Avevo fatto una pausa. Aspettato che metabolizzasse tutte quelle informazioni.
Poi le avevo detto cosa sarebbe successo.
Mi aveva guardato terrorizzata e aveva gridato:  Non posso fare una cosa del genere, Roger!
 S,  avevo risposto.  Puoi e devi farlo, cara,  aveva detto il nuovo Roger Brown.
 Ma... ma...
 Lui ti ha mentito, Diana. Non pu darti un figlio.  sterile.
 Sterile?
 Io ti dar un figlio. Te lo prometto. Basta che tu faccia quello che ti chiedo.
Si era rifiutata. Aveva pianto. Supplicato. E poi aveva promesso.
Quando quella sera ero andato da Lotte per ucciderla, avevo gi dato tutte le istruzioni a Diana e
sapevo che se la sarebbe cavata egregiamente. M'immaginai la scena di come aveva accolto Greve al
suo arrivo, il sorriso seducente, perfido, il cognac gi nel bicchiere che gli porgeva; avevano brindato
alla vittoria, al futuro, al bambino non ancora concepito. Che doveva essere concepito quella stessa
notte, subito, subito!
Trasalii quando Diana mi pizzic un capezzolo.  A cosa stai pensando?
Mi coprii meglio con il piumone.  Alla sera in cui Greve  venuto qui. In cui si  sdraiato dove
sono io adesso.
 E allora? Tu quella notte hai dormito insieme a un cadavere.
Fino a quel momento ero riuscito a evitarlo, ma non ce la feci pi e le chiesi:  Avete fatto
sesso?
Rise piano.  Sei riuscito a trattenerti molto a lungo, caro.
 L'avete fatto o no?
 Diciamo cos: le gocce di Dormicum che erano rimaste nella pallina di gomma e che avevo
spremuto nel cocktail di benvenuto hanno agito pi in fretta del previsto. Mi sono messa in ghingheri
per la seratina, ma quando sono tornata qui l'ho trovato che dormiva gi come un bambino. La mattina
successiva, invece...
 Ritiro la domanda,  mi affrettai a dire.
Diana mi accarezz lo stomaco e rise di nuovo.  La mattina dopo era sveglio come un grillo.
Ma io non c'entro, era stata una telefonata a svegliarlo.
 S, l'ho chiamato io per mettergli una pulce nell'orecchio.
 Direi che ha funzionato. Si  vestito ed  uscito immediatamente.
 Dove aveva la pistola?
 Nella tasca della giacca.
 L'ha controllata prima di uscire?
 Non lo so. Non avrebbe comunque notato la differenza, il peso era pi o meno lo stesso. Ho
sostituito solo i primi tre proiettili del caricatore.
 S, ma le munizioni a salve che ti avevo dato avevano una D rossa sul fondo.
 Se avesse controllato, avrebbe pensato che stava per dietro.
La nostra risata riemp la camera da letto. Mi godetti quello scoppio d'ilarit. Se tutto fosse
andato come da programma e il test della farmacia fosse risultato positivo, di l a poco sarebbero
risuonate le risate non di due, ma di tre persone. E avrebbero scacciato l'altro suono, l'eco che mi
svegliava ancora di notte. I colpi sparati da Greve, il bagliore emesso dalla bocca della pistola, la
frazione di secondo in cui avevo pensato che Diana non avesse sostituito le cartucce, che avesse di
nuovo cambiato squadra. E poi l'eco, il tintinnio dei proiettili che cadevano sul parquet gi disseminato
di bossoli, di munizioni normali e di altre a salve, vecchie e nuove, in tal numero che la polizia non
sarebbe riuscita a distinguerle neanche se avesse avuto il sospetto che le riprese filmate fossero una
montatura.
 Hai avuto paura?  mi chiese.
 Paura?
 Non mi hai mai detto cos'hai provato. E non ti si vede, nelle immagini...
 Immag...  Mi spostai un po', cos da vederla in viso.  Mi stai dicendo che sei andata su
internet a guardare i video?
Non rispose. E pensai che c'erano ancora tante cose che non sapevo di Diana. E che forse una
vita non sarebbe bastata per scoprire tutti i suoi misteri.
 S,  risposi.  Ho avuto paura.
 Perch? Sapevi bene che la sua pistola non aveva...
 Solo le prime tre munizioni erano a salve. Ho dovuto fare in modo che le sparasse tutte e tre
per evitare che la polizia ne trovasse una nel caricatore e scoprisse il mio piano, capisci? Per poteva
anche succedere che sparasse qualche munizione normale. O che avesse cambiato il caricatore prima di
arrivare. O portato con s un complice di cui ignoravo l'esistenza.
Torn il silenzio. Poi lei mi chiese in tono sommesso:  Quindi non avevi paura di nient'altro?
 S, risposi girandomi verso di lei.  Di un'altra cosa.
Sentii il suo respiro accelerare e il suo alito caldo sul viso.
 Che ti avesse ammazzato,  risposi.  Greve non aveva nessuna intenzione di creare una
famiglia con te, e tu eri una testimone pericolosa. Sapevo di metterti in pericolo quando ti ho chiesto di
fare da esca, quella notte.
 Sapevo in ogni istante di essere in pericolo, amore mio,  mi sussurr.   stato per questo
che gli ho servito il cocktail subito dopo che ha messo piede in casa. E che non l'ho svegliato finch tu
non gli hai telefonato. Prevedevo che avrebbe avuto parecchio da fare dopo aver sentito la voce del
fantasma. E poi avevo sostituito i primi tre proiettili, giusto?
 Giusto,  risposi. Diana, come ho gi spiegato,  una donna che ha un rapporto rilassato con la
logica e con i numeri primi.
Mi accarezz la pancia.  Ho molto apprezzato che tu, deliberatamente e consapevolmente,
abbia messo a repentaglio la mia vita...
 Eh?
Continu ad accarezzarmi, ma con la mano era scesa gi verso il mio pene. Mi accarezz le
palle, le soppes, le strinse piano.  L'equilibrio  un fattore essenziale,  spieg.  E lo  in tutti i
rapporti in cui c' armonia. Deve esserci un equilibrio nella colpa, nella vergogna, nei rimorsi.
Rimuginai sulle sue parole, provai a metabolizzarle, lasciai che il cervello assimilasse quel
ragionamento piuttosto originale.
 Vuoi dire che...  iniziai, poi mi bloccai e ripresi:  Intendi dire che hai accettato di rischiare
la vita per colpa mia... che...
 Era il giusto prezzo da pagare per quello che ti avevo fatto. Cos come la Galleri E.  stato il
giusto prezzo da pagare per l'aborto.
  da tempo che lo sai?
 Certo. Cos come lo sapevi tu.
 Precisamente,  dissi.  Una sorta di penitenza.
 S, una penitenza. Uno strumento assai sottovalutato per sentirsi in pace con s stessi . Mi
strizz con maggior vigore i testicoli, e io provai a rilassarmi, a godermi quella sensazione dolorosa.
Respirai il suo profumo. Era delizioso, ma sarebbe mai riuscito a coprire la puzza degli escrementi
umani? Avrei mai trovato un rumore in grado di coprire quello dei polmoni di Greve che si
perforavano? Per qualche istante avevo avuto l'impressione che mi fissasse con occhi vitrei, con gli
occhi di chi ha subito un'ingiustizia, quando avevo richiuso le dita fredde di Ove attorno al calcio e al
grilletto della Uzi e della piccola Rohrbaugh nera con cui avevo ucciso Lotte. Avrei mai mangiato
qualcosa capace di scacciare il sapore della carne morta di Ove? Mi ero chinato su di lui, sdraiato sul
letto, e avevo affondato i canini nel suo collo. Serrato le mandibole fin quando la carne si era lacerata e
la mia bocca non si era riempita del sapore del cadavere. Non era quasi uscito sangue, e dopo aver
ricacciato indietro i conati di vomito ed essermi asciugato la saliva avevo osservato il risultato. Un
investigatore che cercava solo quello avrebbe anche potuto scambiarlo per il morso di un cane. Poi ero
uscito dalla finestra aperta dietro il letto di Ove per evitare di passare davanti alle telecamere. Avevo
proseguito per il bosco, imboccato sentieri e vie. Salutato cordialmente chi incontravo. L'aria, che
diventava pi fredda man mano che salivo, mi aveva tenuto sveglio fin quando ero arrivato a
Grefsentoppen. E l mi ero seduto e mi ero messo a contemplare i colori dell'autunno che l'inverno
aveva iniziato a risucchiare dal bosco sotto di me, dalla citt, dal fiordo e dalla luce. La luce che
annuncia sempre il buio che sta per arrivare. Sentii il sangue che affluiva nel pene, l'asta che pulsava.
 Di, su,  mi sussurr Diana proprio nell'orecchio.
La presi. In modo sistematico e meticoloso, come un uomo che ha un lavoro da fare. Un lavoro
che gli piace, ma che  pur sempre un lavoro. Un lavoro che porta avanti fin quando non scattano le
sirene. Le sirene partono, e lei gli mette le mani calde e protettive intorno alle orecchie e lui perde ogni
controllo e la spruzza con un'ondata di spermatozoi caldi, che dnno la vita, anche se il posto 
occupato. Dopodich lei si addormenta e lui rimane l di fianco ad ascoltare il suo respiro, provando la
soddisfazione di chi ha ben svolto il proprio lavoro. Pur sapendo che non sar mai pi come prima. Ma
che potr essere simile. Che potr nascere una vita. Che potr prendersi cura di loro. Che potr amare
qualcuno. E come se tutto ci non fosse gi abbastanza sconvolgente, trover addirittura un senso
nell'amare, un perch, l'eco di una motivazione ascoltata a una partita di calcio in mezzo alla nebbia di
Londra:  Perch hanno bisogno di me.
Epilogo
La prima neve era arrivata e si era gi sciolta.
Avevo letto in rete che a un'asta a Parigi era stata ceduta l'opzione di acquisto della Caccia al
cinghiale calidonio e che erano stati ceduti anche i diritti di esporre l'opera in pubblico. Il compratore
era il Getty Museum di Los Angeles, che avrebbe quindi potuto inserire il dipinto nella sua collezione
ed entrarne definitivamente in possesso nel giro di due anni, ovvero allo scadere dell'opzione, a patto
che non si presentasse il proprietario a reclamarlo. Nell'articolo si accennava brevemente alle origini
del quadro e al fatto che per molti anni si era discusso della sua autenticit, ovvero se fosse una copia o
l'originale di un altro pittore, visto che in nessuna fonte veniva citato che Rubens avesse dipinto un
cinghiale calidonio. Ma gli esperti erano ormai d'accordo che fosse proprio lui l'autore. Mancavano
invece informazioni sulla provenienza del quadro, sul fatto che era stato venduto dal governo
norvegese e sul prezzo che aveva spuntato.
Diana si era resa conto che non sarebbe stato facile per lei gestire la galleria, visto che di l a
poco sarebbe diventata mamma, e quindi, dopo avermi consultato, aveva deciso di assumere qualcuno
che si occupasse degli aspetti pratici, come la gestione finanziaria, cos da potersi concentrare di pi
sull'arte e sugli artisti. Inoltre avevamo messo in vendita la casa. Ci era sembrato che una villa a
schiera un po' pi piccola in campagna fosse pi adatta per crescere un bambino. E avevo gi ricevuto
un'offerta molto alta. Da qualcuno che mi aveva telefonato non appena avevo messo l'annuncio sul
giornale e che mi aveva chiesto di poter vedere la casa la sera stessa. L'avevo riconosciuto non appena
era entrato. Abito di Corneliani e occhiali da intellettuale.
 Forse non  una delle case pi belle progettate da Ole Bang,  aveva commentato dopo aver
preso visione di tutte le stanze a velocit supersonica, con me alle calcagna.  Ma la compro comunque.
Quanto vuole?
Indicai il prezzo di vendita scritto nell'annuncio.
 Offro un milione di corone in pi,  disse.  Ha tempo fino a dopodomani per accettare la mia
offerta.
Gli risposi che ci avrei pensato e lo accompagnai alla porta. Mi diede il suo biglietto da visita.
Nessun titolo, solo nome, cognome e numero di cellulare. Il nome dell'agenzia di selezione del
personale era scritto in lettere cos minuscole da risultare, ai fini pratici, del tutto illeggibile.
 Senta un po',  mi disse mentre era sui gradini.  Ma lei non era il migliore sulla piazza?  E
prima che potessi rispondere aggiunse:  Noi stiamo per ingrandirci. Magari un giorno ricever una
nostra telefonata.
Noi. Lettere minuscole.
Lasciai passare la scadenza senza nominare l'offerta all'agente immobiliare e a Diana. N
ricevetti una telefonata da noi.
Poich in linea di principio non inizio mai a lavorare quando  ancora buio, quel giorno, come
quasi tutti gli altri giorni, fui l'ultimo ad arrivare al parcheggio davanti ad Alfa. I primi saranno gli
ultimi. Si tratta di un privilegio che ho inventato e implementato io, un privilegio che pu essere
accordato soltanto ai migliori headhunter della societ. Grazie a esso nessuno pu occupare il tuo
parcheggio anche se, sulla carta,  soggetto alla regola che vige per tutti gli altri posti auto della societ,
ovvero chi primo arriva, meglio alloggia.
Ma quel giorno il mio posto era stato occupato da un'altra auto. Una Passat che non conoscevo.
Forse apparteneva a uno di quei clienti convinti di poter comunque lasciare l la macchina solo perch
c'era l'indicazione Alfa sulla catena che delimitava il parcheggio, a un idiota che non era riuscito a
leggere il cartello troneggiante all'ingresso con scritto Parcheggio clienti.
Per un attimo fui colto per da un dubbio. Non  che magari anche qualcuno ad Alfa era
arrivato alla conclusione che io non ero pi...
... preferii non pensarci.
Mentre, in preda a una forte irritazione, cercavo un altro posto, dal palazzo usc un uomo che
s'incammin di buona lena in direzione della Passat. Camminava come il tipico proprietario di una
Passat, e feci un sospiro di sollievo. Perch non si trattava di un concorrente, ma di un cliente.
Parcheggiai l'auto, a mo' di sfida, davanti alla sua, aspettai e sperai. Forse, malgrado tutto, la
giornata sarebbe iniziata bene, forse avrei potuto prendermela con un idiota. E proprio in quell'istante
l'uomo buss al mio finestrino, ma da quell'altezza riuscii solo a vedere un impermeabile.
Attesi qualche secondo prima di abbassare il vetro, che scese piano, ma un po' pi velocemente
di quanto avrei desiderato.
 Senta...  inizi a dirmi prima che io lo interrompessi con la mia pronuncia strascicata:  In
che modo posso esserle d'aiuto oggi, signore?  Senza degnarlo di un'occhiata e preparandomi a
impartirgli una lezione su come si leggono i cartelli.
 Le spiacerebbe spostare un po' la sua auto? Mi sta bloccando l'uscita.
 A dire il vero, mi sembra che sia lei a bloccare la mia entrata, caro...
Finalmente il crepitio della radio penetr nel mio cervello. Guardai fuori dal finestrino e
sollevai lo sguardo. Il cuore mi si ferm quasi in petto.
 Ma certo,  risposi.  Solo un attimo . Cercai furiosamente il pulsante per rialzare il vetro.
Ma il coordinamento fino-motorio sembrava essere svanito.
 Aspetti un secondo,  mi disse Brede Sperre.  Noi due non ci siamo gi incontrati?
 Non credo,  risposi, cercando di sfoggiare un tono di voce disteso e rilassato.
  sicuro? Sono convinto di averla gi vista.
Ma come cazzo aveva fatto a riconoscere il presunto cugino di terzo grado dei gemelli Monsen
che aveva incrociato all'istituto di Medicina legale? Quell'uomo l era calvo e vestito da bifolco.
Questo qua aveva capelli rigogliosi, indossava un abito Ermenegildo Zegna e una camicia inamidata di
Borrelli. Ma sapevo che non mi conveniva negare la nostra conoscenza in modo troppo veemente,
altrimenti Sperre si sarebbe messo sulla difensiva e si sarebbe concentrato fino a ricordarsi. Feci un
profondo respiro. Ero stanco, pi stanco di quanto avrei dovuto essere quel giorno. In cui dovevo
consegnare la mercanzia. E dimostrare di poter essere ancora all'altezza della fama di cui avevo goduto
un tempo.
 Chi pu dirlo?  risposi.  A dire il vero anche a me pare di conoscerla...
All'inizio sembr piuttosto sorpreso dalla mia controffensiva. Poi fece quel sorriso accattivante
da ragazzo che lo rendeva cos adatto ad apparire sui media:
 Probabilmente mi ha gi visto in tv. Me lo sento dire in continuazione...
 Eh s, probabilmente anche lei mi ha gi visto l,  dissi.
 Davvero?  chiese incuriosito.  In quale programma?
 Deve essere stato quello in cui c'era anche lei, visto che ci siamo incontrati. Perch lo
schermo televisivo alla fin fine non  una finestra attraverso la quale ci si pu vedere, giusto? Dal suo
lato della telecamera c' come uno... specchio forse?
Sperre sembrava confuso.
 Sto scherzando,  dissi.  Adesso mi sposto. Le auguro una buona giornata.
Alzai il finestrino dell'auto e feci marcia indietro. Giravano voci che Sperre si scopasse la
seconda moglie di Odd G. Dybwad. Voci che si fosse scopato anche la prima. E, a ogni buon conto,
pure Dybwad.
Mentre Sperre usciva dal parcheggio, si ferm prima di svoltare, e quindi per due secondi ci
trovammo l'uno di fronte all'altro. Vidi la sua espressione. Mi osservava come se fosse appena stato
preso in giro e se ne fosse reso conto proprio in quel momento. Lo salutai con un cenno cordiale.
Quindi acceler e scomparve. E io mi osservai nello specchietto retrovisore e mi dissi in un sussurro: 
Ciao, Roger.
Entrai negli uffici di Alfa ed esclamai a gran voce:  Buongiorno, Oda!  Vidi Ferdinand
arrivare di corsa.
 Be'?  gli chiesi.  Sono arrivati?
 S, sono pronti,  rispose, mentre m'inseguiva per il corridoio.  A proposito,  stato qui un
poliziotto. Alto, biondo e piuttosto... ehm... aitante.
 Cosa voleva?
 Scoprire cosa avesse raccontato Clas Greve di s durante i colloqui.
 Ma  morto parecchio tempo fa,  risposi.  Stanno ancora indagando su quel caso?
 Non sull'omicidio. Ma sul quadro di Rubens. Non riescono a scoprire a chi l'abbia rubato.
Nessuno ha sporto denuncia. Adesso stanno cercando di rintracciare tutte le persone con cui  entrato in
contatto.
 Non hai letto il giornale di oggi? Hanno di nuovo dei dubbi, sull'autenticit di quel quadro.
Forse Greve non l'ha rubato: magari l'ha ereditato.
 Bizzarro.
 Cos'hai detto al poliziotto?
 Gli ho consegnato i nostri rapporti sulle varie interviste. Non mi  sembrato molto interessato.
Ci ha detto che ci avrebbe ricontattati se ci fossero state delle novit.
 E tu speri che lui si rifaccia vivo, no?
Ferdinand si produsse nella sua risata squillante.
 Comunque sarai tu, Ferdy, a occuparti di questa faccenda. Mi fido di te.
Lo vidi ingrandire e rimpicciolire, la responsabilit lo esaltava, il soprannome lo umiliava.
L'equilibrio  un fattore essenziale.
Arrivammo in fondo al corridoio. Feci una pausa prima di entrare e controllai il nodo della
cravatta. Erano gi seduti in sala riunioni, pronti per l'intervista finale. Per la convalida formale. Perch
il candidato era gi stato selezionato, era gi stato nominato, solo il cliente ne era ancora all'oscuro e
s'illudeva di avere ancora voce in capitolo.
 Fai entrare il candidato esattamente fra due minuti,  dissi.  Centoventi secondi.
Ferdinand annu e guard l'orologio.
 Solo un piccolo appunto,  mi disse.  La segretaria si chiama Ida.
Aprii la porta ed entrai.
Quando i presenti si alzarono le sedie scricchiolarono sul pavimento.
 Mi scuso per il ritardo, signori,  dissi, stringendo le tre mani protese verso di me.  Ma
qualcuno aveva occupato il mio parcheggio.
 Irritante, vero?  chiese il presidente di Pathfinder rivolgendosi al direttore commerciale, che
annu con forza. Era presente anche il rappresentante sindacale, un ragazzo che indossava un pullover
rosso con lo scollo a V e una camicia bianca scadente, indubbiamente un ingegnere di quelli pi smorti.
 Il candidato ha una riunione a mezzogiorno, quindi direi che  meglio iniziare, siete
d'accordo?  chiesi prendendo una sedia al capo del tavolo. Dall'altra parte era gi stato predisposto
tutto per l'uomo che, di l a un'ora e mezza, i rappresentanti di Pathfinder sarebbero stati lieti di
assumere come nuovo amministratore delegato. Le luci erano state posizionate in modo da inquadrare
il suo lato migliore, la sedia su cui si sarebbe accomodato era uguale alle nostre, ma con le gambe un
po' pi lunghe, e lui aveva tirato fuori la valigetta di pelle con le iniziali che gli avevo comprato
insieme a una Montblanc d'oro.
 D'accordissimo,  rispose il presidente della societ.  A proposito, devo fare una
confessione. Come sa, a noi era piaciuto molto Clas Greve durante l'intervista.
 S,  conferm il direttore commerciale.  Pensavamo di aver trovato il candidato ideale.
 Greve era straniero, lo so bene,  continu il presidente, srotolando il collo come se fosse un
serpente,  ma parlava norvegese come se fosse nato qui. E ci eravamo detti, mentre lei lo
accompagnava fuori dalla stanza, che in ultima analisi gli olandesi hanno sempre capito molto meglio
di noi come funziona il mercato delle esportazioni.
 E che forse avremmo potuto imparare qualcosa da chi aveva uno stile dirigenziale pi
internazionale,  aggiunse il direttore commerciale.
 Quando lei si  di nuovo messo in contatto con noi per dirci che forse Greve non era l'uomo
che faceva al caso nostro, siamo rimasti esterrefatti, Roger.
 Davvero?
 S, ci siamo chiesti se lei fosse in grado di giudicare le persone. Non gliel'abbiamo detto in
faccia, ma abbiamo preso in considerazione la possibilit di toglierle l'incarico e di contattare
direttamente Greve.
 E l'avete poi fatto?  chiesi con un sorriso beffardo.
 Ci che vorremmo sapere,  disse il direttore commerciale, scambiando un'occhiata con il
presidente e regalandomi un gran sorriso,   come ha fatto a capire che c'era qualcosa che non andava.
 Come ha fatto a intuire qualcosa che a noi era totalmente sfuggito?  continu il presidente
schiarendosi la gola.  Com' possibile che lei riesca a giudicare cos bene le persone?
Annuii piano. Spinsi le carte di cinque centimetri verso il bordo del tavolo. E mi misi comodo
sulla poltrona. Mi dondolai all'indietro, non troppo, solo un po'. Guardai fuori dalla finestra. Osservai
la luce. Il buio che stava per calare. Cento secondi. La sala era immersa in un silenzio totale.
  il mio lavoro,  risposi.
Con la coda dell'occhio vidi i tre fare convinti cenni d'assenso. E aggiunsi:  E poi avevo gi
incontrato un candidato che mi sembrava ancora pi adatto.
I tre si girarono verso di me. E io ero pronto. Immagino che si senta cos il direttore d'orchestra
nei pochi secondi che precedono il concerto, quando tutti i musicisti non staccano lo sguardo dalla sua
bacchetta e il pubblico in sala, in spasmodica attesa, all'improvviso si zittisce.
 Ecco perch vi ho convocati qui oggi,  dissi.  L'uomo che state per conoscere  la nuova
stella non solo del firmamento norvegese, ma anche di quello internazionale. Durante le interviste
precedenti, ho escluso categoricamente che potesse rinunciare alla sua attuale posizione, perch, in fin
dei conti,  il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo della societ in cui lavora.
Il mio sguardo si pos su ognuna delle facce presenti.
 Ma senza voler creare false aspettative, credo di potervi dire che sono riuscito a fargli
cambiare idea . Alzai gli occhi al cielo come a suggerire che quella era una fantasia erotica, un'utopia,
ma che comunque... E come avevo previsto, vidi il presidente e il direttore commerciale sporgersi
verso di me. Persino il rappresentante sindacale, che fino ad allora aveva tenuto le braccia incrociate, le
aveva appoggiate sul tavolo e si era chinato in avanti.
 Chi ? Chi ?  sussurr il direttore commerciale.
Centoventi.
La porta si apr. E sulla soglia comparve un uomo di trentanove anni che indossava un abito
acquistato da Kamikaze in Bogstadveien, dove Alfa aveva uno sconto del quindici per cento. Ferdinand
gli aveva passato sulla mano destra del borotalco dello stesso colore della pelle perch gli sudavano i
palmi. Ma il candidato sapeva cosa doveva fare, perch io gli avevo dato tutte le istruzioni e lo avevo
preparato per il colloquio nei minimi dettagli. Si era tinto quasi impercettibilmente di grigio i capelli
intorno alle tempie e un tempo aveva posseduto una litografia di Edvard Munch intitolata Brosjen.
 Ho l'onore di presentarvi Jeremias Lander,  annunciai.
Sono un cacciatore di teste. Non  un lavoro particolarmente difficile. Ma io sono il migliore sulla piazza.
...
FINE.